G20, i ricchi sono
sempre più ricchi di: Gabriele
Salari -
Famiglia Cristiana
La forbice di reddito tra ricchi e poveri
aumenta in 14 Paesi su 18 nell'area delle nazioni più industrializzate.
E il 50% dei poveri del mondo vive nei Paesi del G20.
Dal 1990 la disuguaglianza è aumentata in 14 dei 18 Paesi del G20, mentre
la crescita economica continua a escludere i più poveri, secondo quanto
afferma il nuovo rapporto dell'Ong Oxfam, “Dimenticati dal G20?”,
pubblicato oggi in occasione dell’incontro dei ministri delle finanze in
Messico. Il movimento che va sotto il nome di "Occupy" e che ha
manifestato in più di 80 Paesi in tutto il mondo ha posto al centro
della protesta la rabbia per la palese disuguaglianza: l’1% della
popolazione mondiale detiene infatti una fetta sproporzionata della
torta economica. Lo studio di Oxfam dimostra che la disuguaglianza è
aumentata in modo più veloce in Russia, Cina, Giappone e Sudafrica nel
periodo 1990-2010. La disuguaglianza è aumentata anche in paesi ricchi
come Canada, Regno Unito e Germania
La Corea del sud è l’unico Paese industrializzato che è riuscito a
ridurre le disuguaglianze negli ultimi venti anni, mentre tra le
economie emergenti, solo Brasile, Argentina e Messico hanno iniziato un
percorso che dev'essere proseguito. Oxfam consegnerà il rapporto al
Presidente messicano (quest’anno il Messico ha la presidenza del G20 )
nel corso del Forum Economico Mondiale di Davos che si terrà la
settimana prossima. “L’alta marea della crescita economia non tiene
necessariamente a galla tutte le barche - spiega Caroline Pearce,
coautrice del rapporto: alcune vanno a fondo. Il nostro studio dimostra
chiaramente che la crescita economica non beneficia affatto le fasce più
povere. Se il G20 vuole affrontare il problema deve adottare politiche
di sostegno al reddito dei più poveri e trovare forme di protezione
dalle conseguenze del degrado dell’ambiente”.
Il 50% dei poveri del mondo vive nei Paesi del G20, che sono quindi
cruciali per la lotta contro la povertà. Il rapporto dimostra che
ridurre le disuguaglianze è sensato non solo da un punto di vista etico,
ma anche economico. Mentre in passato la crescente ineguaglianza era
vista come inevitabile conseguenza del progresso economico, ora ci si
rende conto che al contrario rappresenta un vero e proprio freno alla
crescita. In Brasile dal 1999 al 2009, quasi 12 milioni di persone sono
uscite dalla povertà assoluta (meno di 1,25 dollari al giorno) portando
la proporzione di persone che vivono in povertà da circa uno su nove a
meno di uno su 25, grazie alla crescita economica e a redditi più
omogenei. Ridurre le disuguaglianze a un ritmo simile nel prossimo
decennio ridurrebbe la povertà di un ulteriore 80%. In Sudafrica,
invece, più di un milione di persone saranno ridotte in povertà nel
prossimo decennio, a meno che non vengano prese misure adeguate. “Il
diverso destino dei poveri in Sudafrica e Brasile – due paesi con tassi
di crescita simile – mostrano il ruolo cruciale giocato dai governi nel
ridurre la povertà e le disuguaglianze” spiega la Pierce.
Il rapporto elenca cinque politiche chiave, da adottare ai contesti
nazionali, che i governi possono adottare per ridurre le disparità:
trasferimenti redistributivi; accesso universale alle cure e
all’istruzione; tassazione progressiva; rimozione delle barriere a
uguali diritti e opportunità per le donne; riforma delle politiche
agrarie. Ad oggi, nessun paese al mondo ha dimostrato che è possibile
combinare alti redditi medi e un utilizzo sostenibile delle risorse
naturali. Tuttavia, molti Paesi a medio reddito sono riusciti a ridurre
l’impatto della loro crescita economica sulle risorse naturali. Tra il
1991 e il 2007, il prodotto interno lordo del Messico è cresciuto 4
volte più velocemente di quanto siano cresciute le sue emissioni di
CO2. La Cina è cresciuta due volte e mezzo più velocemente. Al
contrario, i paesi G20, nel complesso, non sono stati all’altezza di
questa sfida. Solo quattro di essi hanno ridotto le loro emissioni di
CO2 in vent’anni, dal Summit di Rio del 1992.
Gabriele Salari
Perchè c'è crisi?
Prima guardate
questo video
di Roberto Molinari
Da quello che si sente dire, sia dai giornali che dalla televisione e dai
governi, è difficile comprendere il perchè di questa bella crisi economica che
stiamo attraversando. Si ha l'impressione che "tacciano" i veri motivi, che non
vogliano spiegarne le cause reali. Quando ne discutono, lo fanno usando termini
che ai più risultano incomprensibili. Non si capisce assolutamente niente!
Spread, Btp, Bond, Bot, CZT, ecc. Poi ci sono queste agenzie o associazioni di
Rating, cioè di valutazione, che valutano se un intero paese è più o meno
solvibile. Ma su che basi riescono a sputare le loro sentenze? Con quali
strumenti? Chi sono Standard & Poor's, Moody's e Fitch, in definitiva? I padroni
del mondo? Di quello finanziario certamente lo sono!
Scrive
Fabio Pavesi sul sole24ore:
"I fondi Usa i veri padroni"
"Già, e qui viene il punto. Chi comanda in Moody's e le sue consorelle? Chi sono
i padroni dei padroni dell'universo? A parte l'europea Fitch che ha due
azionisti di peso come il gruppo francese Fimalac e il gruppo editoriale Hearst,
le altre due sorelle sono di tutti e di nessuno. Vere e proprie public company.
In S&P c'è un azionista forte, cioé la McGraw-Hill, ma il resto dell'azionariato
è diffuso come del resto in Moody's. E qui arriva la sorpresa.
Che ci fa Buffett in Moody's?
Il
primo azionista di Moody's, con il 13,4% del capitale, risultava a
fine dicembre del 2009 secondo rilevazioni Reuters, Warren Buffett,
il guru di Omaha con il suo fondo Berkshire Hathaway. Al secondo
posto con il 10,5% ecco comparire Fidelity uno dei più grandi
gestori di fondi del mondo. E poi è un florilegio di gente che di
mestiere compra e vende titoli: si va da State Street a BlackRock a
Vanguard a Invesco a Morgan Stanley Investment. Insomma i più grandi
gestori di fondi a livello mondiale sono azionisti di Moody's. E
guarda caso lo stesso copione si riproduce in Standard&Poor's: ecco
nell'azionariato comparire in evidenza, a fine 2009, i nomi di
Blackrock, Fidelity, Vanguard. Gli stessi nomi. Il che pone una
domanda. Che ci fanno gestori di fondi nel capitale di chi dà i voti
ai bond emessi dalle stesse società che abitualmente un gestore
compra e vende? La prima risposta è semplice: si sta lì perché si
guadagna e perché i fondi in America sono da sempre gli investitori
istituzionali per eccellenza. La seconda è più maliziosa, ma indotta
da questa strana presenza. Stare nel capitale di chi determina i
destini di una miriade di società magari è utile per avere accesso a
informazioni privilegiate. Se so che un'emissione verrà bocciata,
vendo prima che sia resa pubblica. Certo è un'illazione, ed è vero
che esistono i muri cinesi. Ma quei muri sono stati oltrepassati
tante di quelle volte che un filo di sospetto rimane".
La speculazione, spesso dipinta come la causa di tutti i problemi
finanziari, non è mai irrazionale, colpisce dove sa di poter trarre
vantaggi, dove spera di guadagnare, anticipando comportamenti del
mercato, assumendo posizioni vantaggiose, inseguendo profitti.
Si ha la sensazione che ci vogliono mantenere ignoranti perché se
non capiamo le cause della crisi non capiamo nemmeno come si può
uscirne e possono continuare a prenderci in giro. Riteniamo che la
crisi sia il frutto di trent’anni di politiche neoliberiste basate
sulla precarietà, la riduzione dei salari, delle pensioni e del
taglio della spesa sociale, che sta andando avanti da quasi
trent’anni in tutti i paesi occidentali. Meno soldi la gente ha in
tasca, meno spende. Se i lavoratori e i pensionati non spendono, le
industrie non riescono a vendere le merci che producono e mettossa integrazione o licenziano. Quei lavoratori a loro volta
spendono ancora meno e la crisi si aggrava. Le imprese, per battere
la concorrenza, hanno de localizzato in paesi dove il lavoro costa
meno e mettono in Cassa Integrazione in Italia. Però i lavoratori
con bassi salari non hanno i soldi per comprare le merci che
producono e così le aziende cercano di vendere le loro merci nei
paesi occidentali, dove però sempre più gente ha perso il posto di
lavoro e si riduce il potere d’acquisto. In questo modo le aziende
si fanno concorrenza sul costo del lavoro in un mercato che si
restringe sempre più e aggravano la crisi.
Negli Stati Uniti per sostenere i consumi nonostante i bassi salari,
le finanziarie, negli anni scorsi, hanno cominciato a fare prestiti
ai poveri: per la casa, per l’acquisto della macchina, etc. Dopo un
po’ i poveri non hanno più pagato le rate dei mutui della casa e
così nel 2008 sono fallite le prime finanziarie immobiliari. Il
fallimento di poche finanziarie ha cominciato a far fallire a catena
altre banche perché in questi anni, seguendo le politiche
neoliberiste, i governanti dei vari paesi hanno tolto ogni regola al
mercato finanziario. Ad esempio le Banche possono investire anche 30
volte il denaro che hanno in deposito. Inoltre hanno trasformato il
mercato in una specie di complicata lotteria, vendendo titoli
finanziari sempre più complessi per cui la perdita di un milione da
parte di un titolo, può portare alla perdita di un miliardo per chi
possiede un prodotto finanziario “derivato”. Così come nella fase di
crescita questo meccanismo speculativo ha permesso l’accumularsi di
grandi ricchezze, nella fase di caduta, lo stesso meccanismo
determina l’accumularsi di perdite enormi, che i privati non hanno i
soldi per ripagare. In un mercato finanziario costruito volutamente
sulla speculazione, il fallimento di uno determina il fallimento di
decine di altri. A quel punto vari stati hanno cominciato ad
intervenire per salvare il sistema bancario privato. Dal 2008 ad
oggi gli stati complessivamente hanno speso 12.000 (dodicimila)
miliardi di Dollari per salvare le banche private. Non sono soldi di
qualcun altro: sono soldi vostri, sono le vostre tasse. Questa spesa
ha gonfiato i debiti pubblici di tutti gli stati. Si badi, i “Debiti
sovrani” non sono gonfiati a causa della spesa sociale (che è in
calo) ma degli aiuti che gli stati hanno dato alle Banche private,
per non farle fallire. Qualcuno ha chiamato questo il socialismo per
soli ricchi.
La crisi è quindi frutto della deregulation dei mercati finanziari,
della precarietà del lavoro e della compressione dei salari, delle
pensioni e della spesa sociale. Della vittoria dei capitalisti,
della folle concentrazione di ricchezze nelle mani di pochi. Per
uscire dalla crisi, al contrario di cosa propongono Berlusconi e gli
altri governi europei, è necessario regolamentare i mercati
finanziari, fare politiche pubbliche di riconversione ambientale
dell’economia e sostenere il potere d’acquisto delle popolazioni
attraverso la redistribuzione del reddito dall’alto in basso, lo
sviluppo del welfare, il reddito sociale ai disoccupati.