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giustizia non funziona per colpa dei politici
Centinaia di pendenze. Vecchi reati ancora avvolti nel mistero. La giustizia ticinese zoppica più che mai. Secondo Franco Verda, presidente del Tribunale penale cantonale, la colpa è dello Stato. Perché
i misteriosi incendi dolosi del Palace e del Centro autonomo a Lugano sono
ancora irrisolti?
I
piccoli traffici di droga però vengono chiariti più rapidamente.
Sembra
più facile condannare uno straniero che un personaggio locale...
Ma
perché le inchieste che toccano gli interessi di personaggi importanti
restano nei cassetti per anni?
Perché
si è aspettato tanto per introdurre una brigata finanziaria?
Così
ora ci sarebbe qualche colletto bianco in più dietro le sbarre?
Si
risparmia parecchio sul vostro lavoro. Significa che il "meno stato" non
è stato clemente nemmeno con voi?
Come
no? I risparmi la toccano direttamente.
I
politici cavalcano il tema della sicurezza per scopi elettorali?
I
politici che cavalcano il tema della sicurezza non sono anche gli stessi
che hanno interesse a una giustizia lenta?
Ma
il Gran consiglio non vi dà i mezzi.
Eppure
a Zurigo ci sono 150 procuratori pubblici. In Ticino solo 12.
Secondo
lei quindi lo Stato è responsabile del disfunzionamento della giustizia?
La
giustizia è influenzata dai partiti politici?
I
magistrati però vengono nominati dai politici.
Quindi
giudici e procuratori dipendono comunque dagli appoggi di partito?
Insomma
i politici prima influenzano le nomine dei giudici. E poi non vi danno
i mezzi per fare bene il vostro lavoro?
E
questo fa sì che di fronte alla giustizia vi siano cittadini di
serie A e B?
Prossimamente
il Gran consiglio si pronuncerà su un aumento da tre a quattro giudici.
Un aiuto ridicolo?
È
vero che ci vorrebbero almeno 8 giudici solo per recuperare le pendenze
di vecchia data?
Vuol
dire che lei come presidente del Tribunale penale non ha saputo picchiare
i pugni sul tavolo?
Perché
allora non era proponibile un aumento maggiore?
È
vero che per la riforma giudiziaria ci vorranno decenni?
Oggi
quindi la situazione non è più sotto controllo?
Col
gioco dei ricorsi molti reati cadono in prescrizione prima che il colpevole
sia condannato.
Le
modifiche legislative come il rito abbreviato vi agevolano il lavoro?
Copyright
© L'Inchiesta, 3.2000, maggio
Storia di un bordello illegale riattato dal sindaco di Lugano e sequestrato dallo Stato. I proventi della prostituzione nascosti all'estero sotto gli occhi della magistratura. Per anni Casa Giulia a Paradiso è stata sequestrata dallo Stato. Ma il proprietario ha continuato ad affittare camere alle prostitute a prezzi da usura. Per sfuggire a un fallimento da 100 milioni, ha nascosto i soldi. Ma la giustizia ticinese finora non l'ha mai punito. Con la palazzina rosa a Paradiso perfino il sindaco di Lugano Giorgio Giudici ha incassato migliaia di franchi. Come architetto l'ha infatti trasformata in un bordello illegale, ora chiuso dalla polizia. Grazie a Casa Giulia un altro personaggio, meno noto, ha intascato molto di più, come mostrano documenti scottanti di cui L'Inchiesta è entrata in possesso. Nel 1992 lo speculatore immobiliare Alfred Steffen acquista la società che gestisce Casa Giulia. Nel 1993 contro di lui si apre il fallimento. Per sfuggire ai creditori (che chiedono 97 milioni) Steffen cerca di nascondere i soldi in Spagna e in Marocco, patria della moglie Halima. Nel 1990, quando si sposano, lei è nullatenente: lavora come decoratrice di interni a Stans e dichiara 40 mila franchi di reddito. Nel 1995 la moglie dichiara al fisco oltre due milioni: villa in Spagna, banconote, gioielli e 4 auto. Più l'intero pacchetto azionario di Casa Giulia (500 mila franchi) che la donna nel frattempo ha comprato. Il 30% delle azioni le rileva dal marito per un franco (!) prima del fallimento. Il rimanente 70% Halima lo acquista nel 1994 per 120 mila franchi dalla massa fallimentare. Un prezzo che molti creditori giudicano troppo basso. L'avvocato Gianluca Boscaro ad esempio accusa l'amministratore del fallimento Walter Hagen della Lugafid di aver mentito ai creditori e di aver amministrato infedelmente il fallimento per favorire gli Steffen. Hagen respinge le accuse. "Non è nostro compito appurare se i fondi della moglie del fallito provengano da introiti illeciti". Giovanni Merlini, presidente del Partito liberale radicale e avvocato dei creditori, lo appoggia. "Tocca al ministero pubblico indagare". Nel 1996 la procuratrice Elena Neuroni Naef chiede il sequestro del 70% delle azioni di Casa Giulia. Non è infatti chiaro da dove Halima abbia attinto i fondi per acquistare il pacchetto azionario. Intanto nella palazzina si continua a esercitare la prostituzione clandestina. Ma visto che il bordello illegale è controllato dallo Stato (a tutela del fisco e degli altri creditori), Alfred Steffen incassa in nero una parte degli affitti. I prezzi sono da usura come mostrano i verbali in mano all'Inchiesta. In un appartamento stanno pigiate diverse prostitute che pagano ognuna oltre fr. 2'000.- al mese. "All'inizio di ogni settimana pago fr. 600.- dietro ricevuta più fr. 250.- in nero" ammette ad esempio Ana, una prostituta brasiliana. Sulla foto che le mostra la procuratrice Neuroni Naef, Ana riconosce l'uomo che intasca i soldi in nero: è Alfred Steffen. La moglie Halima si oppone al sequestro delle azioni e ricorre fino al Tribunale federale, che le dà torto. Secondo i giudici i milioni della donna provengono probabilmente da attività poco chiare (prostituzione) o illecite (sottrazione alla massa fallimentare del marito). "Per questi motivi sono stati ipotizzati i reati di bancarotta fraudolenta e di usura". Ora toccherebbe al ministero pubblico continuare le indagini per far saltar fuori i soldi. Ma il procuratore pubblico Emanuele Stauffer (che ha rilevato l'incarto) a sorpresa revoca il sequestro delle azioni. "Vi sono effettivamente stati prelievi sospetti del marito Alfred sui suoi conti in banca" osserva il procuratore. Non è però possibile provare che i soldi siano finiti nelle mani della moglie. Il magistrato rinuncia a indagare in Marocco per "difficoltà rogatoriali". Contro la decisione è pendente un ricorso dei creditori. Gli Steffen, da anni indagati per bancarotta fraudolenta e usura, sono tuttora a piede libero. Hanno alle spalle debiti che oggi superano probabilmente 150 milioni di franchi. Ma respingono ogni accusa. La giustizia-lumaca sta facendo il suo corso. Copyright
© L'Inchiesta, 3.2000, maggio
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