Bellinzona, Ticino, Bellinzona fin dall'età della pietra, storia, origini, caratteristiche geografiche, i primi insediamenti umani
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La storia di Bellinzona
   testi di Werner Meier

Sulla Via dei passi alpini
Gli abitanti preistorici
La presenza dei Romani
Il medioevo: dal dominio dei Longobardi alle lotte tra Como e Milano
Il tardo medioevo: il governo dei Visconti
Bellinzona passa nelle mani degli Svizzeri
L'epoca dopo il 1500: il governo degli Svizzeri

DESCRIZIONE DEGLI IMPIANTI DI DIFESA

Bellinzona: un monumento dell'architettura fortificata medievale
Il Castel Grande
Il castello di Montebello
Il castello di Sasso Corbaro
Le mura cittadine
La murata
Considerazioni finali




SULLA VIA DEI PASSI ALPINI

Bellinzona possiede tre vecchi castelli. Essi risalgono a un'epoca storica detta medioevo e sono da elencare fra le fortificazioni medievali più interessanti della Svizzera. Ora noi, seguendo il lavoro degli archeologi e degli storici, vedremo di trovare le risposte ad alcune domande. Chi ha costruito i castelli? Quando? Perché?

"Questa terra è pur una giave e porta de Italia>>. così il commissario di guerra Azzone Visconti definì Bellinzona in uno scritto inviato al duca di Milano nel 1475: una chiave per l'accesso ai passi alpini e una porta di passaggio obbligato per l'Italia. L'autore volle così sottolineare la posizione strategica del borgo bellinzonese, posto a guardia delle vallate alpine e provvisto già a quel tempo di uno sbarramento difensivo che secondo l'idea del commissario milanese doveva essere consolidato e ampliato. Ma di ciò parleremo in seguito.

Proprio nel restringimento della valle del Ticino, all'altezza di Bellinzona, convergono tanti valichi: accanto al San Gottardo, alla Novena, al Lucomagno e al San Bernardino, aperti oggi al traffico moderno, si ricordano gli antichi itinerari a piedi, a cavallo o dei someggiatori*, lungo la Greina (a nord di Campo Blenio) e il San Jorio (in fondo alla valle Morobbia). Nei pressi della strozzatura di Bellinzona, nello spazio di pochi chilometri, tutti questi tragitti si allacciavano a un'unica via di comunicazione, la quale più a sud nuovamente si diramava in diverse strade che per terra e per acqua portavano in Italia. Quanta gente è passata da Bellinzona nel corso dei secoli! Quanta merce è transitata! La popolarità di questi passi alpini, percorsi da sovrani, messaggeri, commercianti, mandriani, pellegrini, guerrieri, profughi e mendicanti ebbe alterne fortune. Anche l'importanza strategica della strozzatura bellinzonese subì variazioni nel tempo.

A Bellinzona, nel tratto pianeggiante tra i due versanti della valle, c'è la presenza di un dosso roccioso che forma una collina. Essa lascia aperti solo due passaggi: a est la strettoia contro montagna dove nel medioevo sorse il nucleo abitato; a ovest la zona pianeggiante bagnata dalle imprevedibili acque del fiume Ticino che fluiscono al lago Maggiore. Questa chiusa naturale era proprio un luogo ideale per accogliere uno sbarramento difensivo. La zona alluvionale del fiume con la palude del piano di Magadino rimasero ostili a ogni insediamento umano fin verso l'inizio del Novecento. Ancora nel quindicesimo secolo un braccio navigabile del lago raggiungeva Bellinzona: un piccolo porto si trovava a Montecarasso, nei pressi della Torretta dove terminava la murata che scendeva dal Castel Grande.


LA STORIA

Gli abitanti preistorici

Quando si insediarono i primi abitatori nella regione bellinzonese? Per avere la risposta bisogna tornare indietro molti secoli più di quanto la nostra mente riesca a immaginare. Gli archeologi ci dicono che la presenza umana è sicura già dalla preistoria e più precisamente dal periodo neolitico (quarto millennio prima della nascita di Cristo).

Negli scavi hanno trovato tombe e pochi resti di costruzioni. Si tratta del più antico abitato stabile finora scoperto nel Ticino. Dove si insediarono? I primitivi abitatori bellinzonesi si stabilirono sul dosso roccioso di Castel Grande (a quel tempo il castello non era ancora stato costruito). Perché proprio in quel luogo? La risposta è semplice; la posizione facilmente difendibile e al riparo dalle inondazioni attirò agricoltori e artigiani che lavoravano le materie prime (legno, cristalli di rocca, metalli) per fabbricare oggetti vari (utensili, macine, punte di freccia, lame ...).

Ricostruzioni dell'insediamento neolitico
sulla collina di Castel Grande
(Ufficio monumenti storici, Bellinzona)

La presenza dei Romani

Il primo insediamento sulla collina di Castel Grande risale dunque al periodo neolitico. Ma quando e da chi fu costruito un castello? Fu costruito dai Romani molti secoli più tardi, ma prima ancora della nascita di Cristo. Quando occuparono la regione, già abitata da una popolazione che viveva di agricoltura e di allevamento, i Romani si accorsero che la posizione era ideale per costruirvi una fortificazione a uso militare; sulla collina innalzarono allora un castello difeso da un muro di cinta (non è però il castello che si può ammirare oggi). Esso serviva da base per le spedizioni che portarono alla sottomissione delle popolazioni alpine che ancora non avevano accettato il dominio romano. Dopo la conquista delle Alpi e lo spostamento più a nord dei confini del loro impero, i Romani nel primo secolo dopo Cristo abbandonarono il castello. Una nuova fortificazione sorse più tardi; essa faceva parte di una serie di costruzioni militari situate nei punti strategici agli sbocchi delle vallate alpine. Il castello serviva come base militare e posto di avvistamento. I Romani volevano fermare gruppi di Germani che avessero infranto le loro linee difensive con l'intenzione di raggiungere l'ltalia. Popoli barbari premevano infatti lungo i confini dell'impero. A metà del quarto secolo dopo Cristo la fortificazione di Bellinzona poteva accogliere, in caso di bisogno, circa mille uomini. Attorno si stabilì un certo numero di abitanti che producevano e commerciavano, assicurando così il buon funzionamento dell'insediamento romano. All'interno della cinta muraria si trovava una chiesa, dedicata a San Pietro, accanto alla quale sorgeva un cimitero. Sono probabilmente queste le origini del borgo di Bellinzona. L'efficacia dello sbarramento si dimostrò nell'anno 457, quando una schiera nemica fu affrontata ai "Campi Canini" (nelle vicinanze di Arbedo, a nord di Bellinzona) e costretta a ritirarsi.


Il medioevo: dal dominio dei Longobardi alle lotte tra Como e Milano

L'impero romano crollò verso la fine del quinto secolo dopo Cristo; iniziava così un periodo storico che prese il nome di medioevo. Nell'anno 568 i Longobardi, un popolo proveniente dalla Germania, invasero l'ltalia del nord e vi fondarono un regno (da cui il nome Lombardia). Questi guerrieri dalle lunghe barbe occuparono la fortezza bellinzonese e si stabilirono nei principali luoghi strategici. Sulla collina di Castel Grande sono state trovate tracce di piccole abitazioni (probabilmente costruzioni in legno su fondamenta in pietra) che ospitavano gruppi di guerrieri e di altre persone che lassù potevano trovare rifugio. Nel 590 la fortezza fu teatro di uno scontro con soldati franchi e un condottiero nemico cadde ucciso da una lancia longobarda; risale a questo avvenimento la prima citazione del castello in un documento scritto. I Franchi, popolo di origine germanica insediatosi nella Gallia, l'attuale Francia, tentavano di valicare le Alpi e di sloggiare i Longobardi dall'ltalia. La fortezza era quasi inespugnabile e i re longobardi avevano perciò interesse a conservarla saldamente nelle loro mani. Ma nell'anno 774 i Franchi dell'imperatore Carlomagno sottomisero i Longobardi e l'ltalia fu annessa all'impero carolingio. Le tracce dell'incendio che devastò una parte del castello attorno all'anno 800 testimoniano forse il combattimento tra i difensori e le truppe franche? Gli archeologi hanno sì scoperto le tracce, ma non sanno indicare le cause dell'incendio. Dopo la morte di Carlomagno l'impero carolingio andò rapidamente in frantumi. L'antica fortificazione sulla collina di Castel Grande era ancora lì; la sua importanza è testimoniata da interventi di rafforzamento dei muri che gli scavi archeologici effettuati nel 1967 hanno permesso di scoprire nella parte sud. I sovrani germanici che successero a Carlomagno cedettero la fortezza bellinzonese, la quale serviva anche come rifugio per la popolazione in caso di pericolo. Sappiamo che nel 1002 re Arduino donò al vescovo di Como una parte del castello mentre due anni dopo l'imperatore Enrico II diede al vescovo, suo alleato, tutto il contado di Bellinzona (territorio delimitato a nord da Preonzo e Castione, a sud da Gudo e S. Antonino). Sotto il dominio di Como, dall'undicesimo al dodicesimo secolo, furono costruiti edifici in pietra e torri entro la cinta muraria. Al vescovo apparteneva soltanto il cosiddetto ridotto, nucleo più interno dell'impianto di difesa. Intanto i contrasti tra i comuni di Como e di Milano e tra il papa e l'imperatore ebbero conseguenze anche per le terre ticinesi. Como possedeva il contado bellinzonese, mentre le Tre Valli (Riviera, Leventina, Blenio) appartenevano alla nemica Milano. L'imperatore Federico II, alleato di Como, mise le mani sulla roccaforte di Bellinzona e la fece irrobustire per assicurarsi il controllo di questo importante punto di transito e della mulattiera che attraversava le Alpi. La via del San Gottardo fu aperta al grande traffico di merci e persone proprio in questo periodo. Tuttavia nel 1242 la potente città di Milano riuscì a impadronirsi di Bellinzona grazie al decisivo aiuto di Enrico de Sacco, signore della Mesolcina e di Simone de Orello di Locarno, celebre condottiero. Intanto il borgo si sviluppava grazie anche al traffico di passaggio e si proteggeva costruendo una cinta di mura. Como riottenne Bellinzona sottoscrivendo la pace con Milano nel 1249. Attorno alla fine del tredicesimo secolo, su una roccia del versante sinistro, a est dell'abitato, sorse il castello di Montebello; probabilmente questa nuova fortezza fu voluta da alcuni membri della famiglia comasca dei Rusca stabilitisi nel borgo. A partire da questo momento la fortezza di Castel Grande non fu più l'unica opera difensiva a controllare la chiusa. Nel frattempo si continuava a fare la guerra per il possesso di Bellinzona. Diverse volte fu assediata e conquistata come negli anni 1284, 1292 e 1303. Nel 1340 Milano, governata dalla potente famiglia dei Visconti, dopo aver sottomesso la città di Como, attaccò Bellinzona con un forte esercito; i soldati bombardarono le mura con le macchine da guerra e dopo un assedio di due mesi il borgo si arrese. L'espansione di Milano si estese fino al San Gottardo. Per Bellinzona ebbe così inizio il dominio, destinato a durare circa centocinquant'anni, della signoria milanese dei Visconti.


Il tardo medioevo: il governo dei Visconti

Bellinzona e altre terre dell'attuale Ticino facevano ora parte dello stato di Milano, ricco, civile e militarmente organizzato. I membri della famiglia Visconti si trasmettevano di padre in figlio la signoria, tanto che alla fine del Trecento assunsero il titolo di duchi di Milano. Sotto il duca Gian Galeazzo Visconti il traffico commerciale attraverso il passo del San Gottardo aumentò. Per Bellinzona era riservato un trattamento e una sorveglianza speciali; il borgo era governato dal podestà, un funzionario che rappresentava il signore visconteo. Ma nel 1402, alla morte di Gian Galeazzo, scoppiarono rivolte un po' dappertutto e il ducato andò in pezzi. Alberto de Sacco, signore della Mesolcina, ne approfittò e si impadronì di Bellinzona.

A questo punto è necessario dare un'occhiata a quanto stava succedendo dall'altra parte delle Alpi. Infatti già dal 1291 si era formata un'alleanza fra tre cantoni della Svizzera centrale interessati ai traffici attraverso il San Gottardo: Uri, Svitto e Untervaldo. A partire dal 1353 i cantoni facenti parte della Lega confederata furono otto (ai primitivi tre si aggiunsero man mano Lucerna, Zurigo, Glarona, Zugo, Berna). I duchi di Milano tenevano a buoni rapporti di vicinato con i Confederati, sia per evitare di entrare in guerra contro quel rude popolo alpino, sia per poter continuare ad arruolare soldati mercenari svizzeri. All'indomani della morte del duca Gian Galeazzo Visconti, Uri e Untervaldo, cantoni fortemente interessati alle vie che portavano ai passi alpini, radunarono le loro truppe e valicarono il San Gottardo; sapevano bene che per controllare il passo bisognava possederne i due versanti. Giunsero fino alle porte di Bellinzona, ma non fecero in tempo a occupare il borgo perché era gia nelle mani dei signori di Mesolcina. Ricorsero allora allo strumento più pacifico delle trattative; Urani e Untervaldesi si insediarono così a Bellinzona. Finalmente potevano assaporare il possesso della piazzaforte, ma era un piacere destinato a durare poco. Nuovo duca di Milano divenne Filippo Maria Visconti; il suo esercito, guidato da un condottiero di nome Carmagnola, sconfisse i Confederati nella battaglia di Arbedo; era l'anno 1422. In ricordo del violento
scontro, in località San Paolo, si trova ora la cosiddetta "chiesa rossa". Bellinzona ritornava nelle mani milanesi. Gli Urani tentarono inutilmente ancora altre spedizioni per rientrare in possesso del borgo e dei due castelli che custodivano l'accesso ai passi alpini. I duchi di Milano, allo scopo di proteggere militarmente le proprie terre dai testardi attacchi degli Svizzeri, rinunciarono al possesso delle alte valli del Ticino (come la Leventina, diventata importante con l'apertura della via del San Gottardo); concentrarono invece le loro preoccupazioni difensive su Bellinzona, ampliando e rafforzando le antiche fortificazioni. Probabilmente verso l'anno 1350 il castello di Montebello venne ingrandito e unito alla cinta cittadina già esistente con una doppia muraglia. Queste mura proteggevano il borgo da nord e da sud, chiudendolo tra la collina e la montagna. Poco dopo il 1400, in posizione elevata sul versante est della montagna, sorse una torre, primo nucleo del castello di Sasso Corbaro. L'insieme delle fortificazioni doveva essere un ostacolo insormontabile per gli Svizzeri. Con la morte di Filippo Maria Visconti ci fu un cambiamento di governo a Milano. Dal 1450 grazie al nuovo signore Francesco Sforza iniziò un periodo di pace per le terre ticinesi. Ma con la morte di questo abile governante la situazione era destinata a cambiare. Per Bellinzona il pericolo di attacco da parte degli Urani si fece nuovamente presente. Nell'autunno del 1478 migliaia di soldati svizzeri valicarono il San Gottardo, calarono in Leventina e assediarono Bellinzona. Per ben due settimane il borgo venne isolato; chi si era rifugiato per tempo fra le mura del borgo o nei castelli riuscl a salvare la vita mentre attorno i soldati saccheggiavano, devastavano e incendiavano. Milano non stette certo con le mani in mano. Le truppe ducali giunsero a Bellinzona, ma degli Urani non c'era più traccia; stavano ritornando sui propri passi. I Milanesi si avventurarono allora in Leventina per castigare quei montanari svizzeri, ma furono battuti e messi in fuga nei pressi di Giornico. Visti i continui attacchi nemici, Milano provvide a riattare le opere difensive bellinzonesi: la murata che si prolungava fino al fiume Ticino, dove si trovava un bel ponte in pietra, fu completamente ricostruita; sul colle di Sasso Corbaro sorse un nuovo castello per evitare che il nemico potesse aggirare il borgo; alcune parti dei castelli già esistenti e la cinta muraria furono irrobustite. Sarebbe stato proprio Ludovico Sforza detto il Moro, nuovo padrone dello stato milanese, a recarsi a Bellinzona nel 1487 per ispezionare i lavori. Alla fine del quindicesimo secolo Bellinzona si presentava come una poderosa fortezza che bloccava la valle del Ticino. Ciò che noi vediamo oggi è il risultato dei lavori promossi dai duchi di Milano e progettati dagli ingegneri e dagli architetti militari (in parte Ticinesi e in parte provenienti dall'ltalia).


Bellinzona passa nelle mani degli Svizzeri

Nel 1499 il re di Francia Luigi XII conquistò la Lombardia perché si considerava l'erede del ducato. I Francesi inviarono soldati anche a Bellinzona. I Bellinzonesi, però, si ribellarono contro l'odiato nuovo governo, si impadronirono di due castelli e costrinsero i soldati del re ad abbandonare la piazzaforte. Le autorità locali avevano ormai deciso: chiesero agli Svizzeri di accoglierli nella loro Lega. Uri, Svitto e Untervaldo, che covavano Bellinzona da tempo, furono ben lieti di accoglierli; eravamo nel 1500. Più tardi, per la precisione nel 1503, il re di Francia riconobbe ai tre cantoni primitivi il possesso di Bellinzona, della Riviera e di Blenio. ll passaggio dalla dominazione milanese a quella confederata avvenne quando il ducato era ormai in via di disfacimento. Gli storici mettono il 1492, anno della scoperta dell'America da parte di Cristoforo Colombo, quale data della fine del medioevo. Stava per iniziare infatti una nuova epoca. Per Bellinzona cominciava la dominazione dei signori svizzeri destinata a durare circa tre secoli.

L'epoca dopo il 1500: il governo degli Svizzeri

Dopo la tremenda sconfitta contro i Francesi subita nella battaglia di Marignano (presso Milano, anno 1515) gli Svizzeri abbandonarono l'idea di conquistare la Lombardia; si tennero le attuali terre del Ticino, nonostante la somma di trecentomila corone offerta dal re di Francia per la rinuncia a tali territori. La pace del 1516 riconfermò il possesso delle terre ticinesi agli Svizzeri, riuniti ora nella Lega confederata di tredici cantoni e convalidò la signoria di Uri, Svitto e Untervaldo su Bellinzona. Le autorità svizzere non cambiarono di molto le condizioni di vita della popolazione. Al posto dei funzionari milanesi furono inviati in Ticino i balivi. Dal 1503 al 1529 fu attiva nel borgo anche una zecca, officina dove si coniavano le monete. I castelli furono divisi nel 1506 fra i tre cantoni sovrani, da cui i nomi di castello di Uri (per Castel Grande), di Svitto (Montebello) e di Untervaldo (Sasso Corbaro). L'interesse strategico delle fortificazioni diminuì. Furono costruite per difendersi dagli Svizzeri e ora che proprio loro ne erano in possesso persero importanza. E' per questo motivo che non furono ulteriormente ingrandite. Quando nel 1515 una piena rovinosa del fiume Ticino, la cosiddetta "buzza di Biasca", distrusse un tratto della murata e danneggiò il ponte della Torretta, si rinunciò perfino a riparare i danni.

All'interno dei castelli alloggiavano i castellani provenienti dalla Svizzera centrale e alcuni soldati. Nel caso di una guerra, che non si verificò mai, era prevista una guarnigione di 60-80 uomini per castello. Quanto alle armi, sembra che si trattasse di pezzi antiquati. Con la nascita del cantone Ticino nel 1803, i castelli divennero proprietà del nuovo stato. Montebello e Sasso Corbaro furono abbandonati e ancora cento anni fa erano in cattive condizioni, come anche la cinta urbana e la murata. Le fortificazioni erano addirittura usate per scopi diversi: pollai, stalle, legnaie; si prelevavano sassi per costruire case. Dal 1813 il Castel Grande fu adibito ad arsenale (magazzino militare) e a partire dal 1820 servì anche da prigione cantonale. A un certo momento il governo ticinese tentò inutilmente di vendere il Castel Grande. All'inizio del Novecento iniziarono i lavori per evitare la completa rovina delle fortificazioni, che vennero iscritte nell'elenco dei monumenti storici protetti dallo stato. Altri interventi furono eseguiti tra il 1920 e il 1950. L'aspetto attuale di Castel Grande è il risultato dei lavori di restauro terminati nel 1992.


DESCRIZIONE DEGLI IMPIANTI Dl DIFESA

Bellinzona. un monumento dell'architettura fortificata medievale

Il viaggiatore che sette secoli fa, giungendo da sud, valicava il Ceneri poteva scorgere in lontananza un piccolo insediamento abitato, stretto tra la collina di Castel Grande e il versante della montagna su cui si ergevano due castelli. Una cinta di mura proteggeva il borgo. Attorno c'erano campi, vigne, prati chiusi talvolta da muretti di sasso, costruzioni sparse. Mulattiere, sentieri e ponti collegavano il borgo con i villaggi del contado. La presenza del fiume Ticino e di altri corsi d'acqua non passava certo inosservata. L'insediamento custodiva proprio l'imbocco delle valli che portavano verso nord. Questa era la visione di Bellinzona nel medioevo. Il desiderio di impossessarsi della chiusa e di difenderla fu una costante nella storia di Bellinzona. Già i Romani, infatti, avevano costruito sulla collina di Castel Grande una prima fortificazione. Annunciando la conquista del borgo nel 1242 a danno della città di Como, le autorità milanesi scrissero che "le strade della Francia e della Germania sono aperte a noi e chiuse ai nostri nemici ...". L'aspetto attuale risale al tardo medioevo, all'epoca dei duchi di Milano. Visconti e Sforza, i signori dello stato milanese, si preoccuparono di sbarrare il passaggio verso sud ai Confederati. Il borgo con le sue muraglie, le torri, i fossati, i ponti levatoi e le porte si presentava agli occhi di chi entrava come una vera e propria fortezza. Dal castello di Montebello scendevano due muraglie che chiudevano il borgo; una lo proteggeva da nord e l'altra da sud. Le tre porte principali ricavate nella cinta garantivano l'accesso al borgo; esse erano sempre sorvegliate e venivano chiuse in caso di pericolo. La porta Codeborgo permetteva l'accesso a chi giungeva da nord. Si trovava all'altezza dell'attuale piazza del Sole, dove oggi inizia la via Codeborgo. La strada maestra che attraversava da un capo all'altro il borgo passava davanti alla nuova chiesa collegiata di San Pietro, per giungere poi nel quartiere più popolato, la contrada Nosetto. Qui la strada si biforcava; verso destra si andava alla cosiddetta porta Nuova (all'inizio dell'odierna piazza Teatro), mentre proseguendo verso sud si attraversava la via Camminata e si giungeva alla porta omonima (all'altezza dell'attuale piazza Indipendenza). Le abitazioni erano spesso addossate l'una contro l'altra e divise solamente da piccoli viottoli. Lo spazio edificabile tra le due colline non era però riservato solo alle abitazioni: si trovavano infatti pergolati, orti, cortili. Ma dove transitava la gente di passaggio? Dove passavano i mercanti con le mandrie di bovini diretti verso i mercati d'Italia? Per non attraversare le strette vie del borgo si faceva uso del portone che si apriva nella murata che scendeva dalla collina al fiume (nell'attuale zona denominata appunto "Portone" dove oggi c'e la passerella che scavalca la strada). Alcuni nomi delle attuali strade ci ricordano gli antichi quartieri. Anche le vecchie illustrazioni ci possono aiutare. A questo proposito è utile segnalare che sulle pareti del cortile interno del municipio di Bellinzona c'è una serie di disegni (eseguiti negli anni 1925-29) che raffigurano diverse vedute del borgo dal quindicesimo secolo agli inizi del Novecento. Pur essendo opere di fantasia, le vedute sono abbastanza fedeli alla realtà del tempo.

Chi abitava nel borgo? Vi erano agricoltori e allevatori, artigiani, mercanti, bottegai, osti e locandieri, soldati e ufficiali militari, funzionari ducali, notai e altra gente benestante. Si pensa che per difendere efficacemente la chiusa bellinzonese, al tempo dei duchi di Milano, occorrevano in totale circa 2500 uomini. Torri e cammini di ronda permettevano di sorvegliare l'esterno. I soldati disponevano di balestre e archibugi, di pezzi di artiglieria (colubrine e bombarde) posti su torri o sulle alture. Durante l'attacco alle mura con scale ci si difendeva gettando dall'alto (dalle caditoie) acqua, olio e pece bollente, sassi e proiettili incendiari. I merli, le feritoie e le fessure di vario tipo servivano per far fuoco sul nemico. I muri, però, non avrebbero resistito ai colpi dell'artiglieria nemica: Milano sapeva bene che difficilmente i Confederati avrebbero potuto trasportare sul passo del San Gottardo pesanti cannoni. Per il buon esito della difesa, in caso di assedio, era importante rifornire gli uomini di viveri, armi e munizioni. Il porto sul fiume Ticino consentiva rifornimenti per via d'acqua. Tutto sommato, però, anche per il ricco ducato di Milano difendere militarmente Bellinzona costituiva una spesa elevata; ecco perché i Milanesi, nel limite del possibile, cercavano di andare d'accordo con i Confederati, concedendo loro privilegi commerciali e doganali e addirittura versando somme di denaro.


Il Castel Grande

Il castello (detto anche castello vecchio fin dal medioevo, castello di Uri dal 1506 e di San Michele dal 1818) si trova sulla sommità del grande dosso di roccia che s'innalza dal fondovalle. La spianata del diametro di 150-200 metri è protetta verso nord da pareti rocciose quasi verticali, mentre a sud la pendenza è meno ripida. Oggi il mezzo più semplice per salire al castello è l'ascensore (realizzato durante gli ultimi restauri) che dalla base della collina porta direttamente all'interno della fortezza. Viuzze ripide permettono pure di salire dalla città al castello. Nel tardo medioevo si raggiungeva la sommità dalla parte sud, varcando a metà della salita una porta nelle mura cittadine. Superati dopo circa cento metri i cortili d'arme, si giungeva infine alla porta principale del castello. Oggi la superficie interna dà l'impressione di un grande spazio vuoto. Documenti scritti e resti di fondamenta scoperte dagli archeologi dimostrano che nel medioevo il Castel Grande, suddiviso in più parcelle, doveva contenere molti edifici. Essi furono abbattuti nel quindicesimo secolo sotto i duchi di Milano per liberare la superficie interna, divisa in tre grandi cortili, allo scopo di radunare molti soldati in caso di bisogno. I tre cortili si diramano dalla Torre Nera. Questa costruzione quadrangolare sta più o meno al centro del castello e fu eretta probabilmente nella prima parte del Trecento. Piu a est sorge il complesso di edifici del ridotto, al cui centro svetta la snella e quadrata Torre Bianca, probabilmente duecentesca. II quadrilatero del ridotto che la circonda è da identificare con il palazzo del vescovo di Como. La parte o ala sud (eretta in più fasi dal Duecento al Quattrocento) è dominata da un edificio oblungo, addossato internamente al muro di cinta. L'ala ovest era una parte dell'arsenale ottocentesco. Di una piccola cappella dedicata a San Michele, posta tra la Torre Nera e quella Bianca, si conservano solo resti di fondamenta. Un'altra chiesa in ruderi è ancora riconoscibile alla periferia del cortile ovest. Le opere di difesa del castello furono innalzate seguendo lo spigolo naturale dello sperone roccioso.

Il restauro integrale, reso possibile dalla generosa donazione di Mario della Valle, è stato diretto dall'architetto Aurelio Galfetti negli anni 1982-92. La parte sud ospita oggi il museo che illustra la storia edilizia del castello. Vi sono conservati anche i disegni su tavoletta del soffitto della casa Ghiringhelli (antico albergo della Cervia, circa 1470-80); un locale è dedicato pure alla zecca bellinzonese. L'edificio a ovest, raccordato ad angolo retto all'ala sud, è adibito a ristorante e a sala d'esposizione.


Il castello di Montebello

Il complesso fortificato (nel tardo medioevo detto anche castello piccolo, nuovo o di mezzo, dal 1506 castello di Svitto e dal 1818 di San Martino) sorge su uno sperone roccioso a est dell'abitato. Le sue origini risalgono alla fine del tredicesimo secolo. Edificato dalla famiglia comasca dei Rusca, passò in seguito ai Visconti milanesi. Ampliamenti successivi fra il 1462 e il 1490 trasformarono la vecchia costruzione nella fortezza che ancora oggi possiamo ammirare. Inutile militarmente, il castello fu abbandonato; attorno al 1900 Montebello si trovava in una desolante situazione di sfacelo. A partire dal 1903 furono intrapresi lavori di consolidamento e completamento. Il castello di Montebello è una fortezza protetta da una cerchia di mura a forma romboidale, con cammino di ronda, caditoie e merli a coda di rondine (o ghibellini, mentre quelli a forma di parallelepipedo sono detti guelfi). Siccome l'accesso è piuttosto facile da tutti i lati, per impedire al nemico di entrare fu necessario scavare profondi fossati. Il castello fu edificato in tre fasi: dapprima venne costruito il nucleo centrale fortificato, poi le due linee difensive attorno. Il nucleo interno, protetto da alte mura, accoglieva la dimora fatta costruire dai Rusca, il mastio, fabbricati abitativi e utilitari, il pozzo nel cortile. La cappella dedicata a San Martino fu eretta attorno al 1600, dunque quando il castello era già nelle mani dei Confederati. La cinta muraria è provvista di un cammino di ronda continuo, sormontato da merli con feritoie. In tre angoli delle mura si innalzano torri sporgenti, due semicircolari e una quadrangolare. Dalle mura esterne si dipartono le doppie muraglie che chiudevano l'abitato cittadino verso nord e verso sud. L'accesso al castello è rivolto a nord, dove il portone immette nel cortile. Qui si trova il rivellino, cioè un fortino scoperto adatto a una prima difesa della fortezza. Una seconda porta che conduce al cortile interno si apre nella torre quadrangolare. Entrambe le porte sono difese da fossati e da ponti levatoi di ricostruzione moderna. Nel quindicesimo secolo, quando Bellinzona apparteneva ai duchi di Milano, Montebello era considerato il più adatto alla difesa in caso di guerra. Oggi il castello è facil mente raggiungibile seguendo la strada che sale dal viale della Stazione oppure scegliendo una delle due vie pedonali che si dipartono dal centro città. Montebello ospita il museo civico con la collezione archeologica; i reperti in mostra, comprendenti vari pezzi unici importanti, provengono da necropoli preistoriche del Ticino. La ristrutturazione degli ambienti interni a scopi espositivi eseguita dagli architetti M. Campi, F. Pessina e N. Piazzoli risale agli anni 1971-74.


Il castello di Sasso Corbaro

Situato in posizione dominante è piu in alto rispetto alle altre opere difensive, il fortilizio (detto anche castello di cima, di Untervaldo dal 1506 e di Santa Barbara dal 1818) si presenta come una sola costruzione, isolata su tutti i lati. La vista spazia a nord verso l'imbocco delle valli Riviera e Mesolcina e a sud-ovest sul piano di Magadino, il Monte Ceneri, il lago Verbano fino alle montagne del Locarnese. Fu l'ultimo castello a sorgere. Dapprima venne costruita una torre, poi verso la metà del Quattrocento gli esperti milanesi suggerirono di fortificare ulteriormente il sito per evitare ai Confederati di penetrare in territorio ducale. I lavori cominciarono dopo il 1478; prima si costruì la robusta torre quadrata all'angolo nord-est (il mastio), poi si passò alle altre parti. L'anno seguente una prima guarnigione di soldati poté già insediarsi nel castello non ancora terminato. I lavori proseguirono fin verso il 1481-82. In tempo di pace il fortilizio fu adibito anche a prigione, ma non era affatto a prova di evasione: si sa che un prigioniero riuscì a fuggire nel 1494! Abbandonato poiché inutile militarmente e di manutenzione costosa, danneggiato da vari fulmini, il castello di Sasso Corbaro all'inizio del Novecento stava per crollare. Vennero allora intrapresi lavori di consolidamento. II fortilizio forma un quadrato di circa 25 metri per lato, con due torri negli angoli nord-est e sud-ovest (torre di vedetta). Sui lati corre un cammino di ronda con caditoie e merli. I muri hanno uno spessore da un metro e ottanta ad est (fronte di attacco) a circa un metro altrove. L'ingresso al cortile, sulla facciata ovest, mostra ancora tracce di un'antica saracinesca e di un sistema di sprangatura. Il cortile interno è di forma rettangolare. Verso sud e verso ovest presenta un'ala abitativa addossata al muro di cinta; è a due piani e un tempo questa parte del castello era coperta da un tetto, provvista di camini, latrine e di una cucina. Sul lato est presso un pozzo a carrucola, si trova una piccola cappella restaurata. II mastio, che oggi comprende quattro piani con un tetto, serviva in origine quale abitazione. A sud e a ovest della costruzione principale si trovano resti di cortili d'arme e di fabbricati minori. Al castello si può giungere seguendo la strada carrozzabile oppure salendo per il sentiero fra i boschi.

Oggi Sasso Corbaro ospita il museo cantonale dell'arte e delle tradizioni popolari, con oggetti che illustrano la vita quotidiana e la devozione popolare nel Ticino. La trasformazione dei locali in museo è stata curata nel 1963-64 dall'architetto Tita Carloni.


Le mura cittadine

La trasformazione del piccolo nucleo abitato in cittadina fortificata sembra sia avvenuta prima dell'anno 1350. Il tracciato delle mura tardo medievali rimasto coincide con quello più antico. In altre citta la cinta muraria è disposta concentricamente attorno all'abitato. A Bellinzona, invece, le mura consistono in due linee separate. Esse sfruttavano la particolare situazione del luogo, stretto tra la collina e la montagna. Le estremità di queste due linee fortificate si collegavano con le strutture difensive del Castel Grande e di Montebello, tanto che non si capisce bene dove comincino le mura cittadine e dove finiscano quelle esterne dei castelli. La cinta muraria settentrionale (dunque a nord) scende da Montebello ma non è direttamente collegata al Castel Grande perché termina con una torre alla base rocciosa della collina. La linea meridionale, invece, descrive un ampio arco, abbracciando i quartieri cittadini a sud di piazza Nosetto. 

Le mura originarie, oggi ancora in piedi nella misura del 60%, sono state modificate negli ultimi cento anni, sia da interventi di restauro, sia dall'apertura di passaggi per pedoni e veicoli. Nell'Ottocento due porte vennero demolite e ricostruite in altro stile. Qualche decennio dopo tutte le tre porte principali furono rase al suolo; la città era in continua espansione e le porte avevano ormai perso la loro antica funzione. Possiamo avere un'idea del loro aspetto osservando la quarta porta, tuttora esistente, aperta nella cinta meridionale che sale al Castel Grande. Fino alla costruzione di strade moderne, l'accesso principale al castello passava proprio da questa apertura ricavata in una torre quadrangolare sormontata da caditoie e merli ghibellini. La presenza di scanalature per il ponte levatoio indica che sul lato rivolto al nemico esisteva un fossato. La porta nord si chiamava Codeborgo o porta tedesca. In origine anche la cinta sud aveva un solo accesso: la porta Camminata o porta Lugano. La terza porta fu aperta probabilmente nel tardo medioevo: essa si chiamava porta Nuova o porta Locarno. In tempi recenti venne ricavata un'altra apertura in una torre nell'attuale via Dogana (a ovest di piazza Indipendenza); sull'esterno è raffigurato lo stemma di Filippo Maria Visconti. La cinta era munita di una serie di caditoie sormontata da merli ghibellini. Le torri (comprese le porte) erano cinque nella linea difensiva a nord e tredici in quella a sud. Anch'esse vennero munite di caditoie, merli e in maggioranza di una piattaforma adatta ad accogliere bocche da fuoco. I fossati sono invece scomparsi.


La murata

Dal Castel Grande, seguendo un costolone roccioso, scende la cosiddetta murata, possente muro di sbarramento della lunghezza di circa seicento metri che un tempo proseguiva fino al fiume Ticino incontrando il fianco della montagna sulla riva destra, dove c'era una Torretta. Il progetto, a quanto pare, si sviluppò sotto il dominio della famiglia Visconti, probabilmente dopo la battaglia di Arbedo (1422). La merlatura sembra esistesse soltanto da un lato. Attorno alla metà del Quattrocento, soprattutto vicino al fiume, la murata si presentava in cattive condizioni; prima dello scontro di Giornico (1478) i Confederati riuscirono a sfondarla. Dopo questo avvenimento il vecchio sbarramento fu raso al suolo; venne costruita una nuova murata (1487-89) che, diversamente da quella originaria, era concepita per una difesa sui due lati. Nel corso degli anni, purtroppo, diverse parti andarono perse. Nel 1515 la piena disastrosa del fiume Ticino distrusse la muraglia per una lunghezza di circa centocinquanta metri e rovinò il vicino ponte in pietra ad arcate. Attorno al 1820 fu demolita la Torretta sulla riva destra che bloccava lo stretto passaggio tra il fiume e il fianco roccioso della montagna (il cosiddetto ponte della Torretta venne ricostruito negli anni 1814-15 per essere sostituito in tempi recenti dall'attuale ponte moderno). 

Purtroppo anche il portone, cioè la torre e la sua porta che si apriva nella murata, venne raso al suolo nel 1869 per far posto alla strada a due corsie. Sulla breccia lasciata dalla demolizione corre oggi una passerella all'altezza della merlatura. La murata, formata da due muri, racchiude al suo interno un camminamento (passaggio o corridoio coperto) largo quasi due metri e alto quattro-cinque metri. Sopra è tuttora percorribile e c'è il cammino di ronda con ai lati una serie continua di merli e caditoie. Il fossato risulta livellato da tempo. Oltre al portone, altre due torri (conservate) permettevano la difesa della murata. La distanza tra una torre e l'altra era di circa centocinquanta metri, cioè la gittata effettiva delle piccole bocche da fuoco. La murata era provvista di cannoniere, aperture simili alle feritoie ma di dimensioni adatte al tiro con i cannoni. Altre strette aperture servivano per l'illuminazione e l'aerazione.


Considerazioni finali

La storia di Bellinzona è lunga nel tempo e ci permette di capire meglio il passato e nello stesso momento di accrescere le. nostre conoscenze sul presente. Per la gente che nel corso dei millenni ha valicato le. Alpi, la strettoia di Bellinzona rappresentava un passaggio obbligato tra la fertile pianura della Lombardia e le impervie vallate alpine. A Bellinzona si stabilirono agricoltori preistorici, legioni romane, guerrieri germanici, truppe milanesi e confederate; vi passarono re e imperatori alla testa dei loro eserciti, ambasciatori, mercanti, viandanti, avventurieri e pellegrini diretti a Roma. Oggi transitano i turisti che seguono le moderne vie di comunicazione. Le lotte secolari per il possesso di questo borgo a guardia delle vallate a nord della Lombardia coinvolsero dapprima le due città italiane di Como e Milano. Bellinzona si affermò come centro di importanza strategica, come nodo di transito negli scambi commerciali, come modesto ma vivace insediamento con una popolazione operosa. Dopo alterne vicende, il borgo bellinzonese passò agli Svizzeri. Fortunatamente i castelli sono ancora lì e non finirono distrutti o in rovina come per altri casi.



Nel 15 a. C. il romanice, il latino del popolo, fu imposto con la forza in Engadina dai figli dell’imperatore Augusto, Druso e  Tiberio.

Il Vallese rimase infatti per cinque secoli, a partire dal 15 a.C. e fino alla caduta dell'Impero romano d'Occidente per mano dell'ostrogoto Odoacre, sotto il controllo di Roma. Per la verità già in precedenza i romani avevano avuto a che fare con i popoli che abitavano il territorio (i Nantuati, i Veragri, i Seduni e gli Uberi) e Cesare nel 57/56 a.C. - ne descrive la battaglia nel De bello gallico - aveva messo a ferro e fuoco Octodurum, l'attuale Martigny: in quelle occasioni, però, l'obiettivo non era tanto di sottomettere i popoli del Vallese quanto quello di assicurarsi il passaggio attraverso il territorio per puntare verso la Francia e, successivamente, verso la Gran Bretagna.

 Il passaggio sotto la dominazione romana è documentabile solo dopo le campagne di Tiberio e Druso (15 a.C.) contro i Reti e i Vindelici che abitavano le Alpi centrali. Bisogna anche dire che la presenza dei romani non fu mai prevaricante e i vallesani antichi si adattarono facilmente a usi e costumi di importazione, pur senza abbandonare le proprie tradizioni, traendo indubbiamente dei vantaggi dalla propria posizione di "passaggio" obbligato verso il nord.

Diventa allora particolarmente stimolante approfondire - come cerca di fare la mostra - i diversi aspetti della cultura gallo-romana in quella che allora si chiamava Vallis Poenina (questo è anche il titolo dell'esposizione), nome latino derivante dal nome del dio Poeninus, divinità locale posta a protezione dei viandanti, cui era dedicato un santuario sul colle del Gran San Bernardo. Proprio sul colle vennero compiuti i primi scavi archeologici tra il 1760 e il 1764 dal canonico Laurent-Joseph Murith, che raccolse nella biblioteca dell'Hospice i numerosi oggetti ritrovati (tavolette incise, monete votive, ecc.).

 Va anche detto che sul passato "romano" del Vallese nel corso dei secoli precedenti gli scavi del Gran San Bernardo le memorie storico-letterarie sono veramente poche. Sembra che tutto si sia perso con il passare dei secoli. Il primo monumento antico ad essere ricordato è l'anfiteatro di Martigny, la città fondata dall'imperatore Claudio a metà del I sec. d.C. e che assunse il nome di Forum Claudium Vallensium, che viene citato nel 1561 dal fiorentino Gabriel Siméon, che lo ritiene il campo di Galba, luogotenente di Cesare.

 La condizione di luogo di passaggio fa sorgere fin dagli inizi della nostra era, lungo i percorsi che provenienti da Aosta e dal Gran San Bernardo attraversano il Vallese, luoghi di sosta, magazzini e quant'altro può rendere il viaggio confortevole. I vallesani, fino ad allora impegnati solo in attività agro-pastorali, comprendono le potenzialità di questa situazione e realizzano numerose infrastrutture, come ad esempio le terme pubbliche, particolarmente gradite ai romani (residenti o di passaggio), ai quali vengono destinate anche manifestazioni sportive e culturali di vario genere. A Martigny in particolare si può anche rilevare l'importanza assunta in edilizia dall'uso della malta, materiale prima sconosciuto, che consente la realizzazione di edifici monumentali, non certo possibile con le tecniche tradizionali e l'impiego "a secco" del legno e della pietra, modalità costruttiva, quest'ultima, che rimane tuttavia in vigore ancora a lungo sulle montagne.

 La realizzazione di edifici pubblici e privati di grande prestigio non è però accompagnato da interventi di decorazione (mosaici ed affreschi) tipici della grande "domus" romana. Specializzato appare, invece, attraverso i ritrovamenti effettuati, l'artigianato locale: famosa è la bottega del vasaio Florus (così firma i suoi manufatti) operante probabilmente a Martigny, così come particolarmente apprezzati sono gli artigiani che lavorano i vari metalli in particolar modo a Briga o, ancora, quanti si dedicano alla lavorazione della pietra ollare per produrre pentole e coperchi, con una tecnica che si è mantenuta fino ai giorni nostri.

 La mostra, nel documentare con reperti di varia provenienza tutte queste cose, non trascura di affrontare il tema della religiosità dei popoli vallesani, che contemplavano assieme alle divinità locali, come il dio Poeninus cui già abbiamo accennato, gli dei ufficiali del pantheon romano, ma anche l'imperatore o l'imperatrice. Non mancano documenti sulle religioni orientali che precedettero l'arrivo del cristianesimo nel IV sec. Ampio spazio è dedicato al culto dei morti e ai vari tipi di sepoltura (a inumazione o a "incinerazione") dai quali si ricavano informazioni importantissime sull'abbigliamento e sui monili o comunque gli ornamenti tipici delle varie epoche.

 Fondamentale, ben oltre la mostra, per comprendere la storia della Vallis Poenina è senza dubbio il volume pubblicato dal Musée Cantonal, volume denso di informazioni e di immagini che, dall'antichità pre-romana, percorre il Vallese fino all'Alto Medioevo. Si tratta di un libro aggiornato sulle conoscenze acquisite con gli scavi condotti lungo tutto questo secolo e in particolare negli ultimi trent'anni grazie alla nascita della Fondation Pro Octoduro e alla creazione a livello cantonale di una équipe che si dedica in modo permanente all'esplorazione della città romana di Forum Claudium Vallensium, équipe diretta dall'archeologo François Wiblé, che è anche il responsabile scientifico del catalogo della mostra, cui hanno collaborato Olivier Paccolat, Philippe Curdy e Marc-André Haldimann.


Da queste valli, che quasi tutte confluivano e si aprivano nelle fertili e ampie pianure create dai grandi fiumi in Padania e in Baviera, quasi immutate nella loro conformazione geologica e sociale fin dalle prime sporadiche apparizioni dell'uomo, scendevano varie agguerrite e semi selvagge bande di popoli-predoni non ancora colonizzati per compiere delle razzie nelle ricche e popolose cittadine romane che erano sorte lungo le grandi strade di comunicazione che collegavano Roma alle estreme province dell'impero. Questo stato di perdurante instabilità e di insicurezza interna non poteva essere ulteriormente accettato dall'amministrazione romana che subiva danni sia economici sia di "immagine pubblica". L'imperatore stesso, dopo la pacificazione interna e dopo le sanguinose lotte civili per la supremazia al vertice della Repubblica, rafforzati i confini più esterni del suo immenso dominio, diede il via a varie operazioni militari e politiche di conquista delle valli alpine (sia sul versante sud sia su quello verso la pianura germanica). Su queste terre povere, inospitali e selvagge, di scarso valore economico ma in alcuni casi di grande interesse logistico e militare, Roma non era ancora riuscita ad estendere e rafforzare il proprio dominio, la propria legge e la sua pax. Allo scopo principale di "pacificare" le vaste aree ancora non romanizzate, nel secondo decennio avanti Cristo con una precisa e pianificata strategia globale vennero organizzate alcune imponenti campagne militari. Con grande spiegamento di forze furono predisposte delle guerre di conquista e di sottomissione territoriale. Le legioni avanzarono verso tutte quelle valli e altopiani che non erano ancora sotto il dominio di Roma e con le loro quadrate formazioni di combattimento dilagarono travolgendo con tutta la loro imponente forza bellica le disunite e non organizzate forze dei vari popoli alpini. Non si era più visto uno spiegamento tale di truppe romane dalla fine della cruenta guerra civile tra Ottaviano e Antonio e la successiva generale riorganizzazione dello stato e delle stesse legioni. Si trattava di un contingente imponente, suddiviso in tre corpi d'armata. Questi, con un movimento a tenaglia da sud (pianura padana) da ovest (Gallia) e da nord (Baviera ed Helvetia), portarono alla totale occupazione militare delle numerose vallate che in soli due anni vennero conquistate, soggiogate e romanizzate. Le varie popolazioni, com'era uso in quei tempi, furono completamente sterminate o rese in schiavitù e deportate in massa per essere vendute sui vari mercati dell'Impero. Insieme alla conquista delle valli Trompia, Sabbia e Tellina la sottomissione del popolo dei Camuni, nella più vasta delle valli alpine, avvenne nel 16 a.C. per opera del proconsole Publio Silio, comandante di grande esperienza militare, noto e rispettato per la sua audacia e il suo coraggio. La conquista della Valle Camonica fu dunque uno dei più importanti episodi nell'ambito delle principali azioni militari volute (e forse coordinate) direttamente da Augusto e dai suoi consiglieri contro le numerose e bellicose popolazioni alpine. I romani chiamarono questa campagna la "Guerra Retica" poiché tutte le Genti delle Alpi, pur suddivise in molti popoli e tribù anche molto diversi tra loro (di antico ceppo Ligure, Etrusco, Celtico o Gallico), erano chiamate genericamente senza distinzione particolare con il nome di Reti. Come già scritto, lo scopo fondamentale della campagna fu raggiunto in due anni di guerra e di scontri anche violentissimi, ma alla fine venne resa effettiva la totale soggiogazione di tutte le tribù e di vari popoli delle Alpi centrali. A quel punto anche gli ultimi "confini interni" dell'Impero erano eliminati e tutte le valli, ogni passo, tutti i ponti erano conquistati e consolidati con una miriade di postazioni militari romane nelle posizioni strategiche e resi sicuri. Ogni più remoto angolo dell'arco alpino venne posto sotto una stretta sorveglianza strategica, militare e commerciale: tutto questo rendeva le importanti vie di comunicazione, passanti per le Alpi, arterie tranquille e controllate in cui i traffici potevano svolgersi nel modo migliore, più produttivo e remunerativo. Per portare a termine queste complesse operazioni militari vennero nominati comandanti generali di tutte le milizie romane Druso e suo fratello Tiberio figliastri ma anche nipoti di Augusto che, dopo questa impresa, dopo il trionfo celebrato a Roma, vennero nominati suoi successori alle massime cariche della Repubblica (che era ancora "formalmente" esistente - e lo restò per tutto l'impero di Augusto e i suoi successori). Tutte le azioni belliche si svolsero in diverse campagne distinte. Partirono dalla Gallia Transalpina (Francia del sud), dalle valli del Reno e del Rodano attraverso l'Helvetia (Svizzera) per sfociare in Baviera e portare alla riunione delle legioni che erano salite dalla pianura Padana.
Il nord Italia e le sue genti
all'epoca della conquista romana
delle valli alpine
L'impresa si poté definire conclusa nell'estate del 15 a.C. con la conquista della Rezia (arco alpino sul versante padano), del Tirolo, della Svizzera orientale e della Baviera che vennero incorporate direttamente nell'Impero Romano. In questo piano di conquista dell'Europa centrale (attuale Svizzera e bassa Germania) l'occupazione della Valle Camonica, vista la sua conformazione geografica che puntava direttamente da sud a nord e verso il centro Europa, fu ritenuta strategicamente essenziale e necessaria non solo per ricondurre all'ordine quelle bande di Camuni che "scendevano incessantemente giù dai monti per mettere a sacco e fuoco le ubertose campagne vicine", ma soprattutto perché la vallata dell'Oglio doveva diventare una delle più preziose, dirette e importanti vie di comunicazione fra la pianura padana e la Rezia che i Romani volevano definitivamente conquistare e sottomettere. Come già accennato, nel corso della stessa spedizione, oltre ai Camuni, vennero soggiogati anche i Triumplini che erano stanziati nella Valle Trompia e i Vennoneti, strettamente legati da antichissimi contatti (e forse derivanti dallo stesso ceppo) ai Camuni e che abitavano la Val Tellina. Le tre valli lombarde più importanti e ricche entrarono così nell'orbita d'influenza romana, dopo secoli di fiera indipendenza e voluto isolamento. I nomi di questi popoli, per dimostrare la grande importanza che i romani diedero a questa conquista, vennero incisi (proprio in ordine di importanza) ai primi tre posti nell'elenco delle trentaquattro "gentes alpinae devictae" menzionate nel trofeo di Augusto a La Turbie nella Gallia meridionale. La Valle Camonica, dal lago Sebino fino al monte Tonale, era dunque completamente soggiogata e posta sotto le aquile imperiali. Va comunque ricordato che già in numerose occasioni, prima del 16 a.C., i Camuni si erano scontrati più volte con le legioni dei Romani: sempre avevano brillantemente resistito alle temporanee e parziali invasioni di parti del loro territorio, alle razzie, agli sconfinamenti nella bassa valle da parte degli eserciti di Roma che erano stati impegnati, ma solo occasionalmente e sporadicamente, nelle selvagge vallate del nord alpino, prima delle imponenti e organizzate spedizioni volute da Augusto. La storia ufficiale di questi attriti (che il alcuni casi si erano trasformate in antichissime leggende) ricorda alcuni importanti scontri avvenuti dopo alcune improvvise, sporadiche e sanguinose razzie compiute da alcuni dei popoli alpini ed effettuate nelle fertili e ricche pianure. Fu particolarmente pesante la rappresaglia messa in opera dai Romani in due occasioni che, quasi certamente, interessarono anche la Valle Camonica: nel 118 a.C. durante la spedizione di Quinto Marcio contro gli Steni delle valli Giudicarie, e nel 95 a.C. quando il console Lucio Crasso "fece perlustrare le valli alpine in tutta la loro estensione e massacrarne gli abitanti, né tuttavia gli venne fatto di ucciderne abbastanza per celebrare un trionfo minore e congiungere l'alloro del vincitore alla gloria dell'oratoria". Insomma il console Crasso non riuscì a compiere una pulizia etnica totale eliminando sistematicamente tutti i valligiani delle Alpi e per questo (con suo enorme dispiacere) non poté sfilare davanti al popolo romano sulla biga del trionfo.
Queste azioni però, che servivano solo a rendere più ostili e ad irritare le popolazioni senza sottometterle, non modificarono sostanzialmente la situazione generale. Dopo ogni scorreria i Romani ritornavano nei loro acquartieramenti della pianura o battevano in ritirata e nelle vallate alpine tutto rimaneva e ritornava come prima. Altre notizie dirette di spedizioni o scontri di una certa rilevanza in proposito non ci sono, ma sembra che, dal 95 al 16 a.C. Romani e Camuni abbiano avuto più di una occasione di scontrarsi e scannarsi nuovamente. Nel 16 e nel 15 a. C., nei due anni in cui durò la campagna di conquista, oltre alla grande superiorità militare, giocò a favore dei Romani, nella completa e definitiva sottomissione (non solo militare) della Valle Camonica, un altro fatto estremamente importante: i Camuni, pur essendo magari ancora pronti a sfidare sul campo le superiori armi dei Romani, guardavano, certamente con molta e forse malcelata attrazione, già da tempo alla civiltà di Roma. Questo avveniva quasi naturalmente per quella forte tendenza che da sempre pungola una qualsiasi civiltà, statica e ingessata da secoli nei suoi ordinamenti e costumi basilari, a cercare un proprio (e forse personale) rinnovamento nel confronto con una civiltà nuova che porta inevitabilmente ad una rapida evoluzione e assimilazione.
Le antichissime tradizioni e usanze camune, maturate e modificate nei secoli, gelosamente conservate e caparbiamente difese (come sempre capita nella storia di tutti i popoli) da una forte e discriminante classe dominante (composta prevalentemente da sacerdoti e guerrieri), avevano già cominciato, negli ultimi secoli a. C, a perdere molto del loro vigore e della loro antichissima fisionomia. Questo era avvenuto, molto lentamente ma costantemente, in seguito ai numerosi confronti e scontri socio-economici-politici con alcune civiltà presenti nell'area sud e centro europea. Queste popolazioni (che a loro volta vivevano in un mondo più "aperto" e avevano contatti diretti con altri popoli) erano certamente più progredite negli usi e nei costumi, nel commercio e nelle istituzioni societarie e vitali. Seguendo un ordine cronologico furono i Liguri i primi abitanti "residenti" in Valle Camonica. Furono poi invasi dagli Etruschi che a loro volta vennero sconfitti e assoggettati dai Celti (o Galli). Tutte queste "Genti", talvolta diversissime tra loro, avevano lasciato inciso profondamente nel tessuto connettivo delle numerose valli alpine molti dei loro usi e costumi, tradizioni, divinità, credenze e leggi, istituzioni sociali e sistema politico stratificato a caste. Poi, sotto l'inarrestabile urto della violenta, dinamica e ben organizzata civiltà romana, anche i Camuni e gli altri popoli montani "si lasciarono conquistare" quasi completamente prima che con le armi con i contatti commerciali e sociali.