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La macchina dei
desideri dei fisici teorici
Il Large Hadron Collider
inizia l’attività con qualche ingiustificato allarmismo
(fonte: Corriere del Ticino - Marco Cagnotti)
Ci siamo: l'hanno
acceso. Nei prossimi giorni il Large Hadron Collider (LHC) del CERN di
Ginevra vedrà correre nei suoi tubi ad alto vuoto il primo fascio di
particelle elementari. Questo sarà solo un test e da qui ai primi veri
risultati scientifici ci vorrà ancora parecchio. Ma intanto il primo
passo, a 30 anni dalla prima intuizione, sarà stato compiuto.
La gara al gigantismo nelle grandi macchine acceleratrici vede compiersi
l’ultimo successo: il
Large Hadron Collider è diventato operativo.
Questa rincorsa alle energie sempre più elevate, per frugare nei meandri
più reconditi della materia, ha una storia antica che prende avvio
all’inizio del Novecento. E che sembra avviarsi alla conclusione,
sebbene nuovi impianti siano in fase di progettazione.
La gara fra Europa e Stati Uniti
Riutilizzare un impianto vecchio per fare cose nuove:nel 1977 quest’idea
emerge fra i fisici delle particelle, che rivolgono lo sguardo al tunnel
sotterraneo e circolare lungo 27 chilometri che il CERN ha costruito a
Ginevra, a cavallo del confine franco-svizzero. Sette anni dopo viene
creato un gruppo di lavoro per stendere il progetto, che viene
ratificato dal CERN nel 1994. Nel frattempo in quel tunnel si gioca la
supremazia fra l’ Europa e gli Stati Uniti. Gli scienziati del Vecchio
Continente operano con l’acceleratore Large Electron-Positron (LEP), che
fa scontrare fasci di elettroni e di positroni. Oltreoceano si lavora
invece con il Tevatron del Fermilab di Chicago. Lo scopo è raggiungere
le energie necessarie a scoprire una particella, il bosone di Higgs,
prevista dalla teoria ma mai osservata in alcun esperimento.
Il 17 novembre del 2000 a Ginevra viene presa una decisione coraggiosa:
spegnere per sempre il LEP. È un gesto che molti considerano temerario.
Da alcuni indizi l’elusiva particella sembra a portata di mano, e
qualcuno ritiene che forse forse, potenziando un po’ l’acceleratore già
attivo, ci sarebbe stata la possibilità di battere i concorrenti.
D’altro canto rinunciare al LEP significherebbe restare per anni, in
attesa di LHC, senza un acceleratore, e lasciare il campo libero agli
americani. Ma così viene deciso. A favore degli europei gioca la crisi
economica americana e la miopia dei politici statunitensi, che tagliano
i fondi alla fisica fondamentale, dando così tempo ai ricercatori da
questa parte dell’oceano di rimboccarsi le maniche e concludere, pur con
alcuni mesi di ritardo rispetto alla tabella di marcia, i lavori sul
nuovo, grande acceleratore. Che raggiunge energie 7 volte maggiori di
quelle del Tevatron americano, con fasci di particelle 40 volte più
intensi.
I numeri di un impianto gigantesco
Il funzionamento di LHC non è troppo difficile da spiegare:si tratta di
focalizzare due fasci di protoni e di mandarli in collisione uno contro
l’altro, per poi stare a guardare che cosa succede. Hai detto niente… In
ogni fascio ci sono 3.000 miliardi di particelle che percorrono i 27
chilometri a una velocità prossima a quella della luce e che devono
essere allineati con la massima precisione, grazie a 7.000 magneti
superconduttori raffreddati a 2 gradi sopra lo zero assoluto. Quattro
rivelatori tracciano le particelle che emergono dagli impatti, nella
speranza di scovare il bosone di Higgs. Sono giganteschi: il più grande
riempirebbe per metà la cattedrale parigina di Notre-Dame e pesa quanto
la Torre Eiffel. Nondimeno i suoi componenti devono essere allineati con
una precisione di 50 milionesimi di metro. Da tutto questo bendiddio
della tecnologia usciranno dati in grado di intasare 100 mila DVD
all’anno: troppi, per accumularli da qualche parte. Sicché è stato
necessario sviluppare algoritmi capaci di riconoscere al volo solo gli
eventi significativi, ignorando tutti gli altri. Eventi che verranno poi
processati da decine di migliaia di elaboratori nel mondo con la
collaudata tecnica del network computing.
La crisi del Modello Standard
«Nel Medio Evo rinascimentale / c’è chi cerca una liberazione /e c’è chi
scopre un’altra particella…», cantava Franco Battiato. È dunque
ragionevole chiedersi se ne vale la pena. Davvero il bosone di Higgs
merita un investimento di molti miliardi di dollari? In realtà la posta
in gioco è molto più alta. Il bosone di Higgs è importante, forse il
tassello più importante nel vasto mosaico del Modello Standard, cioè il
quadro teorico che descrive il numero e le proprietà delle particelle
elementari e delle forze che agiscono fra loro. Il bosone di Higgs
spiegherà per quale motivo le particelle possiedono proprio quei valori
della massa e non altri. Ma il Modello Standard, sviluppato a cavallo
degli Anni Settanta e Ottanta, zoppica:non rende conto di tutti i
fenomeni e a certe energie perde il proprio valore esplicativo.
Per questo i fisici teorici guardano ben oltre e cercano una Teoria del
Tutto, che sperano possa essere autoconsistente, cioè in grado di
determinare in maniera univoca i valori di tutte le costanti fisiche
fondamentali. Fra i candidati migliori c’è la teoria delle stringhe, che
però è ancora molto lontana da una formulazione completa e definitiva.
Non solo: all’interno della comunità dei teorici negli ultimi anni è
stata sottoposta a un’intensa critica, a favore di teorie alternative
come la gravità quantistica a loop. Su questi confini della conoscenza
si trovano concetti molto lontani dal comune buon senso, dall’intuizione
di noi esseri macroscopici e tridimensionali: dimensioni nascoste (ben
sei spaziali, secondo la teoria delle stringhe) e supersimmetrie.
LHC potrebbe mettere ordine in questo caos teorico. O almeno indirizzare
meglio i ricercatori costringendoli (finalmente) lungo un percorso più
chiaro. En passant, i risultati che il grande acceleratore produrrà
potrebbero anche fare chiarezza sull’enigma più affascinante
dell’astrofisica moderna. Ovvero: da che cosa è composto l’universo?
Sappiamo infatti che la materia visibile rende conto solo del 4 per
cento del totale. Tutto il resto è formato da materia ed energia oscure,
invisibili. Che ci sono, ma sulla cui natura non si ha alcuna certezza.
E poi?
Mentre ancora LHC deve cominciare a macinare risultati scientifici, già
i fisici guardano al suo successore. Fra i più promettenti c’è l’
International Linear Collider (ILC), che sarà lungo più di 30 chilometri
e farà scontrare fasci di elettroni e positroni. Operando parecchi
ordini di grandezza sotto il Large Hadron Collider, ILC potrà però
acquisire conoscenze che sono irraggiungibili per LHC. Volendo usare una
metafora, potremmo dire che LHCè il martello che rompe la noce e ILC il
bisturi che scava al suo interno, lavorando di fino.
Al progetto ILC stanno già lavorando 1.600 scienziati e ingegneri di 300
laboratori. Manca però ancora la definizione del sito finale.
Soprattutto mancano i soldi necessari, valutati, senza considerare i
rivelatori, a 6,7 miliardi di dollari. I recenti tagli imposti dal
Congresso degli Stati Uniti per l’anno fiscale 2008, sebbene in parte
rientrati, non lasciano ben sperare.
D’altronde bisogna pur dirlo: la fisica sperimentale delle particelle è
in crisi. Le macchine hanno raggiunto dimensioni, costi e complessità
oltre i quali non si può andare, anche con le risorse a disposizione di
una grande potenza industriale come gli Stati Uniti o di un consorzio
internazionale come il CERN. Perciò fra i fisici si sta diffondendo la
convinzione che sia necessario qualche salto concettuale, che debba
emergere un’intuizione che consenta di proseguire le ricerche oltre LHC
senza svenarsi.
Ma ne vale la pena?
Eppure, anche ammesso che gli intriganti misteri della fisica
fondamentale vengano chiariti, il dubbio rimane:ne vale la pena? Sì,
insomma, miliardi di dollari impiegati per ricerche così esotiche sono
giustificati? I fisici di fronte a questa domanda si appellano al valore
della conoscenza pura. Che certo è importante, ma non aiuta a riempire
le pance degli affamati, né a curare l’ AIDS che devasta l’Africa, e
neppure a far girare l’economia e a generare nuovi posti di lavoro. O
forse sì?
La ricerca di base non serve soltanto a scoprire le leggi naturali. Ma,
spingendo le esigenze sperimentali al limite delle capacità umane,
costringe pure scienziati e ingegneri a poderosi sforzi tecnologici, che
hanno poi ricadute sotto forma di brevetti e di applicazioni che si
ritrovano nella vita di tutti i giorni. Citeremo solo il più scontato.
Un’applicazione di cui oggi nessuno più riesce a fare a meno. Senza la
quale la comunicazione moderna sarebbe monca, inaridita. Stiamo parlando
del World Wide Web. Dov’è stato inventato? Al CERN, per facilitare le
comunicazioni fra gli scienziati. Ebbene, non ne valeva la pena?
(fonte: Corriere del
Ticino - Marco Cagnotti)
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