| SULLA
VIA DEI PASSI ALPINI
Bellinzona possiede tre vecchi castelli.
Essi risalgono a un'epoca storica detta medioevo e sono da elencare fra
le fortificazioni medievali più interessanti della Svizzera. Ora
noi, seguendo il lavoro degli archeologi e degli storici, vedremo di trovare
le risposte ad alcune domande. Chi ha costruito i castelli? Quando? Perché?
"Questa terra è pur una giave
e porta de Italia>>. così il commissario di guerra Azzone Visconti
definì Bellinzona in uno scritto inviato al duca di Milano nel 1475:
una chiave per l'accesso ai passi alpini e una porta di passaggio obbligato
per l'Italia. L'autore volle così sottolineare la posizione strategica
del borgo bellinzonese, posto a guardia delle vallate alpine e provvisto
già a quel tempo di uno sbarramento difensivo che secondo l'idea
del commissario milanese doveva essere consolidato e ampliato. Ma di ciò
parleremo in seguito.
Proprio nel restringimento della
valle del Ticino, all'altezza di Bellinzona, convergono tanti valichi:
accanto al San Gottardo, alla Novena, al Lucomagno e al San Bernardino,
aperti oggi al traffico moderno, si ricordano gli antichi itinerari a piedi,
a cavallo o dei someggiatori*, lungo la Greina (a nord di Campo Blenio)
e il San Jorio (in fondo alla valle Morobbia). Nei pressi della strozzatura
di Bellinzona, nello spazio di pochi chilometri, tutti questi tragitti
si allacciavano a un'unica via di comunicazione, la quale più a
sud nuovamente si diramava in diverse strade che per terra e per acqua
portavano in Italia. Quanta gente è passata da Bellinzona nel corso
dei secoli! Quanta merce è transitata! La popolarità di questi
passi alpini, percorsi da sovrani, messaggeri, commercianti, mandriani,
pellegrini, guerrieri, profughi e mendicanti ebbe alterne fortune. Anche
l'importanza strategica della strozzatura bellinzonese subì variazioni
nel tempo.
A Bellinzona, nel tratto pianeggiante
tra i due versanti della valle, c'è la presenza di un dosso roccioso
che forma una collina. Essa lascia aperti solo due passaggi: a est la strettoia
contro montagna dove nel medioevo sorse il nucleo abitato; a ovest la zona
pianeggiante bagnata dalle imprevedibili acque del fiume Ticino che fluiscono
al lago Maggiore. Questa chiusa naturale era proprio un luogo ideale per
accogliere uno sbarramento difensivo. La zona alluvionale del fiume con
la palude del piano di Magadino rimasero ostili a ogni insediamento umano
fin verso l'inizio del Novecento. Ancora nel quindicesimo secolo un braccio
navigabile del lago raggiungeva Bellinzona: un piccolo porto si trovava
a Montecarasso, nei pressi della Torretta dove terminava la murata che
scendeva dal Castel Grande.
LA STORIA
Gli
abitanti preistorici
Quando
si insediarono i primi abitatori nella regione bellinzonese? Per avere
la risposta bisogna tornare indietro molti secoli più di quanto
la nostra mente riesca a immaginare. Gli archeologi ci dicono che la presenza
umana è sicura già dalla preistoria e più precisamente
dal periodo neolitico (quarto millennio prima della nascita di Cristo).
Negli scavi hanno trovato tombe e
pochi resti di costruzioni. Si tratta del più antico abitato stabile
finora scoperto nel Ticino. Dove si insediarono? I primitivi abitatori
bellinzonesi si stabilirono sul dosso roccioso di Castel Grande (a quel
tempo il castello non era ancora stato costruito). Perché proprio
in quel luogo? La risposta è semplice; la posizione facilmente difendibile
e al riparo dalle inondazioni attirò agricoltori e artigiani che
lavoravano le materie prime (legno, cristalli di rocca, metalli) per fabbricare
oggetti vari (utensili, macine, punte di freccia, lame ...).
Ricostruzioni dell'insediamento
neolitico
sulla collina di Castel Grande
(Ufficio monumenti storici, Bellinzona)
La
presenza dei Romani
Il primo insediamento sulla collina
di Castel Grande risale dunque al periodo neolitico. Ma quando e da chi
fu costruito un castello? Fu costruito dai Romani molti secoli più
tardi, ma prima ancora della nascita di Cristo. Quando occuparono la regione,
già abitata da una popolazione che viveva di agricoltura e di allevamento,
i Romani si accorsero che la posizione era ideale per costruirvi una fortificazione
a uso militare; sulla collina innalzarono allora un castello difeso da
un muro di cinta (non è però il castello che si può
ammirare oggi). Esso serviva da base per le spedizioni che portarono alla
sottomissione delle popolazioni alpine che ancora non avevano accettato
il dominio romano. Dopo la conquista delle Alpi e lo spostamento più
a nord dei confini del loro impero, i Romani nel primo secolo dopo Cristo
abbandonarono il castello. Una nuova fortificazione sorse più tardi;
essa faceva parte di una serie di costruzioni militari situate nei punti
strategici agli sbocchi delle vallate alpine. Il castello serviva come
base militare e posto di avvistamento. I Romani volevano fermare gruppi
di Germani che avessero infranto le loro linee difensive con l'intenzione
di raggiungere l'ltalia. Popoli barbari premevano infatti lungo i confini
dell'impero. A metà del quarto secolo dopo Cristo la fortificazione
di Bellinzona poteva accogliere, in caso di bisogno, circa mille uomini.
Attorno si stabilì un certo numero di abitanti che producevano e
commerciavano, assicurando così il buon funzionamento dell'insediamento
romano. All'interno della cinta muraria si trovava una chiesa, dedicata
a San Pietro, accanto alla quale sorgeva un cimitero. Sono probabilmente
queste le origini del borgo di Bellinzona. L'efficacia dello sbarramento
si dimostrò nell'anno 457, quando una schiera nemica fu affrontata
ai "Campi Canini" (nelle vicinanze di Arbedo, a nord di Bellinzona) e costretta
a ritirarsi.
Il
medioevo: dal dominio dei Longobardi alle lotte tra Como e Milano
L'impero romano crollò verso
la fine del quinto secolo dopo Cristo; iniziava così un periodo
storico che prese il nome di medioevo. Nell'anno 568 i Longobardi, un popolo
proveniente dalla Germania, invasero l'ltalia del nord e vi fondarono un
regno (da cui il nome Lombardia). Questi guerrieri dalle lunghe barbe occuparono
la fortezza bellinzonese e si stabilirono nei principali luoghi strategici.
Sulla collina di Castel Grande sono state trovate tracce di piccole abitazioni
(probabilmente costruzioni in legno su fondamenta in pietra) che ospitavano
gruppi di guerrieri e di altre persone che lassù potevano trovare
rifugio. Nel 590 la fortezza fu teatro di uno scontro con soldati franchi
e un condottiero nemico cadde ucciso da una lancia longobarda; risale a
questo avvenimento la prima citazione del castello in un documento scritto.
I Franchi, popolo di origine germanica insediatosi nella Gallia, l'attuale
Francia, tentavano di valicare le Alpi e di sloggiare i Longobardi dall'ltalia.
La fortezza era quasi inespugnabile e i re longobardi avevano perciò
interesse a conservarla saldamente nelle loro mani. Ma nell'anno 774 i
Franchi dell'imperatore Carlomagno sottomisero i Longobardi e l'ltalia
fu annessa all'impero carolingio. Le tracce dell'incendio che devastò
una parte del castello attorno all'anno 800 testimoniano forse il combattimento
tra i difensori e le truppe franche? Gli archeologi hanno sì scoperto
le tracce, ma non sanno indicare le cause dell'incendio. Dopo la morte
di Carlomagno l'impero carolingio andò rapidamente in frantumi.
L'antica fortificazione sulla collina di Castel Grande era ancora lì;
la sua importanza è testimoniata da interventi di rafforzamento
dei muri che gli scavi archeologici effettuati nel 1967 hanno permesso
di scoprire nella parte sud. I sovrani germanici che successero a Carlomagno
cedettero la fortezza bellinzonese, la quale serviva anche come rifugio
per la popolazione in caso di pericolo. Sappiamo che nel 1002 re Arduino
donò al vescovo di Como una parte del castello mentre due anni dopo
l'imperatore Enrico II diede al vescovo, suo alleato, tutto il contado
di Bellinzona (territorio delimitato a nord da Preonzo e Castione, a sud
da Gudo e S. Antonino). Sotto il dominio di Como, dall'undicesimo al dodicesimo
secolo, furono costruiti edifici in pietra e torri entro la cinta muraria.
Al vescovo apparteneva soltanto il cosiddetto ridotto, nucleo più
interno dell'impianto di difesa. Intanto i contrasti tra i comuni di Como
e di Milano e tra il papa e l'imperatore ebbero conseguenze anche per le
terre ticinesi. Como possedeva il contado bellinzonese, mentre le Tre Valli
(Riviera, Leventina, Blenio) appartenevano alla nemica Milano. L'imperatore
Federico II, alleato di Como, mise le mani sulla roccaforte di Bellinzona
e la fece irrobustire per assicurarsi il controllo di questo importante
punto di transito e della mulattiera che attraversava le Alpi. La via del
San Gottardo fu aperta al grande traffico di merci e persone proprio in
questo periodo. Tuttavia nel 1242 la potente città di Milano riuscì
a impadronirsi di Bellinzona grazie al decisivo aiuto di Enrico de Sacco,
signore della Mesolcina e di Simone de Orello di Locarno, celebre condottiero.
Intanto il borgo si sviluppava grazie anche al traffico di passaggio e
si proteggeva costruendo una cinta di mura. Como riottenne Bellinzona sottoscrivendo
la pace con Milano nel 1249. Attorno alla fine del tredicesimo secolo,
su una roccia del versante sinistro, a est dell'abitato, sorse il castello
di Montebello; probabilmente questa nuova fortezza fu voluta da alcuni
membri della famiglia comasca dei Rusca stabilitisi nel borgo. A partire
da questo momento la fortezza di Castel Grande non fu più l'unica
opera difensiva a controllare la chiusa. Nel frattempo si continuava a
fare la guerra per il possesso di Bellinzona. Diverse volte fu assediata
e conquistata come negli anni 1284, 1292 e 1303. Nel 1340 Milano, governata
dalla potente famiglia dei Visconti, dopo aver sottomesso la città
di Como, attaccò Bellinzona con un forte esercito; i soldati bombardarono
le mura con le macchine da guerra e dopo un assedio di due mesi il borgo
si arrese. L'espansione di Milano si estese fino al San Gottardo. Per Bellinzona
ebbe così inizio il dominio, destinato a durare circa centocinquant'anni,
della signoria milanese dei Visconti.
Il
tardo medioevo: il governo dei Visconti
Bellinzona e altre terre dell'attuale
Ticino facevano ora parte dello stato di Milano, ricco, civile e militarmente
organizzato. I membri della famiglia Visconti si trasmettevano di padre
in figlio la signoria, tanto che alla fine del Trecento assunsero il titolo
di duchi di Milano. Sotto il duca Gian Galeazzo Visconti il traffico commerciale
attraverso il passo del San Gottardo aumentò. Per Bellinzona era
riservato un trattamento e una sorveglianza speciali; il borgo era governato
dal podestà, un funzionario che rappresentava il signore visconteo.
Ma nel 1402, alla morte di Gian Galeazzo, scoppiarono rivolte un po' dappertutto
e il ducato andò in pezzi. Alberto de Sacco, signore della Mesolcina,
ne approfittò e si impadronì di Bellinzona.
A questo punto è necessario
dare un'occhiata a quanto stava succedendo dall'altra parte delle Alpi.
Infatti già dal 1291 si era formata un'alleanza fra tre cantoni
della Svizzera centrale interessati ai traffici attraverso il San Gottardo:
Uri, Svitto e Untervaldo. A partire dal 1353 i cantoni facenti parte della
Lega confederata furono otto (ai primitivi tre si aggiunsero man mano Lucerna,
Zurigo, Glarona, Zugo, Berna). I duchi di Milano tenevano a buoni rapporti
di vicinato con i Confederati, sia per evitare di entrare in guerra contro
quel rude popolo alpino, sia per poter continuare ad arruolare soldati
mercenari svizzeri. All'indomani della morte del duca Gian Galeazzo Visconti,
Uri e Untervaldo, cantoni fortemente interessati alle vie che portavano
ai passi alpini, radunarono le loro truppe e valicarono il San Gottardo;
sapevano bene che per controllare il passo bisognava possederne i due versanti.
Giunsero fino alle porte di Bellinzona, ma non fecero in tempo a occupare
il borgo perché era gia nelle mani dei signori di Mesolcina. Ricorsero
allora allo strumento più pacifico delle trattative; Urani e Untervaldesi
si insediarono così a Bellinzona. Finalmente potevano assaporare
il possesso della piazzaforte, ma era un piacere destinato a durare poco.
Nuovo duca di Milano divenne Filippo Maria Visconti; il suo esercito, guidato
da un condottiero di nome Carmagnola, sconfisse i Confederati nella battaglia
di Arbedo; era l'anno 1422. In ricordo del violento
scontro, in località San
Paolo, si trova ora la cosiddetta "chiesa rossa". Bellinzona ritornava
nelle mani milanesi. Gli Urani tentarono inutilmente ancora altre spedizioni
per rientrare in possesso del borgo e dei due castelli che custodivano
l'accesso ai passi alpini. I duchi di Milano, allo scopo di proteggere
militarmente le proprie terre dai testardi attacchi degli Svizzeri, rinunciarono
al possesso delle alte valli del Ticino (come la Leventina, diventata importante
con l'apertura della via del San Gottardo); concentrarono invece le loro
preoccupazioni difensive su Bellinzona, ampliando e rafforzando le antiche
fortificazioni. Probabilmente verso l'anno 1350 il castello di Montebello
venne ingrandito e unito alla cinta cittadina già esistente con
una doppia muraglia. Queste mura proteggevano il borgo da nord e da sud,
chiudendolo tra la collina e la montagna. Poco dopo il 1400, in posizione
elevata sul versante est della montagna, sorse una torre, primo nucleo
del castello di Sasso Corbaro. L'insieme delle fortificazioni doveva essere
un ostacolo insormontabile per gli Svizzeri. Con la morte di Filippo Maria
Visconti ci fu un cambiamento di governo a Milano. Dal 1450 grazie al nuovo
signore Francesco Sforza iniziò un periodo di pace per le terre
ticinesi. Ma con la morte di questo abile governante la situazione era
destinata a cambiare. Per Bellinzona il pericolo di attacco da parte degli
Urani si fece nuovamente presente. Nell'autunno del 1478 migliaia di soldati
svizzeri valicarono il San Gottardo, calarono in Leventina e assediarono
Bellinzona. Per ben due settimane il borgo venne isolato; chi si era rifugiato
per tempo fra le mura del borgo o nei castelli riuscl a salvare la vita
mentre attorno i soldati saccheggiavano, devastavano e incendiavano. Milano
non stette certo con le mani in mano. Le truppe ducali giunsero a Bellinzona,
ma degli Urani non c'era più traccia; stavano ritornando sui propri
passi. I Milanesi si avventurarono allora in Leventina per castigare quei
montanari svizzeri, ma furono battuti e messi in fuga nei pressi di Giornico.
Visti i continui attacchi nemici, Milano provvide a riattare le opere difensive
bellinzonesi: la murata che si prolungava fino al fiume Ticino, dove si
trovava un bel ponte in pietra, fu completamente ricostruita; sul colle
di Sasso Corbaro sorse un nuovo castello per evitare che il nemico potesse
aggirare il borgo; alcune parti dei castelli già esistenti e la
cinta muraria furono irrobustite. Sarebbe stato proprio Ludovico Sforza
detto il Moro, nuovo padrone dello stato milanese, a recarsi a Bellinzona
nel 1487 per ispezionare i lavori. Alla fine del quindicesimo secolo Bellinzona
si presentava come una poderosa fortezza che bloccava la valle del Ticino.
Ciò che noi vediamo oggi è il risultato dei lavori promossi
dai duchi di Milano e progettati dagli ingegneri e dagli architetti militari
(in parte Ticinesi e in parte provenienti dall'ltalia).
Bellinzona
passa nelle mani degli Svizzeri
Nel 1499 il re di Francia Luigi XII
conquistò la Lombardia perché si considerava l'erede del
ducato. I Francesi inviarono soldati anche a Bellinzona. I Bellinzonesi,
però, si ribellarono contro l'odiato nuovo governo, si impadronirono
di due castelli e costrinsero i soldati del re ad abbandonare la piazzaforte.
Le autorità locali avevano ormai deciso: chiesero agli Svizzeri
di accoglierli nella loro Lega. Uri, Svitto e Untervaldo, che covavano
Bellinzona da tempo, furono ben lieti di accoglierli; eravamo nel 1500.
Più tardi, per la precisione nel 1503, il re di Francia riconobbe
ai tre cantoni primitivi il possesso di Bellinzona, della Riviera e di
Blenio. ll passaggio dalla dominazione milanese a quella confederata avvenne
quando il ducato era ormai in via di disfacimento. Gli storici mettono
il 1492, anno della scoperta dell'America da parte di Cristoforo Colombo,
quale data della fine del medioevo. Stava per iniziare infatti una nuova
epoca. Per Bellinzona cominciava la dominazione dei signori svizzeri destinata
a durare circa tre secoli.
L'epoca
dopo il 1500: il governo degli Svizzeri
Dopo la tremenda sconfitta contro
i Francesi subita nella battaglia di Marignano (presso Milano, anno 1515)
gli Svizzeri abbandonarono l'idea di conquistare la Lombardia; si tennero
le attuali terre del Ticino, nonostante la somma di trecentomila corone
offerta dal re di Francia per la rinuncia a tali territori. La pace del
1516 riconfermò il possesso delle terre ticinesi agli Svizzeri,
riuniti ora nella Lega confederata di tredici cantoni e convalidò
la signoria di Uri, Svitto e Untervaldo su Bellinzona. Le autorità
svizzere non cambiarono di molto le condizioni di vita della popolazione.
Al posto dei funzionari milanesi furono inviati in Ticino i balivi. Dal
1503 al 1529 fu attiva nel borgo anche una zecca, officina dove si coniavano
le monete. I castelli furono divisi nel 1506 fra i tre cantoni sovrani,
da cui i nomi di castello di Uri (per Castel Grande), di Svitto (Montebello)
e di Untervaldo (Sasso Corbaro). L'interesse strategico delle fortificazioni
diminuì. Furono costruite per difendersi dagli Svizzeri e ora che
proprio loro ne erano in possesso persero importanza. E' per questo motivo
che non furono ulteriormente ingrandite. Quando nel 1515 una piena rovinosa
del fiume Ticino, la cosiddetta "buzza di Biasca", distrusse un tratto
della murata e danneggiò il ponte della Torretta, si rinunciò
perfino a riparare i danni.
All'interno dei castelli alloggiavano
i castellani provenienti dalla Svizzera centrale e alcuni soldati. Nel
caso di una guerra, che non si verificò mai, era prevista una guarnigione
di 60-80 uomini per castello. Quanto alle armi, sembra che si trattasse
di pezzi antiquati. Con la nascita del cantone Ticino nel 1803, i castelli
divennero proprietà del nuovo stato. Montebello e Sasso Corbaro
furono abbandonati e ancora cento anni fa erano in cattive condizioni,
come anche la cinta urbana e la murata. Le fortificazioni erano addirittura
usate per scopi diversi: pollai, stalle, legnaie; si prelevavano sassi
per costruire case. Dal 1813 il Castel Grande fu adibito ad arsenale (magazzino
militare) e a partire dal 1820 servì anche da prigione cantonale.
A un certo momento il governo ticinese tentò inutilmente di vendere
il Castel Grande. All'inizio del Novecento iniziarono i lavori per evitare
la completa rovina delle fortificazioni, che vennero iscritte nell'elenco
dei monumenti storici protetti dallo stato. Altri interventi furono eseguiti
tra il 1920 e il 1950. L'aspetto attuale di Castel Grande è il risultato
dei lavori di restauro terminati nel 1992.
DESCRIZIONE
DEGLI IMPIANTI Dl DIFESA
Bellinzona.
un monumento dell'architettura fortificata medievale
Il viaggiatore che sette secoli fa,
giungendo da sud, valicava il Ceneri poteva scorgere in lontananza un piccolo
insediamento abitato, stretto tra la collina di Castel Grande e il versante
della montagna su cui si ergevano due castelli. Una cinta di mura proteggeva
il borgo. Attorno c'erano campi, vigne, prati chiusi talvolta da muretti
di sasso, costruzioni sparse. Mulattiere, sentieri e ponti collegavano
il borgo con i villaggi del contado. La presenza del fiume Ticino e di
altri corsi d'acqua non passava certo inosservata. L'insediamento custodiva
proprio l'imbocco delle valli che portavano verso nord. Questa era la visione
di Bellinzona nel medioevo. Il desiderio di impossessarsi della chiusa
e di difenderla fu una costante nella storia di Bellinzona. Già
i Romani, infatti, avevano costruito sulla collina di Castel Grande una
prima fortificazione. Annunciando la conquista del borgo nel 1242 a danno
della città di Como, le autorità milanesi scrissero che "le
strade della Francia e della Germania sono aperte a noi e chiuse ai nostri
nemici ...". L'aspetto attuale risale al tardo medioevo, all'epoca dei
duchi di Milano. Visconti e Sforza, i signori dello stato milanese, si
preoccuparono di sbarrare il passaggio verso sud ai Confederati. Il borgo
con le sue muraglie, le torri, i fossati, i ponti levatoi e le porte si
presentava agli occhi di chi entrava come una vera e propria fortezza.
Dal castello di Montebello scendevano due muraglie che chiudevano il borgo;
una lo proteggeva da nord e l'altra da sud. Le tre porte principali ricavate
nella cinta garantivano l'accesso al borgo; esse erano sempre sorvegliate
e venivano chiuse in caso di pericolo. La porta Codeborgo permetteva l'accesso
a chi giungeva da nord. Si trovava all'altezza dell'attuale piazza del
Sole, dove oggi inizia la via Codeborgo. La strada maestra che attraversava
da un capo all'altro il borgo passava davanti alla nuova chiesa collegiata
di San Pietro, per giungere poi nel quartiere più popolato, la contrada
Nosetto. Qui la strada si biforcava; verso destra si andava alla cosiddetta
porta Nuova (all'inizio dell'odierna piazza Teatro), mentre proseguendo
verso sud si attraversava la via Camminata e si giungeva alla porta omonima
(all'altezza dell'attuale piazza Indipendenza). Le abitazioni erano spesso
addossate l'una contro l'altra e divise solamente da piccoli viottoli.
Lo spazio edificabile tra le due colline non era però riservato
solo alle abitazioni: si trovavano infatti pergolati, orti, cortili. Ma
dove transitava la gente di passaggio? Dove passavano i mercanti con le
mandrie di bovini diretti verso i mercati d'Italia? Per non attraversare
le strette vie del borgo si faceva uso del portone che si apriva nella
murata che scendeva dalla collina al fiume (nell'attuale zona denominata
appunto "Portone" dove oggi c'e la passerella che scavalca la strada).
Alcuni nomi delle attuali strade ci ricordano gli antichi quartieri. Anche
le vecchie illustrazioni ci possono aiutare. A questo proposito è
utile segnalare che sulle pareti del cortile interno del municipio di Bellinzona
c'è una serie di disegni (eseguiti negli anni 1925-29) che raffigurano
diverse vedute del borgo dal quindicesimo secolo agli inizi del Novecento.
Pur essendo opere di fantasia, le vedute sono abbastanza fedeli alla realtà
del tempo.
Chi abitava nel borgo? Vi erano agricoltori
e allevatori, artigiani, mercanti, bottegai, osti e locandieri, soldati
e ufficiali militari, funzionari ducali, notai e altra gente benestante.
Si pensa che per difendere efficacemente la chiusa bellinzonese, al tempo
dei duchi di Milano, occorrevano in totale circa 2500 uomini. Torri e cammini
di ronda permettevano di sorvegliare l'esterno. I soldati disponevano di
balestre e archibugi, di pezzi di artiglieria (colubrine e bombarde) posti
su torri o sulle alture. Durante l'attacco alle mura con scale ci si difendeva
gettando dall'alto (dalle caditoie) acqua, olio e pece bollente, sassi
e proiettili incendiari. I merli, le feritoie e le fessure di vario tipo
servivano per far fuoco sul nemico. I muri, però, non avrebbero
resistito ai colpi dell'artiglieria nemica: Milano sapeva bene che difficilmente
i Confederati avrebbero potuto trasportare sul passo del San Gottardo pesanti
cannoni. Per il buon esito della difesa, in caso di assedio, era importante
rifornire gli uomini di viveri, armi e munizioni. Il porto sul fiume Ticino
consentiva rifornimenti per via d'acqua. Tutto sommato, però, anche
per il ricco ducato di Milano difendere militarmente Bellinzona costituiva
una spesa elevata; ecco perché i Milanesi, nel limite del possibile,
cercavano di andare d'accordo con i Confederati, concedendo loro privilegi
commerciali e doganali e addirittura versando somme di denaro.
Il
Castel Grande
Il castello (detto anche castello
vecchio fin dal medioevo, castello di Uri dal 1506 e di San Michele dal
1818) si trova sulla sommità del grande dosso di roccia che s'innalza
dal fondovalle. La spianata del diametro di 150-200 metri è protetta
verso nord da pareti rocciose quasi verticali, mentre a sud la pendenza
è meno ripida. Oggi il mezzo più semplice per salire al castello
è l'ascensore (realizzato durante gli ultimi restauri) che dalla
base della collina porta direttamente all'interno della fortezza. Viuzze
ripide permettono pure di salire dalla città al castello. Nel tardo
medioevo si raggiungeva la sommità dalla parte sud, varcando a metà
della salita una porta nelle mura cittadine. Superati dopo circa cento
metri i cortili d'arme, si giungeva infine alla porta principale del castello.
Oggi la superficie interna dà l'impressione di un grande spazio
vuoto. Documenti scritti e resti di fondamenta scoperte dagli archeologi
dimostrano che nel medioevo il Castel Grande, suddiviso in più parcelle,
doveva contenere molti edifici. Essi furono abbattuti nel quindicesimo
secolo sotto i duchi di Milano per liberare la superficie interna, divisa
in tre grandi cortili, allo scopo di radunare molti soldati in caso di
bisogno. I tre cortili si diramano dalla Torre Nera. Questa costruzione
quadrangolare sta più o meno al centro del castello e fu eretta
probabilmente nella prima parte del Trecento. Piu a est sorge il complesso
di edifici del ridotto, al cui centro svetta la snella e quadrata Torre
Bianca, probabilmente duecentesca. II quadrilatero del ridotto che la circonda
è da identificare con il palazzo del vescovo di Como. La parte o
ala sud (eretta in più fasi dal Duecento al Quattrocento) è
dominata da un edificio oblungo, addossato internamente al muro di cinta.
L'ala ovest era una parte dell'arsenale ottocentesco. Di una piccola cappella
dedicata a San Michele, posta tra la Torre Nera e quella Bianca, si conservano
solo resti di fondamenta. Un'altra chiesa in ruderi è ancora riconoscibile
alla periferia del cortile ovest. Le opere di difesa del castello furono
innalzate seguendo lo spigolo naturale dello sperone roccioso.
Il restauro integrale, reso possibile
dalla generosa donazione di Mario della Valle, è stato diretto dall'architetto
Aurelio Galfetti negli anni 1982-92. La parte sud ospita oggi il museo
che illustra la storia edilizia del castello. Vi sono conservati anche
i disegni su tavoletta del soffitto della casa Ghiringhelli (antico albergo
della Cervia, circa 1470-80); un locale è dedicato pure alla zecca
bellinzonese. L'edificio a ovest, raccordato ad angolo retto all'ala sud,
è adibito a ristorante e a sala d'esposizione.
Il
castello di Montebello
Il complesso fortificato (nel tardo
medioevo detto anche castello piccolo, nuovo o di mezzo, dal 1506 castello
di Svitto e dal 1818 di San Martino) sorge su uno sperone roccioso a est
dell'abitato. Le sue origini risalgono alla fine del tredicesimo secolo.
Edificato dalla famiglia comasca dei Rusca, passò in seguito ai
Visconti milanesi. Ampliamenti successivi fra il 1462 e il 1490 trasformarono
la vecchia costruzione nella fortezza che ancora oggi possiamo ammirare.
Inutile militarmente, il castello fu abbandonato; attorno al 1900 Montebello
si trovava in una desolante situazione di sfacelo. A partire dal 1903 furono
intrapresi lavori di consolidamento e completamento. Il castello di Montebello
è una fortezza protetta da una cerchia di mura a forma romboidale,
con cammino di ronda, caditoie e merli a coda di rondine (o ghibellini,
mentre quelli a forma di parallelepipedo sono detti guelfi). Siccome l'accesso
è piuttosto facile da tutti i lati, per impedire al nemico di entrare
fu necessario scavare profondi fossati. Il castello fu edificato in tre
fasi: dapprima venne costruito il nucleo centrale fortificato, poi le due
linee difensive attorno. Il nucleo interno, protetto da alte mura, accoglieva
la dimora fatta costruire dai Rusca, il mastio, fabbricati abitativi e
utilitari, il pozzo nel cortile. La cappella dedicata a San Martino fu
eretta attorno al 1600, dunque quando il castello era già nelle
mani dei Confederati. La cinta muraria è provvista di un cammino
di ronda continuo, sormontato da merli con feritoie. In tre angoli delle
mura si innalzano torri sporgenti, due semicircolari e una quadrangolare.
Dalle mura esterne si dipartono le doppie muraglie che chiudevano l'abitato
cittadino verso nord e verso sud. L'accesso al castello è rivolto
a nord, dove il portone immette nel cortile. Qui si trova il rivellino,
cioè un fortino scoperto adatto a una prima difesa della fortezza.
Una seconda porta che conduce al cortile interno si apre nella torre quadrangolare.
Entrambe le porte sono difese da fossati e da ponti levatoi di ricostruzione
moderna. Nel quindicesimo secolo, quando Bellinzona apparteneva ai duchi
di Milano, Montebello era considerato il più adatto alla difesa
in caso di guerra. Oggi il castello è facil mente raggiungibile
seguendo la strada che sale dal viale della Stazione oppure scegliendo
una delle due vie pedonali che si dipartono dal centro città. Montebello
ospita il museo civico con la collezione archeologica; i reperti in mostra,
comprendenti vari pezzi unici importanti, provengono da necropoli preistoriche
del Ticino. La ristrutturazione degli ambienti interni a scopi espositivi
eseguita dagli architetti M. Campi, F. Pessina e N. Piazzoli risale agli
anni 1971-74.
Il
castello di Sasso Corbaro
Situato in posizione dominante è
piu in alto rispetto alle altre opere difensive, il fortilizio (detto anche
castello di cima, di Untervaldo dal 1506 e di Santa Barbara dal 1818) si
presenta come una sola costruzione, isolata su tutti i lati. La vista spazia
a nord verso l'imbocco delle valli Riviera e Mesolcina e a sud-ovest sul
piano di Magadino, il Monte Ceneri, il lago Verbano fino alle montagne
del Locarnese. Fu l'ultimo castello a sorgere. Dapprima venne costruita
una torre, poi verso la metà del Quattrocento gli esperti milanesi
suggerirono di fortificare ulteriormente il sito per evitare ai Confederati
di penetrare in territorio ducale. I lavori cominciarono dopo il 1478;
prima si costruì la robusta torre quadrata all'angolo nord-est (il
mastio), poi si passò alle altre parti. L'anno seguente una prima
guarnigione di soldati poté già insediarsi nel castello non
ancora terminato. I lavori proseguirono fin verso il 1481-82. In tempo
di pace il fortilizio fu adibito anche a prigione, ma non era affatto a
prova di evasione: si sa che un prigioniero riuscì a fuggire nel
1494! Abbandonato poiché inutile militarmente e di manutenzione
costosa, danneggiato da vari fulmini, il castello di Sasso Corbaro all'inizio
del Novecento stava per crollare. Vennero allora intrapresi lavori di consolidamento.
II fortilizio forma un quadrato di circa 25 metri per lato, con due torri
negli angoli nord-est e sud-ovest (torre di vedetta). Sui lati corre un
cammino di ronda con caditoie e merli. I muri hanno uno spessore da un
metro e ottanta ad est (fronte di attacco) a circa un metro altrove. L'ingresso
al cortile, sulla facciata ovest, mostra ancora tracce di un'antica saracinesca
e di un sistema di sprangatura. Il cortile interno è di forma rettangolare.
Verso sud e verso ovest presenta un'ala abitativa addossata al muro di
cinta; è a due piani e un tempo questa parte del castello era coperta
da un tetto, provvista di camini, latrine e di una cucina. Sul lato est
presso un pozzo a carrucola, si trova una piccola cappella restaurata.
II mastio, che oggi comprende quattro piani con un tetto, serviva in origine
quale abitazione. A sud e a ovest della costruzione principale si trovano
resti di cortili d'arme e di fabbricati minori. Al castello si può
giungere seguendo la strada carrozzabile oppure salendo per il sentiero
fra i boschi.
Oggi Sasso Corbaro ospita il museo
cantonale dell'arte e delle tradizioni popolari, con oggetti che illustrano
la vita quotidiana e la devozione popolare nel Ticino. La trasformazione
dei locali in museo è stata curata nel 1963-64 dall'architetto Tita
Carloni.
Le
mura cittadine
La trasformazione del piccolo nucleo
abitato in cittadina fortificata sembra sia avvenuta prima dell'anno 1350.
Il tracciato delle mura tardo medievali rimasto coincide con quello più
antico. In altre citta la cinta muraria è disposta concentricamente
attorno all'abitato. A Bellinzona, invece, le mura consistono in due linee
separate. Esse sfruttavano la particolare situazione del luogo, stretto
tra la collina e la montagna. Le estremità di queste due linee fortificate
si collegavano con le strutture difensive del Castel Grande e di Montebello,
tanto che non si capisce bene dove comincino le mura cittadine e dove finiscano
quelle esterne dei castelli. La cinta muraria settentrionale (dunque a
nord) scende da Montebello ma non è direttamente collegata al Castel
Grande perché termina con una torre alla base rocciosa della collina.
La linea meridionale, invece, descrive un ampio arco, abbracciando i quartieri
cittadini a sud di piazza Nosetto.
Le mura originarie, oggi ancora in
piedi nella misura del 60%, sono state modificate negli ultimi cento anni,
sia da interventi di restauro, sia dall'apertura di passaggi per pedoni
e veicoli. Nell'Ottocento due porte vennero demolite e ricostruite in altro
stile. Qualche decennio dopo tutte le tre porte principali furono rase
al suolo; la città era in continua espansione e le porte avevano
ormai perso la loro antica funzione. Possiamo avere un'idea del loro aspetto
osservando la quarta porta, tuttora esistente, aperta nella cinta meridionale
che sale al Castel Grande. Fino alla costruzione di strade moderne, l'accesso
principale al castello passava proprio da questa apertura ricavata in una
torre quadrangolare sormontata da caditoie e merli ghibellini. La presenza
di scanalature per il ponte levatoio indica che sul lato rivolto al nemico
esisteva un fossato. La porta nord si chiamava Codeborgo o porta tedesca.
In origine anche la cinta sud aveva un solo accesso: la porta Camminata
o porta Lugano. La terza porta fu aperta probabilmente nel tardo medioevo:
essa si chiamava porta Nuova o porta Locarno. In tempi recenti venne ricavata
un'altra apertura in una torre nell'attuale via Dogana (a ovest di piazza
Indipendenza); sull'esterno è raffigurato lo stemma di Filippo Maria
Visconti. La cinta era munita di una serie di caditoie sormontata da merli
ghibellini. Le torri (comprese le porte) erano cinque nella linea difensiva
a nord e tredici in quella a sud. Anch'esse vennero munite di caditoie,
merli e in maggioranza di una piattaforma adatta ad accogliere bocche da
fuoco. I fossati sono invece scomparsi.
La murata
Dal Castel Grande, seguendo un costolone
roccioso, scende la cosiddetta murata, possente muro di sbarramento della
lunghezza di circa seicento metri che un tempo proseguiva fino al fiume
Ticino incontrando il fianco della montagna sulla riva destra, dove c'era
una Torretta. Il progetto, a quanto pare, si sviluppò sotto il dominio
della famiglia Visconti, probabilmente dopo la battaglia di Arbedo (1422).
La merlatura sembra esistesse soltanto da un lato. Attorno alla metà
del Quattrocento, soprattutto vicino al fiume, la murata si presentava
in cattive condizioni; prima dello scontro di Giornico (1478) i Confederati
riuscirono a sfondarla. Dopo questo avvenimento il vecchio sbarramento
fu raso al suolo; venne costruita una nuova murata (1487-89) che, diversamente
da quella originaria, era concepita per una difesa sui due lati. Nel corso
degli anni, purtroppo, diverse parti andarono perse. Nel 1515 la piena
disastrosa del fiume Ticino distrusse la muraglia per una lunghezza di
circa centocinquanta metri e rovinò il vicino ponte in pietra ad
arcate. Attorno al 1820 fu demolita la Torretta sulla riva destra che bloccava
lo stretto passaggio tra il fiume e il fianco roccioso della montagna (il
cosiddetto ponte della Torretta venne ricostruito negli anni 1814-15 per
essere sostituito in tempi recenti dall'attuale ponte moderno).
Purtroppo anche il portone, cioè
la torre e la sua porta che si apriva nella murata, venne raso al suolo
nel 1869 per far posto alla strada a due corsie. Sulla breccia lasciata
dalla demolizione corre oggi una passerella all'altezza della merlatura.
La murata, formata da due muri, racchiude al suo interno un camminamento
(passaggio o corridoio coperto) largo quasi due metri e alto quattro-cinque
metri. Sopra è tuttora percorribile e c'è il cammino di ronda
con ai lati una serie continua di merli e caditoie. Il fossato risulta
livellato da tempo. Oltre al portone, altre due torri (conservate) permettevano
la difesa della murata. La distanza tra una torre e l'altra era di circa
centocinquanta metri, cioè la gittata effettiva delle piccole bocche
da fuoco. La murata era provvista di cannoniere, aperture simili alle feritoie
ma di dimensioni adatte al tiro con i cannoni. Altre strette aperture servivano
per l'illuminazione e l'aerazione.
Considerazioni
finali
La storia di Bellinzona è
lunga nel tempo e ci permette di capire meglio il passato e nello stesso
momento di accrescere le. nostre conoscenze sul presente. Per la gente
che nel corso dei millenni ha valicato le. Alpi, la strettoia di Bellinzona
rappresentava un passaggio obbligato tra la fertile pianura della Lombardia
e le impervie vallate alpine. A Bellinzona si stabilirono agricoltori preistorici,
legioni romane, guerrieri germanici, truppe milanesi e confederate; vi
passarono re e imperatori alla testa dei loro eserciti, ambasciatori, mercanti,
viandanti, avventurieri e pellegrini diretti a Roma. Oggi transitano i
turisti che seguono le moderne vie di comunicazione. Le lotte secolari
per il possesso di questo borgo a guardia delle vallate a nord della Lombardia
coinvolsero dapprima le due città italiane di Como e Milano. Bellinzona
si affermò come centro di importanza strategica, come nodo di transito
negli scambi commerciali, come modesto ma vivace insediamento con una popolazione
operosa. Dopo alterne vicende, il borgo bellinzonese passò agli
Svizzeri. Fortunatamente i castelli sono ancora lì e non finirono
distrutti o in rovina come per altri casi. |