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Vicende luganesi: la prostituzione
Franco Verda e la Giustizia-lumaca

La giustizia non funziona per colpa dei politici

Centinaia di pendenze. Vecchi reati ancora avvolti nel mistero. La giustizia ticinese zoppica più che mai. Secondo Franco Verda, presidente del Tribunale penale cantonale, la colpa è dello Stato.

Perché i misteriosi incendi dolosi del Palace e del Centro autonomo a Lugano sono ancora irrisolti?
Non sono io che mi occupo di queste inchieste; io devo solo giudicare. Probabilmente chi le ha in mano le manderà avanti come le altre. 

I piccoli traffici di droga però vengono chiariti più rapidamente.
I traffici di droga sono nettamente aumentati e ci portano via molto tempo. Sono spesso processi indiziari che coinvolgono asilanti. 

Sembra più facile condannare uno straniero che un personaggio locale...
Noi esaminiamo tutti gli incarti che ci trasmette il Ministero pubblico. L'unica differenza è che l'asilante in carcere preventivo ha il diritto di essere processato prima perché è stato privato della libertà.

Ma perché le inchieste che toccano gli interessi di personaggi importanti restano nei cassetti per anni?
La giustizia fa il suo corso indipendentemente da chi è coinvolto. 

Perché si è aspettato tanto per introdurre una brigata finanziaria?
La brigata è stata introdotta per risparmiare. Prima si faceva affidamento su perizie esterne. Per quanto mi riguarda sarebbe forse stato meglio agire prima.

Così ora ci sarebbe qualche colletto bianco in più dietro le sbarre?
È sbagliato generalizzare. Tra tutti gli accusati in attesa di processo circa un terzo sono a piede libero e due terzi in carcere. In Svizzera interna la situazione è peggiore: i banchieri accusati di malversazioni beneficiano sempre della libertà provvisoria anche perché le carceri sono piene. Da noi invece è l'eccezione.

Si risparmia parecchio sul vostro lavoro. Significa che il "meno stato" non è stato clemente nemmeno con voi?
È possibile. Non voglio comunque parlarne perché la politica non è il mio campo.

Come no? I risparmi la toccano direttamente.
Certo. Comunque il cittadino è abbastanza soddisfatto della sicurezza. C'è persino chi dice che siamo diventati uno stato poliziesco.

I politici cavalcano il tema della sicurezza per scopi elettorali?
È possibile. Ma non sono un politico e non entro nel merito.

I politici che cavalcano il tema della sicurezza non sono anche gli stessi che hanno interesse a una giustizia lenta?
Non direi. È vero che la nostra giustizia è talvolta lenta, ma ciò non dipende da noi. Non credo comunque ci si possa lamentare. 

Ma il Gran consiglio non vi dà i mezzi.
Per il momento i mezzi sono quelli che sono. Ma la giustizia è lenta anche perché siamo un cantone litigioso con moltissimi avvocati che devono svolgere i loro mandati.

Eppure a Zurigo ci sono 150 procuratori pubblici. In Ticino solo 12.
Le cifre parlano da sole. Siamo effettivamente sottodimensionati. Potremo essere rapidi solo quando lo Stato ci darà i mezzi adeguati. 

Secondo lei quindi lo Stato è responsabile del disfunzionamento della giustizia?
Sì. Ma non vorrei mettere lo Stato sul banco degli accusati.

La giustizia è influenzata dai partiti politici?
30 anni fa sono stato nominato da un partito politico. Da allora non mi sono più occupato di politica. 
Il magistrato è indipendente. Non ci interessa minimamente di quale partito politico sia l'accusato. E non conosco magistrati che facciano parte degli organi direttivi di un partito politico.

I magistrati però vengono nominati dai politici.
Venivano. Oggi è una commissione apartitica che propone i candidati. È chiaro che poi sono eletti dal Gran consiglio dove il discorso è più politico.

Quindi giudici e procuratori dipendono comunque dagli appoggi di partito?
In questo tribunale sono passati accusati di tutte le tendenze politiche. Sono stati trattati tutti allo stesso modo. Non ho mai avuto nessun motivo per credere che vi fosse un legame di dipendenza tra magistrati e partito. E lo stesso vale per i procuratori.

Insomma i politici prima influenzano le nomine dei giudici. E poi non vi danno i mezzi per fare bene il vostro lavoro?
Certi settori della giustizia non possono funzionare come vorrebbero e dovrebbero. Perché non hanno gli strumenti per farlo. Questo impedisce un funzionamento rapido della giustizia. 

E questo fa sì che di fronte alla giustizia vi siano cittadini di serie A e B?
Non si può affermare che un cittadino sia di serie A perché viene processato più sollecitamente o viceversa. 
Noi siamo oberati di lavoro. Il tribunale che presiedo conta attualmente 400 pendenze. Gli incarti in entrata aumentano costantemente. E siamo solo in tre giudici.

Prossimamente il Gran consiglio si pronuncerà su un aumento da tre a quattro giudici. Un aiuto ridicolo?
Per ora sono soddisfatto. È chiaro che a lunga scadenza la riforma giudiziaria proposta da Luigi Pedrazzini è fondamentale. Perché un giudice può celebrare da 40 a un massimo di 80 processi all'anno a dipendenza della loro complessità.

È vero che ci vorrebbero almeno 8 giudici solo per recuperare le pendenze di vecchia data?
Otto no. Quattro sicuramente. Politicamente non era proponibile un aumento maggiore.

Vuol dire che lei come presidente del Tribunale penale non ha saputo picchiare i pugni sul tavolo?
Non è così. Io parlo spesso di questo tema sulla stampa e ho sempre informato l'autorità politica.

Perché allora non era proponibile un aumento maggiore?
Perché la situazione finanziaria non lo permette e forse perché secondo vecchi pregiudizi dei politici alcuni giudici sono degli scansafatiche. Ma i giudici penali hanno sempre dato il massimo.

È vero che per la riforma giudiziaria ci vorranno decenni?
No. Almeno spero. È da trent'anni che sono qui e non abbiamo mai vissuto un'emergenza simile. Qualche anno fa la situazione era sotto controllo. Avevamo circa 110 pendenze. Oggi 400.

Oggi quindi la situazione non è più sotto controllo?
No. Facciamo fatica a gestire il tutto. La carcerazione preventiva ha una scadenza. Spesso dobbiamo chiedere una proroga alla camera dei ricorsi penali perché non ce la facciamo.

Col gioco dei ricorsi molti reati cadono in prescrizione prima che il colpevole sia condannato.
Io combatto contro le prescrizioni. 

Le modifiche legislative come il rito abbreviato vi agevolano il lavoro?
Il rito abbreviato ci evita di leggere nel dettaglio l'incarto. Dobbiamo comunque verificare se la pena è adeguata.
Le modifiche legislative sono utili ma non bastano. Occorrono nuove strutture e più magistrati.

Copyright © L'Inchiesta, 3.2000, maggio
 


Storia di un bordello


 


Storia di un bordello illegale riattato dal sindaco di Lugano e sequestrato dallo Stato. I proventi della prostituzione nascosti all'estero sotto gli occhi della magistratura.

Per anni Casa Giulia a Paradiso è stata sequestrata dallo Stato. Ma il proprietario ha continuato ad affittare camere alle prostitute a prezzi da usura. Per sfuggire a un fallimento da 100 milioni, ha nascosto i soldi. Ma la giustizia ticinese finora non l'ha mai punito.

Con la palazzina rosa a Paradiso perfino il sindaco di Lugano Giorgio Giudici ha incassato migliaia di franchi. Come architetto l'ha infatti trasformata in un bordello illegale, ora chiuso dalla polizia.

Grazie a Casa Giulia un altro personaggio, meno noto, ha intascato molto di più, come mostrano documenti scottanti di cui L'Inchiesta è entrata in possesso. 

Nel 1992 lo speculatore immobiliare Alfred Steffen acquista la società che gestisce Casa Giulia. Nel 1993 contro di lui si apre il fallimento. Per sfuggire ai creditori (che chiedono 97 milioni) Steffen cerca di nascondere i soldi in Spagna e in Marocco, patria della moglie Halima.

Nel 1990, quando si sposano, lei è nullatenente: lavora come decoratrice di interni a Stans e dichiara 40 mila franchi di reddito. 

Nel 1995 la moglie dichiara al fisco oltre due milioni: villa in Spagna, banconote, gioielli e 4 auto. Più l'intero pacchetto azionario di Casa Giulia (500 mila franchi) che la donna nel frattempo ha comprato.

Il 30% delle azioni le rileva dal marito per un franco (!) prima del fallimento.

Il rimanente 70% Halima lo acquista nel 1994 per 120 mila franchi dalla massa fallimentare. Un prezzo che molti creditori giudicano troppo basso.

L'avvocato Gianluca Boscaro ad esempio accusa l'amministratore del fallimento Walter Hagen della Lugafid di aver mentito ai creditori e di aver amministrato infedelmente il fallimento per favorire gli Steffen.

Hagen respinge le accuse. "Non è nostro compito appurare se i fondi della moglie del fallito provengano da introiti illeciti". Giovanni Merlini, presidente del Partito liberale radicale e avvocato dei creditori, lo appoggia. "Tocca al ministero pubblico indagare".

Nel 1996 la procuratrice Elena Neuroni Naef chiede il sequestro del 70% delle azioni di Casa Giulia. Non è infatti chiaro da dove Halima abbia attinto i fondi per acquistare il pacchetto azionario. 

Intanto nella palazzina si continua a esercitare la prostituzione clandestina. Ma visto che il bordello illegale è controllato dallo Stato (a tutela del fisco e degli altri creditori), Alfred Steffen incassa in nero una parte degli affitti.

I prezzi sono da usura come mostrano i verbali in mano all'Inchiesta. In un appartamento stanno pigiate diverse prostitute che pagano ognuna oltre fr. 2'000.- al mese.

"All'inizio di ogni settimana pago fr. 600.- dietro ricevuta più fr. 250.- in nero" ammette ad esempio Ana, una prostituta brasiliana. Sulla foto che le mostra la procuratrice Neuroni Naef, Ana riconosce l'uomo che intasca i soldi in nero: è Alfred Steffen.

La moglie Halima si oppone al sequestro delle azioni e ricorre fino al Tribunale federale, che le dà torto. Secondo i giudici i milioni della donna provengono probabilmente da attività poco chiare (prostituzione) o illecite (sottrazione alla massa fallimentare del marito). "Per questi motivi sono stati ipotizzati i reati di bancarotta fraudolenta e di usura".

Ora toccherebbe al ministero pubblico continuare le indagini per far saltar fuori i soldi. Ma il procuratore pubblico Emanuele Stauffer (che ha rilevato l'incarto) a sorpresa revoca il sequestro delle azioni. 

"Vi sono effettivamente stati prelievi sospetti del marito Alfred sui suoi conti in banca" osserva il procuratore. Non è però possibile provare che i soldi siano finiti nelle mani della moglie. Il magistrato rinuncia a indagare in Marocco per "difficoltà rogatoriali". 

Contro la decisione è pendente un ricorso dei creditori. Gli Steffen, da anni indagati per bancarotta fraudolenta e usura, sono tuttora a piede libero. Hanno alle spalle debiti che oggi superano probabilmente 150 milioni di franchi. Ma respingono ogni accusa. 

La giustizia-lumaca sta facendo il suo corso.

Copyright © L'Inchiesta, 3.2000, maggio
 

Indice
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Le logge in Ticino
Affari poco chiari
La piovra Ticinese
Il segreto di Corti
Storia di un bordello

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Fonti: dalla rivista ticinese "L'inchiesta"