Tapiro
d'oro per Nanni Moretti e il suo 'Caos calmo'
Tapiro d'oro appena arrivato
all'aeroporto di Fiumicino per Nanni Moretti (nella foto con Staffelli).
Al rientro dal Festival di Berlino, l'attore protagonista di 'Caos
calmo' è stato accolto da Valerio Staffelli e dall'ormai rinomato premio
di 'Striscia la notizia'. Duplice la motivazione che ha spinto il
tg satirico di Antonio Ricci a consegnare il tapiro al regista. ''La
prima - afferma la redazione del programma in una nota - vede Moretti,
attore intellettuale superare nelle sale la pellicola di Federico Moccia,
fatto presumibilmente disdicevole per un autore impegnato come lui''. La
seconda ragione riguarda la pubblicità palese alla marca automobilistica
Bmw. Il regista, spiega la redazione del tg satirico, criticò molto ai
tempi Nino Manfredi che nei suoi film mostrava sempre una nota marca di
sigarette. ''Cosa pensa oggi di se stesso - prosegue la redazione - che
durante tutto il film come una hostess mostra le particolarità
dell'ultimo modello della casa automobilistica tedesca?''. E secondo lo
staff di Antonio Ricci, Moretti ha anche fatto ricorso a ''una efferata
trovata di sceneggiatura'' (della quale è autore) per reclamizzare
ancora di più l'automobile: ''Il tormentone dell'antifurto con la scusa
di far divertire un bambino affetto dalla sindrome di Down''.
Insomma, contrariamente a quanto sostenuto dai vescovi, ''Nanni Moretti
ha fatto cose più scandalose con la Bmw che con la Ferrari'' (Isabella,
sua partner nel film) e per di più ''tradendo il made in Italy''. La
consegna del tapiro sarà mostrata domani a 'Striscia la notizia'.
Il film
titolo originale:
Caos calmo
voto: *****
origine e data: Italia 2007
data di uscita: venerdì 08 febbraio 2008
colore e durata: col. 112 minuti
genere: Drammatico
regia: Antonello Grimaldi
attori: Nanni Moretti, Valeria Golino, Isabella Ferrari, Alessandro
Gassman, Blu Yoshimi, Kasia Smutniak, Silvio Orlando, Roman Polanski
sceneggiatura: Nanni Moretti, Francesco Piccolo, Laura Paolucci
fotografia: Alessandro Pesci
montaggio: Angelo Nicolini
musica: Paolo Buonvino
scenografia: Giada Calabria
costumi: Alexandra Toesca
Trama
Nel corso di un pomeriggio estivo passato in spiaggia assieme al
fratello Carlo, Pietro Paladini salva la vita a una donna che sta per
annegare. Nello stesso momento sua moglie Lara muore improvvisamente a
causa di un ictus. Alla ripresa della scuola, Pietro accompagna la
figlia Claudia, dieci anni, fino al portone, decidendo poi di aspettarla
fuori fino al termine delle lezioni. La cosa si ripete ogni giorno per
diverse settimane, Pietro aspetta
che il dolore arrivi, mentre i suoi capi, i colleghi e i parenti vanno
da lui per consolarlo, finendo invece per confidargli i propri problemi.
Un giorno, nel piccolo parco antistante la scuola di Claudia, arriva la
sconosciuta che Pietro ha salvato...
Una recensione di Luca
Pacilio
Il
caos calmo è, sostanzialmente, quello dei bambini: gioioso, privo di
drammi, che contagia gli stessi adulti; una confusione innocua che il
protagonista coglie nella sua essenza all'uscita di scuola, quando ha
modo di notarla nel suo lento formarsi: è questa, culminante in un bel
dolly, la scena più riuscita di un film che invece quando tende (come
quasi sempre fa) alla pura narrazione non si solleva di un palmo, tutto
ripiegato sulla necessità di restituire la dimensione del protagonista
che, perduta la moglie, si distacca dalla tensione infernale della sua
vita professionale e abbraccia il caos calmo del mondo di sua figlia,
una decisione che viene vista con generale sospetto, ma anche con tacita
ammirazione, se non invidia; la tragedia, sconvolgendo la vita
dell'uomo, azzera la sua realtà che diviene un mondo tutto da
ridefinire. Pietro dalla panchina cerca di rimettere ordine, interroga
la sua inspiegabile apatia, esterna una rinuncia al successo che spiazza
gli avvoltoi che lo circondano: diventa un punto di riferimento, tutti
lo incontrano per accertarsi del suo problema, in realtà rivelando il
proprio. Parallelamente Pietro rielabora il rapporto con la compagna
scomparsa, divorato dal dubbio che lei soffrisse per la sua
indifferenza, per una sua mancanza d'amore. Riconsidera tutto: il
confronto con la posta elettronica è, in tal senso, il momento cruciale
della sua meditazione poiché pone l’uomo di fronte all'alternativa della
piena rivelazione dell’intima vita della consorte, a lui sconosciuta, e
il rinunciare del tutto a sapere (quello in cui si può sapere è un
momento di grande potenza in cui si è, paradossalmente, estremamente
deboli): Pietro distrugge la lista delle mail prima che quella lista
distrugga lui e lo fa ancora con la “fatale” complicità della figlia.
Il film è tratto dal romanzo, Premio Strega, di Sandro Veronesi, forse
uno dei pochi autori italiani che può vantare una scrittura davvero
internazionale (rileggersi di corsa Venite venite B-52): Caos calmo,
nello specifico, fa molto Mc Ewan (per i temi e le simmetrie narrative
più che per lo stile: la scena del salvataggio iniziale – sciatta,
quando il film chiede un’impennata di ritmo il regista arranca -, come
elemento scatenante di una serie di elucubrazioni e conseguenze suona
come una variazione dell'episodio iniziale de L'amore fatale; più di un
elemento riporta alle atmosfere di Bambini nel tempo), anche se nella
sua asciuttezza e varietà di soluzioni vira molto di più su certa
letteratura americana postminimalista; a ben guardare il libro si rivela
un puzzle di elementi e suggestioni raccolte un po' ovunque (leggende
metropolitane delillo-pynchoniane, la sindrome di Tourette –
Testadipazzo di Lethem -, i gruppi di ascolto - Palahniuck, Wallace etc
-, le incertezze reali e virtuali del Postmoderno - Coupland -, il nuovo
giornalismo americano - la cui ostentata soggettività impregna un po'
tutta l'opera dello scrittore -. CC è, insomma, un romanzo estremamente
cosciente, molto costruito, un libro più di testa che di stomaco,
discretamente furbetto, che sostanzialmente merita il successo che ha e
- complice il film - avrà; una storia narrata in prima persona, densa,
in cui domina il lavorio interiore del protagonista, con uno spessore e
una pletora di dettagli che l’immagine filmata, eccoci al punto, non
riesce a far intuire (e in questo nulla di male se non fosse che la
pellicola poggia radicalmente sulla pagina scritta e vive certe elusioni
più come dei vuoti incongrui che come delle ellissi). Il film, dunque,
posta una certa libertà traspositiva (l’azzardato e superfluo flashback
veneziano), gli opportuni(stici) semplicismi, costruisce la sua debole
trama scorporando gli episodi del libro e riportandoli in chiave
semioggettiva (Pietro e il suo sguardo rimangono il riferimento costante
di tutto quello che vediamo apparire sullo schermo), ma senza elaborare
a dovere i vari elementi, passando di momento in momento con una
brutalità che non convince neanche a leggerla come scelta (la scena di
sesso tra Pietro ed Eleonora è una chiave di volta degli eventi, ma non
solo non è dato saperne il perché – ci può stare -, non è proprio dato
intuirne la significatività e il rilievo). Se poi il film tenta a tratti
di coniugare dramma e commedia (cosa sempre difficile nel nostro cinema
di codici blindati, in cui la mescola di toni provoca frizioni spesso e
volentieri), con un pizzico di surrealtà che è il dato più interessante
della pellicola, non di rado si perde nel lirismo posticcio: come detto,
le sequenze più libere e movimentate si affermano come la cosa più
riuscita del film, quelle in cui la musica - Rufus Wainwright, i
Radiohead di Pyramid song, omaggio diretto al libro (nel romanzo il
protagonista pensa che le canzoni dei Radiohead raccolte dalla moglie in
un cd gli inviino dei segnali, gli consiglino come agire etc) - si sposa
bene, ma anche facilmente, alle immagini.
Naturalmente parlare del film di Grimaldi, che di suo ci mette una regia
anonima fino all’invisibilità, significa, parlare di Moretti: non ci
riferiamo solo alla sua presenza attoriale, ma anche alla sua
partecipazione all’adattamento, elemento che rivela il ruolo centrale
che il Nostro ha nel progetto. Che Moretti, dal punto di vista
interpretativo, non sappia far altro che riprodurre se stesso è cosa
risaputa, meno ovvio (e francamente interessante) è che decida
scientemente di mettersi in scena secondo tale modello anche in un film
che, come questo, sulla carta non lo richiederebbe: in tal senso la
doppia partecipazione (attore, sceneggiatore) sembra da un lato rivelare
una necessità (in virtù della quale Pietro diventa
Moretti-e-la-sua-maschera, non il contrario), dall’altro imporre una
caratteristica e una chiave di lettura all’opera (“morettiano” diventa
il film). E allora, tanto per fare due esempi di marca differente, 1) la
considerazione sul cinema italiano che fa il suo personaggio si rende
come sorta di firma in calce al lavoro, e 2) anche quello che è un
elemento tratto dal romanzo – le liste, qui sciorinate in voice over –
finisce con l’apparire e suonare coerentemente come “suo”. Moretti fa
Moretti, dunque, scava una nicchia all’interno di un film che in quella
veste non lo contemplerebbe, costruisce un livello altro: che sia per
necessità o per teoria cosciente poco importa, stante la considerazione
che questa interpretazione creativa del personaggio si pone come
elemento “pesante” che prevale sugli altri, costituendone una sorta di
persuasivo collante. E' proprio in questo essere in bilico tra la forza
che l'immagine morettiana indubbiamente emana (a ragione o torto Nanni è
l'unica icona cinematografica che l'Italia oggi può vantare – Monica
Bellucci permettendo -) e l'evidente glissare la questione mica
secondaria dell'interpretazione, che il film afferma il suo tono
peculiare: Moretti ha l'indiscutibile merito di caratterizzare il
protagonista riscattandolo, meritoriamente, dal classico appiattimento
sul modello banalmente psicologico cui i nostri autori ci hanno
abituati. Moretti dà senso e sostanza a Pietro Paladini, insomma, e non
attraverso la consueta ostentazione del bolso repertorio di segni
espressivi da cinemino italiano, quelli diretti a suggerire a chi guarda
l'esistenza di un'interiorità (si ritiene che tale pratica conferisca
realismo, laddove trattasi di evidente artificio scenico, del tutto
antinaturalistico) ma attraverso il dispiego di un bagaglio personale,
anche extratestuale, che il regista-attore riesce a ricondurre piuttosto
naturalmente al carattere che incarna.
Tra Moretti che moretteggia (nel senso buono) e l’apparizione a sorpresa
di Roman Polanski, la partita degli interpreti “veri” viene vinta da
Alessandro Gassman (che otterrà premi in quantità) e Valeria Golino (amo
Valeria Golino, si sa).