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La Gazzetta del Navigante

Messaggi e articoli da tutto il mondo. Consensi, critiche, proposte, richieste, suggerimenti. Ma soprattutto una conferma. Questa rubrica è un punto d'incontro per tanti italiani all'estero. A cominciare proprio da questa pagina. 

Grazie. Per averci scritto. Per averci aiutato a migliorare il nostro servizio.

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Povera Italia

Povera Italia, povero mondo. Perche' l'ltalia e' il primo paese del mondo. Il primo d'ingegno, l'ultimo di volonta'. Il primo di parlata, l'ultimo di azione. Il primo, primo, primo. E l'ultimo, ultimo, ultimo.

Complimenti per questo servizio.

Giuseppe Prezzolini


Vi scrivo da New York. Sono nuovamente in rete e poco fa ho scoperto il vostro magnifico sito sul www. Complimenti!!!! Vi confesso che mi mancano tantissimo i contatti con la mia Italia. Purtroppo, (dove abito io dintorni della città di New York) non si vedono più nemmeno i programmi Rai. Che peccato per tutti noi italo-americani! Ad ogni modo, vorrei molto scoprire tutta l'informazione che si offre il vostro web page. Grazie mille per portarci più vicino l'ITALIA!!!! Sinceramente, 

Pamela Mancini - Anfiteatro, Genealogista, italo-americana


Perché la notte é buia?

L'abisso nero del cielo, oltre le stelle e le galassie, porta il segno dell'origine. Un astrofisico fa il punto sulle ricerche cosmologiche più avanzate. Trattando il suo oggetto con serietà, la scienza si imbatte in un fattore che deve riconoscere come «oltre». Glielo impone la fedeltà al metodo

Perché la notte è buia?». Pare una di quelle domande di un bimbo di tre o quattro anni, che di fronte a qualunque cosa non sa trattenere quella strana paroletta: «perché?». Eppure, presa sul serio, questa domanda porta a conseguenze notevoli per la comprensione della struttura dell'universo su grande scala e sulla sua evoluzione nel tempo. In altre parole, è una domanda cosmologica. La cosmologia è il ramo dell'astrofisica che ha come oggetto (unico, per definizione) l'intero universo fisico. La cosmologia non ha come scopo lo studio dei pianeti, le nebulose, le stelle o le galassie; bensì l'insieme di tutte queste cose.

Sulla domanda del nostro bambinetto ha riflettuto seriamente Olbers nel 1826. Egli si rese conto che se l'universo fosse infinito e riempito in modo più o meno uniforme di sorgenti luminose (stelle, galassie), allora il fondo del cielo invece che nero ci dovrebbe apparire luminoso, tanto brillante quanto la superficie del sole, e la temperatura ovunque nell'universo sarebbe di migliaia di gradi. Sarebbe un universo davvero poco ospitale. Ma evidentemente, e per fortuna, le cose non stanno così.

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Circa un secolo dopo, nel 1929, Hubble fece la scoperta che può essere considerata la base della cosmologia moderna. Hubble osservò con grande cura e tenacia le galassie più distanti osservabili con i telescopi allora disponibili, e di ciascuna misurò la distanza e la velocità. I risultati del suo studio mostravano un fatto sconvolgente: le galassie si allontanano le une dalle altre con una velocità tanto più grande quanto maggiore è la loro distanza reciproca. Per cogliere la situazione possiamo immaginare un palloncino gonfiabile, tutto giallo con dei piccoli pois rossi. Quando il palloncino viene gonfiato, i puntini rossi si allontanano gli uni dagli altri proprio come le galassie nell'universo. È nella natura stessa dello spazio (palloncino giallo) il fatto di non essere una realtà statica, ma in continua espansione. In un certo senso le galassie sono «ferme» nello spazio (come i pois sono fissati sulla plastica gialla), ma lo spazio nel quale si trovano si dilata.

Così Hubble scoprì il primo fondamentale fatto che, sommato a una grande quantità di altre evidenze accumulate dalla ricerca astrofisica negli ultimi 60 anni, ha rivoluzionato la nostra visione cosmologica: l'universo fisico nel suo insieme non è una realtà statica ed immutabile, ma è in moto. Viviamo in un cosmo che muta nel tempo, che ha un passato, un futuro, una storia. Il fatto che il cosmo debba essere guardato come una realtà in movimento rende piena giustizia alla parola «uni-verso»: suggerisce che l'unità del tutto è convogliata in una direzione, verso uno scopo.

La scoperta fondamentale di Hubble è all'origine del modello del Big Bang, proposto per la prima volta da George Gamow nel 1946. Se l'universo si espande significa che nel passato la stessa quantità di energia e materia doveva essere contenuta in un volume più piccolo. Di conseguenza la temperatura e la pressione dovevano essere sempre più grandi via via che ci spingiamo indietro nel passato. Il grande esercizio della cosmologia moderna è dunque quello di studiare la fisica dell'universo andando a ritroso nel tempo cosmico, considerando situazioni sempre più estreme di densità e temperatura.

Ma, se le cose stanno così, a che punto siamo di questa storia cosmica? Dalla osservazione della velocità con cui si espande è possibile calcolare l'età dell'universo: esiste un tempo finito nel passato in cui la distanza tra due punti qualunque dello spazio (due puntini rossi sul palloncino) tende a zero. Questo tempo corrisponde a circa 15 miliardi di anni fa.

Alla fine degli anni Quaranta, a conclusione di un originalissimo studio teorico, Gamow e i suoi due studenti Alpher e Hermann si convinsero che poteva essere rinvenuta una traccia diretta dell'esistenza di una fase iniziale della storia dell'universo caratterizzata da una altissima temperatura. I loro risultati avevano portato a prevedere l'esistenza di un residuo di energia, oggi debolissima ma ancora osservabile, proveniente direttamente dal bollente universo primordiale. Ma ci volle un puro imprevisto perché la verità emergesse.

Non erano i tempi di Internet o di World Wide Web, sicché non molti vennero a sapere dei lavori di Gamow. Di sicuro non ne sapevano niente, quindici anni dopo, Penzias e Wilson del Bell Laboratory, che stavano facendo dei test su una grossa antenna per telecomunicazioni. Nel corso delle loro misure registrarono un modesto «eccesso di segnale». I due scienziati non trascurarono questo fatto apparentemente marginale, ma lo guardarono dritto in faccia. Inizialmente attribuirono il fenomeno a un difetto della loro antenna. Una attenta analisi, tuttavia, mostrò che né gli strumenti né sorgenti astronomiche note potevano spiegare quell'effetto. Penzias menzionò l'episodio a un suo amico dell'università di Princeton, il quale gli suggerì la possibilità che si trattasse di un segnale di origine cosmologica, come Gamow aveva previsto. Fu in questa maniera che Penzias e Wilson si resero conto di aver captato per la prima volta quello che è stato chiamato l'eco del Big Bang, una traccia diretta dell'universo primordiale, e che ha fatto fare un balzo incredibile alla cosmologia negli ultimi trent'anni. Per questa scoperta nel 1978 Penzias e Wilson ricevettero il premio Nobel.

Per capire meglio di che si tratta basta guardare un oggetto qualunque. Per esempio, il vaso di fiori che sta di fronte a me, a tre metri di distanza. Siccome la luce viaggia a 300 mila chilometri al secondo, la luce che parte dal vaso di fiori in un dato istante raggiungerà i miei occhi un centomilionesimo di secondo dopo: un tempo molto piccolo, nessuno se ne accorge, neanche i più pignoli. Se ora alzo lo sguardo e vedo la luna, la luce che vedo è partita effettivamente dalla luna circa un secondo fa. Nel caso del sole il ritardo è di 8 minuti. Noi vediamo le cose come erano nel passato, con un ritardo tanto più pronunciato quanto più distante è l'oggetto: dobbiamo concedere alla luce il tempo di attraversare la distanza che ci separa da esso. Noi oggi vediamo le stelle come erano decine, centinaia, o migliaia di anni fa. Le galassie sono tanto distanti che la luce ha impiegato molti milioni di anni per raggiungerci. Le galassie più distanti ci mandano un segnale che è partito oltre 10 miliardi di anni fa. Se andiamo oltre, il messaggio che riceviamo proviene da un passato così profondo che le stelle e le galassie ancora non avevano avuto il tempo di formarsi ed emettere la loro energia: è questo che spiega perché il cielo è oscuro! Infine, dal fondo «ultimo» del cielo riceviamo una immagine di come l'universo era nella sua prima infanzia, circa 15 miliardi di anni fa. A causa dell'espansione dell'universo, l'energia che oggi riceviamo è molto inferiore a quella emessa in quel lontano passato: essa è equivalente a una temperatura di circa 3 gradi sopra lo zero assoluto. Questo è il segnale che Penzias e Wilson hanno registrato: una sorta di luce fossile (il «Fondo Cosmico») che ha viaggiato per 15 miliardi di anni prima di raggiungerci, e che perciò ci porta un messaggio diretto sulle condizioni fisiche dell'universo primordiale. L'abisso nero del cielo, oltre le stelle e le galassie, porta il segno dell'origine.

A causa della estrema debolezza del segnale cosmico gli esperimenti possono essere fatti solo da regioni isolate - per evitare interferenze - e con una atmosfera particolarmente trasparente (come certe montagne desertiche o il centro dell'Antartide). Le condizioni ideali per queste misure sono però date dallo spazio. Nel 1992 il satellite Cobe ha fatto la prima vera e propria mappa globale dell'universo primordiale, misurando con grande sensibilità il «Fondo Cosmico» in tutte le direzioni.

Dunque la regione più estrema che possiamo direttamente osservare corrisponde a un'epoca in cui l'età dell'universo era circa un ventimillesimo di quella attuale: se paragoniamo l'età dell'universo attuale all'età di un adulto di 50 anni, ciò equivale alle prime 20 ore di vita. Osservazioni dirette di quanto è avvenuto prima non sono possibili, perché in epoche precedenti la temperatura era tanto elevata da sbriciolare gli atomi in protoni ed elettroni. In queste condizioni l'universo è opaco: la luce non può attraversare liberamente lo spazio. È come se ci fosse un velo sui primissimi drammatici avvenimenti. Ma anche dietro il velo, indirettamente, qualche forma si intravvede. Ci sono vari fenomeni fisici accaduti nei primissimi minuti di vita dell'universo che sono noti e descrivibili con ragionevole sicurezza, le cui tracce indirette sono osservabili tutt'oggi. In particolare, dopo circa 3 minuti di espansione, il miscuglio uniforme di particelle e di radiazioni che riempiva l'universo doveva avere una temperatura di circa un miliardo di gradi, e si trovava in condizioni del tutto analoghe a quelle esistenti all'interno di un nucleo stellare: come se l'universo, per un certo breve periodo, si fosse trovato in una fase di «stella totale». In quella fase primordiale le stesse reazioni termonucleari che oggi fanno risplendere il nostro sole devono aver prodotto elio e altri elementi leggeri secondo quantità che possono essere valutate con calcoli accurati. Ebbene, le osservazioni astronomiche confermano la presenza di una componente cosmologica di elementi leggeri secondo le abbondanze previste. Questo fatto è un altro dei pilastri osservativi fondamentali che sostengono l'attuale ricostruzione cosmologica.

Andando a tempi ancora più primordiali (e quindi a energie ancora più elevate) lo studio della cosmologia si connette in modo forte con le conoscenze che derivano dall'infinitamente piccolo: la fisica delle particelle elementari. Infatti, quando i fisici fanno scontrare, ad esempio, fasci di protoni e antiprotoni ad alta energia, in un grande acceleratore di particelle, riproducono in un piccolissimo volume condizioni simili a quelle che dovevano esistere ovunque nell'universo primordiale. Negli anni più recenti si sono formulate ipotesi teoriche che descrivono le primissime frazioni di secondo di vita dell'universo, quando le dimensioni dell'attuale universo osservabile dovevano essere circa quelle di una arancia.

Dunque l'universo ha una storia, e come ogni storia anche quella cosmica sembra avere avuto un punto di partenza. Questo è, in estrema sintesi, l'ipotesi per il futuro. Tuttavia, alla domanda: «Che cosa accadde all'inizio?» la cosmologia non dà risposte. Via via che ci avviciniamo a quel punto limite le variabili fisiche che usiamo per descrivere l'universo assumono valore infinito, e le equazioni su cui ci siamo appoggiati per compiere tutti i passi intermedi che ci hanno fatto giungere fino a questo punto perdono di significato. Lo spazio e il tempo, e con essi l'energia (di cui la materia è una forma) sembrano emergere da un evento alle soglie del quale la scienza ci conduce, ma che la scienza non afferra. È uno di quei punti di frontiera in cui la scienza, trattando il suo oggetto particolare con serietà e secondo il proprio metodo, va a cozzare contro un fattore della realtà che essa stessa, per rimanere coerente, deve riconoscere come «oltre», come «inconcepibile». Questa situazione caratterizza sempre la conoscenza scientifica, ma forse emerge in modo più suggestivo quanto più è «fondamentale» l'oggetto in questione. Del resto ciò non riguarda solo l'origine della realtà fisica nel senso cosmologico (storia e passato), ma anche l'origine della realtà fisica nel presente. Se torno a guardare il vaso di fiori che ho nella mia stanza, sono ancora davanti allo stesso mistero: di che cosa è fatto?

di Marco Bersanelli - Lugano - Svizzera


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Money Money

Considerazioni

Questo non è un articolo ma più che altro una considerazione su ciò che ho letto sulla vostra rubrica.
Mi chiedevo come si fa a lasciare definitivamente il posto che si ama ed adattarsi a vivere in un contesto completamente differente negli usi, costumi, mentalità.....

Io amo la mia città, per quanto caotica e invivibile sia diventata (Roma); ho girato tutto il mondo e ogni tanto ho il desiderio di scappare a Parigi o ai Caraibi o in tanti splendidi posti che ho visitato ma, una volta rientrata, sono felice perchè torno a tutto quanto è il mio essere e che ha contribuito a fare di me ciò che sono: la mia città, le sue abitudini, la sua poesia e la sua vita. Non potrei mai vivere definitivamente in un altra città e, quando ci ho provato per amore, il risultato era che stavo più a Roma che non a Genova (non appena potevo)e, dopo la mia separazione sono tornata felicemente qui. Per me è stato difficilissimo adattarmi alle abitudini di quella città, alla mentalità di quella Regione, ai differenti orari che caratterizzavano Genova. Ho fatto un grandissimo sacrificio e sforzo per adattarmi e l'ho fatto ma era un adattamento, una cosa artificiale e costruita e non c'è niente di peggio, per una persona spontanea e "libera" come sono io, che non poter vivere in piena libertà e spontaneità la propria vita. Per cui è stato con gioia immensa che sono ritornata a vivere definitivamente a Roma; continuerò a viaggiare e soggiornare in tutto il mondo ma sarà solo un "soggiorno" temporaneo e non un allontanamento definitivo. E provo tristezza per tutte quelle persone italiane che vivono all'Estero e che si aggrappano alle loro origini con giornali, trasmissioni o Internet. Certo, nessuno è così fortunato da poter vivere tutta la vita secondo i suoi desideri; infatti c'è stato qualcuno che ha detto che è bene cercare di ottenere ciò che si desidera altrimenti si dovrà desiderare obbligatoriamente ciò che si è ottenuto.
In fine, rispondendo a quel signore che citava Sheakespeare, direi che oggi il dilemma è fra apparire ed essere. Dilemma tanto per dire perchè pare che oggi conti più apparire. Complimenti per la rubrica; è molto piacevole sfogliarla.
Buona giornata a tutti.

L'autrice desidera restare anonima


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ESSERE,  NON ESSERE O CREDERE DI ESSERE...

L’affermazione di Shakespeare “To be or not to be, this is the question” (essere o non essere, questo è il dilemma) sembra essere stata scalfita ed inesorabilmente sorpassata dall’inevitabile corso del tempo. Specialmente durante il periodo del “presunto progresso e benessere”. Il fatto di selezionare o valutare cose o persone, era ritenuto alquanto semplice. Oggi invece, s’impone l’aggiornamento o meglio il rinnovamento del vecchio concetto, introducendo, come emerge dal titolo il “terzo e ben più impegnativo incomodo”, e cioè  “credere di essere” che, inseritosi con scopi occulti ben precisi, evidenzia in modo lampante, la fragilità del “cammino della vita”, già irto di problemi, di false verità e comportamenti che purtroppo esulano e non poco, “dall’essere o dal non essere”.
Per la società di tutto il Mondo, l’adozione del concetto poc’anzi citato, offre al cittadino carenze non indifferenti, creando dubbi e suscitando instabilità nell’opinione pubblica, sempre scettica nell’ammettere determinate “posizioni”. La dignità di una vera coscienza e l’intramontabile coerenza fra parola e fatti, potrebbero esserne degli esempi. Colui che però incarna maggiormente il “credere di essere” che affligge e coinvolge il quieto vivere “apparente” della comunità è da imputare ad una determinata persona che espleta mansioni che non gli competono o meglio svolge “cariche” che sorpassano le sue dimensioni, in qualità di una autorità che non si può definire tale. Viva e vegeta è solo l’illusione di “credere di essere”. Oggi, che il volto del pianeta è stato in parte ridimensionata, il completamento del concetto di Shakespeare è una esigenza impellente, altamente e profondamente significativa per tutti gli esseri umani convinti che la verità è la linfa della giustizia.
Si ribadisce pertanto che la nuova versione e cioè:
“ESSERE, NON ESSERE O CREDERE DI ESSERE, QUESTO E’ IL DILEMMA”.

N.B.: Ogni eventuale riferimento a persone attive o pensionate del campo doganale è puramente casuale.

Gianni Paltenghi - Ponte Tresa (VA)


Dalla California

Complimenti per l'ottimo servizio che offrite a tutto il mondo, aiuta veramente tutti quelli che sono lontani dall'Italia, come me, a sentirsi più vicino. Sono da tre anni a San Diego, California, ed è proprio una sensazione piacevole quella che si prova a leggere i messaggi di altri che come me sono lontani dalla nostra bella Italia. Girovagare per il vostro sito è un po' come se si fosse in Italia. Non vedo l'ora tornare. 
Grazie a tutti.

Fabio Rinaldi, manager, un "ex-romano"


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Francesco Pircio, studente, molisano, da Pittsburgh, Pennsylvania: "Avete fatto un buon lavoro. Ma può essere ancora ampliato e migliorato. Dateci dentro!".


Da Natal, Brasile, un astronomo di origine veneta, Jose-Renan De Medeiros: "Complimenti per il vostro sito. Tante grazie per questo meraviglioso servizio che fa la bella Italia più prossima!"


Da Melbourne Tony Chiechi, originario di Adelfia (Bari) come lui stesso precisa e da 27 anni in Australia: "Ringrazio la Pubblinet Switzerland per questa incredibile iniziativa della "Gazzetta del Navigante" Potreste far qualcosa per farci giungere i risultati regionali di calcio?


Da Leeds/UK (Inghilterra), Luca Ramenghi, pediatra, abruzzese: "E' sempre antipatico ed ingiusto esprimere giudizi su ciò che magari non si conosce bene. Ritengo comunque che le potenzialità di questo servizio possano essere estremamente promettenti. Buon lavoro".
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Seri e concreti
Dopo la spedizione della mia lettera in solidarietà ad Enzo Biagi, debbo confessare che ho ottenuto il risultato che mi ero preposto. Dalle tantissime risposte che mi sono giunte è emerso chiaramente che quello che domina nella politica nazionale è un enorme conflitto di potere determinato il più delle volte da un fatto di simpatia  o di antipatia per le persone responsabili della vita sociale. Non nego con questo un rapporto di amicizia e di simpatia con Enzo Biagi che riguarda il rapporto interpersonale che alle volte presuppone anche qualche divergenza ideologica.
La realtà però è ben diversa, oggi si ragiona soltanto con preconcetti, si esprimono giudizi positivi o negativi con grossa superficialità motivati dal fatto che non si cerca e non si vuole una pace e una serenità sociale ma soltanto si vuol dimostrare che si è i più forti e che si ha un grosso potere per imporsi. 
Cerchiamo di essere seri e concreti: dove troviamo la progettazione e la promozione di politiche sociali che offrono le opportunità specialmente ai giovani di ritrovare se stessi, di evidenziare la propria realtà antropologica e di trovare una loro sicurezza che gli dia la possibilità di poter vivere la propria vita con serenità e con gioia? I giovani vengono distrutti dalle conflittualità di potere e vivono in un grosso stato di confusione che non gli permette di arrivare ad una maturazione che gli offra la possibilità di vivere concretamente in armonia con i suoi simili. Sono pedagogista da 50 anni, vivo a contatto con giovani quotidianamente e purtroppo debbo riconoscere che la responsabilità di gesti e di comportamenti inconsulti, il più delle volte sono causati non da fenomeni patologici ma dallo stato confusionale e conflittuale esistenti nella realtà sociale in cui sono costretti a vivere.
Non voglio colpire o condannare nessuno: non mi faccio condizionare ne dalla destra ne dalla sinistra, ma quello che mi amareggia è la mancanza di volontà di dialogo senza preconcetti per potere far scaturire progetti di politiche sociali  che diano una risposta valida per un rinnovamento. Guardiamo i reati che si stanno moltiplicando giornalmente. I delitti sconcertanti che non sono certamente risultato di patologie psichiche ma di conflitti per il condizionamento che l'individuo subisce dall'esaltazione del danaro. Sono alla ricerca di un dialogo, tanto difficile da raggiungere e se vogliamo una società diversa operiamo per metterlo in atto.

(don Ulisse Frascali)
Fondazione Nuovo Villaggio Del Fanciullo
Via 56 Martiri 79
48100 RAVENNA
tel. 0544/61083

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Palestina, nel labirinto del conflitto 
In viaggio nelle città assediate dai carri armati. Il negoziato è l'unica soluzione 
 

Palestina. 7 marzo. 
Con una delegazione di parlamentari europei - tra gli altri Luisa Morgantini e Gianni Pittella - ci siamo immersi per quattro giorni nello scenario di guerra della Palestina. Visti da qui, senza il filtro televisivo, le immagini, i rumori, le persone trasmettono altre sensazioni: si percepisce il dramma dei civili, la paura, lo sgomento quotidiano. La prima tappa ci porta a Ramallah con due fuoristrada dell'Unione europea. Il funzionario


 
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che ci accompagna ci fa firmare un foglio che li solleva da ogni responsabilità su quanto può accaderci. Da Gerusalemme a Ramallah il viaggio è breve: colpisce l'estensione degli insediamenti dei coloni. Ci rechiamo da Abu-Ala (presidente del consiglio legislativo palestinese): lamenta l'isolamento, l'impossibilità concreta di riunire il parlamento. Vediamo Arafat a Ramallah, poche ore dopo i bombardamenti. Le preoccupazioni sono le stesse di Abu-Ala. In questi anni di conflitto - ci dice Arafat - la perdita di vite umane e i danni economici sono enormi, incalcolabili.

8 marzo. 
Il pomeriggio a Gerusalemme, in Paris Square, si svolgono due manifestazioni: una dei pacifisti di Peace now, l'altra - a pochi metri dalla prima - dell'estrema destra. Impensabile, da noi, nella stessa piazza due manifestazioni così diverse e opposte negli obiettivi. Le macchine che passano intorno alla piazza segnalano il consenso agli uni o agli altri. I giovani della destra ripetono ossessivamente contro le donne in nero e i militanti di Peace now i loro slogan : "Uccidete i vostri fratelli", "Volete la morte di Israele".
A Gerusalemme est, nella parte araba, i segni della crisi si fanno sentire più che altrove. Molte botteghe restano aperte in attesa di clienti, ma sono pochi i turisti che si incontrano nel quartiere. La sera, le tv arabe trasmettono in continuazione le immagini degli scontri e dei rastrellamenti. Dall'albergo che ci ospita sentiamo il rombo degli F-16, il rumore delle pale degli elicotteri, le sirene delle ambulanze. Si contano i morti, gli attentati: l'ultimo in un bar vicino alla casa del premier Ariel Sharon. Le vittime sono giovani, inermi, civili.

9 marzo. 
Arrivati a Betlemme ci rendiamo conto che lo sbarramento è impressionante: carri armati lungo la strada e al check point. Possiamo procedere solo a piedi, percorrendo unicamente la strada principale. Passa i controlli con noi una donna palestinese smarrita e terrorizzata dalla visione dei carri armati. Si vedono i segni dei bombardamenti, il centro sanitario della Croce rossa palestinese è distrutto, le macerie sono lungo tutta la strada. Non incontriamo nessuno per i primi cento metri, il coprifuoco è totale. Fino alla piazza della Natività, le sole presenze sono quelle dei bambini, che incuranti di tutto si raggruppano per strada. Solo più avanti incontriamo qualche palestinese armato e poi macchine della tv araba che percorrono le strade velocemente. Cerchiamo il nostro contatto con i cellulari, non sappiamo se andare avanti o fermarci.
Finalmente arriva una rappresentante dell'Autorità nazionale palestinese e possiamo continuare con più tranquillità. La giovane palestinese, militante della prima Intifada, ha perso tutto: la famiglia, la casa. Dopo due anni di carcere, si occupa del recupero dei bambini e coordina le attività di assistenza per le donne. 
Incontriamo nella sede del municipio le diverse autorità: il sindaco e il capo della polizia. Sono esasperati, ma non rassegnati. Sono esausti per i continui bombardamenti, chiedono un impegno forte a noi europei. Nella piazza gruppi di poliziotti e milizie armate presidiano e si muovono in diverse direzioni cercando di mantenere la loro rete di contatti. Ci avvisano che alcune case sono occupate dai cecchini israeliani e di conseguenza dovremmo muoverci con i taxi o con macchine della polizia per recarci all'ospedale. Quest'ultimo, costruito dalla cooperazione italiana, è una delle poche strutture ancora funzionanti. All'ingresso decine di persone attendono notizie dei feriti. C'è un clima di composta e grande sofferenza: alcuni pregano, alcuni aspettano in silenzio. All'interno troviamo molti feriti. Un gruppo di persone sta portando via con una barella a spalla un giovane morto nella notte, colpito dal fuoco degli elicotteri. Parte il corteo funebre e noi lasciamo l'ospedale per fare ritorno negli uffici del comune. Nel pomeriggio è previsto il rientro a Gerusalemme in taxi. Passaporti ben visibili in mano e braccia alzate, avanziamo lentamente verso il check point.

14-15-16 marzo. 
A cinque giorni dalla prima missione, torno in Palestina con Marina Sereni, responsabile esteri dei Ds. A Tel Aviv si tiene la riunione del Simec (Comitato per il Medioriente dell'Internazionale socialista). I lavori si svolgono in due momenti distinti: la mattina del 14 a Ramallah con la presenza dell'Autorità nazionale palestinese e di Fatah: sono presenti Arafat, Rabbo, Al-Hassan, Ilan-Halevi. Arafat auspica un'iniziativa americana che consenta il ritiro immediato di Israele dai territori. 
L'incontro si svolge in modo concitato, interrotto dalle telefonate che arrivano ad Arafat da Barcellona. Lo stesso Zinni, inviato del presidente Bush in Medioriente, è arrivato da poche ore a Gerusalemme. Non ci sono i laburisti israeliani, non è stato possibile garantirne la sicurezza. Due i punti cardine per la delegazione palestinese: l'iniziativa saudita ed il vertice di Beirut della Lega araba. L'ultima risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu che ribadisce il diritto dei palestinesi ad uno Stato è salutata con favore. Rabbo - ministro dell'informazione palestinese - definisce la situazione del suo popolo non dissimile da quella vissuta dalla popolazione di Sarajevo e lamenta l'assenza di un'opposizione reale al governo di Sharon. 
Nel pomeriggio incontriamo Yossi Belin, uomo di punta della coalizione israelo-palestinese, che spinge per un dialogo ed è critico con il suo partito al governo. Belin rovescia il ragionamento di Shimon Peres, che l'indomani ci dirà che la presenza dei laburisti israeliani al governo è utile per non spingere ancora più avanti il conflitto, contenere la spinta a destra del Likud e di Sharon, lasciare aperto un margine per il negoziato. Belin, al contrario, ritiene la presenza al governo dei laburisti una copertura e una legittimazione della politica di Sharon. Sostiene che senza l'appoggio dei laburisti Sharon non avrebbe spinto così avanti l'escalation militare. Il punto essenziale dell'iniziativa della "coalizione israelo-palestinese" è il ritiro dai territori occupati. 
Le stesse cose vengono ripetute da Yossi-Sarid (presidente del Meretz) la mattina dopo, in apertura della sessione del comitato dell'Internazionale socialista a Tel-Aviv. Considera grave - ripercorrendo le vicende del recente passato - la non accettazione degli accordi di Taba da parte di Arafat, "Il terreno del confronto era buono". Quella rottura - sostiene Sarid - ha consegnato il paese nelle mani di Sharon. Fa risalire al 1967 la gravità della situazione, sostiene che l'occupazione e gli insediamenti dei coloni sono degli errori gravi che alimentano il terrorismo. La delegazione laburista, prima con Benjamin Ben Eliezer e poi con Shimon Peres, ribadisce la linea della presenza al governo ritenendola essenziale per non consegnare il paese alle destre. La discussione è difficile, in forme diverse si manifestano da parte dei partiti socialisti dubbi e perplessità su questa scelta. Le difficoltà del Partito laburista sono evidenti, se la situazione non dovesse mutare potrebbe accentuarsi uno scontro durissimo e dagli esiti incerti. 
Nella mattinata del giorno dopo incontriamo, all'università di Gerusalemme, Sari Nusseibeth. E' un esponente della coalizione israelo-palestinese che cerca di mantenere aperto il dialogo nella società civile, è tra coloro che ritengono fondamentale questo dialogo: si tratta di un investimento per il futuro. In mattinata, abbiamo visitato Betlemme con il console italiano e con il padre francescano Ibrahim. Siamo stati dalle suore che vivono vicino al campo profughi, poco lontano da un insediamento di coloni. Quella zona, come tutta Betlemme, è occupata dai carri armati. Abbiamo visto in prossimità del convento una casa dove due famiglie palestinesi "convivono" con una pattuglia militare israeliana che alla nostra vista si affaccia facendo cenno di allontanarci. Questa è la nostra ultima tappa, prima della partenza. Ci restano pochi minuti per salutare le suore, padre Ibrahim e tornare all'albergo American Colony a Gerusalemme. Nel cortile soleggiato dell'hotel, sotto gli alberi di frutta, consumiamo un piccolo pasto e un profumato caffè arabo. 
Poche ore dopo, sull'aereo che ci riporta a Roma, non posso fare a meno di sentirmi paradossalmente sollevato. Abbiamo lasciato alle spalle una situazione tragica, dove la vita di ognuno resta in pericolo se non ci saranno due Stati e due popoli con reciproche garanzie di sicurezza e stabilità. L'Europa, l'Italia e la sinistra europea devono fare la loro parte per riaprire il dialogo tra israeliani e palestinesi.

 Nicola Manca 

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E intanto la povera Italia fa collezione di multe...
 

STRASBURGO

È proprio il caso di dire che le disgrazie non vengono mai da sole... In questi giorni la Corte di giustizia della Comunità Europea a Strasburgo ha respinto il ricorso presentato dal governo italiano contro le sanzioni applicate dalla Commissione europea in seguito a irregolarità (e cattiva gestione) dei contributi comunitari per la campagna agricola del periodo 1992/1993. La sanzione rende definitiva la fattura di 109 miliardi già ampiamente trattenuta nel 1996 dai servizi finanziari della Commissione delle linee di bilancio agricole per l'Italia. Che dire, se non segnalare questa nuova botta in arrivo al mondo agricolo della penisola.Un mondo agricolo che sembra proprio vivere anni non molto felici: basta pensare ai tagli già presentati in questa finanziaria che hanno fatto perfino vibrare le corde della protesta dei sindacati agricoli, da sempre tradizionali alleati del governo di Romano Prodi. Ma, come se non bastasse, la conferma della multa arriva insieme alla notizia che la solerte giustizia italiana ha rinviato a giudizio cinquanta agricoltori colpevoli di avere partecipato alle proteste dei Cobas del latte dello scorso anno. Inoltre, già da questa campagna, i bieticoltori e i risicoltori (soprattutto padani) sentiranno gli effetti dei tagli che il ministro Pinto ha firmato a livello comunitario. Ma vediamo nel dettaglio quali sono i fatti contestati, insieme all'ammontare delle multe elevate al governo di Roma dalla Commissione europea e giudicati corretti dalla Corte di giustizia di Lussemburgo. Li riportiamo di seguito: multa di 7,1 miliardi di lire per spese di stoccaggio pubblico in relazione ad una procedura di aggiudicazione irregolare di carne bovina; multa di 54,9 miliardi di lire per spese di stoccaggio pubblico di carne bovina per insufficienza di controlli e acquisto di merce non destinata all'intervento comunitario; multa di 34,1 miliardi di premi ritenuti inadeguati al settore ovino a causa di cattivi e inadeguati controlli;multa di 10,1 miliardi di lire per insufficienza e carenze nel sistema dei controlli nel settore dello stoccaggio pubblico di cereali; multa di 2,2 miliardi per messa a riposo irregolare di terre di Sicilia; infine, multa di 391 milioni di rimborso per spese di stoccaggio pubblico di zucchero a causa di mancati controlli.
 

di ANTONIO RUBATTU 
 
 
 
 

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