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Il commercio estero
L'economia italiana è caratterizzata da un movimento assai vivace di scambi
con l'estero, anche per la fondamentale necessità di importare materie prime. La
composizione del commercio estero italiano è quella tipica di un paese
"trasformatore": prevalgono nelle importazioni le materie prime, tra cui quelle
energetiche e quelle alimentari, e i semilavorati (anche se l'accresciuto
benessere ha portato a incrementare le importazioni di prodotti finiti esteri,
come le automobili o i televisori), mentre l'assoluta preminenza tra le
esportazioni spetta ai manufatti.
Tra i principali prodotti si collocano quelli dell'industria meccanica
(autoveicoli e mezzi di trasporto in genere, elettrodomestici, macchinari
agricoli e industriali, utensili), dell'industria tessile e dell'abbigliamento,
con particolare riguardo per la moda, le calzature e globalmente la lavorazione
delle pelli, nonché altri articoli di lusso, come i gioielli. Molto importante è
la cosiddetta "esportazione chiavi in mano", che si rivolge ai paesi in via di
sviluppo, di grandi infrastrutture, come dighe, porti, arterie stradali.
Deficitario è invece l'ambito della chimica, in particolare per la farmaceutica:
gran parte delle medicine presenti sul mercato italiano sono fabbricate
all'estero o sono prodotte in Italia su licenza straniera. In modo analogo sono
generalmente deboli i settori ad alta tecnologia; nel 1997, ad esempio, l'Italia
è quasi definitivamente uscita dalla produzione di computer.
Circa il 60% del movimento commerciale si svolge all'interno dell'Unione
Europea, in modo prevalente con la Germania e la Francia; al di fuori dell'UE,
gli Stati Uniti sono il più importante partner commerciale. In aumento sono gli
scambi sia con la Russia e i paesi dell'Est europeo (Polonia, Ungheria,
Repubblica Ceca, Slovenia ecc.) sia con quelli extraeuropei, asiatici in
particolare, oggi soggetti a un notevole dinamismo economico o forti esportatori
di materie prime. Sia il blocco dei paesi ex comunisti sia quello dei cosiddetti
"paesi in via di sviluppo" rappresentano due aree che offrono un vasto sbocco ai
tipici manufatti italiani, perlopiù a medio contenuto tecnologico, che trovano
invece una forte concorrenza in molti paesi dell'Unione Europea, negli Stati
Uniti e nel Giappone.
La bilancia commerciale italiana, rimasta a lungo pesantemente passiva a
causa soprattutto della forte spesa per le importazioni di minerali energetici e
generi alimentari (carni e prodotti lattiero-caseari in particolare), ha avviato
il proprio risanamento negli anni Novanta. Due sono stati i fattori importanti
del successo: in una prima fase la svalutazione della lira, che ha reso più
competitivi i manufatti italiani all'estero e ne ha rilanciato le esportazioni,
e in un secondo tempo una contrazione dei consumi (da parte dei privati e delle
industrie), e quindi una politica più restrittiva sulle importazioni.
Nella bilancia valutaria, che riguarda non gli scambi di merci ma i
movimenti delle cosiddette "partite invisibili", sono attive in Italia (anche se
in minore misura rispetto a un tempo) le voci relative al turismo e quelle
riguardanti i redditi da lavoro, cioè le rimesse degli italiani che risiedono e
lavorano in altri paesi. La diminuzione dell'attivo è dovuta nel primo caso al
fatto che sempre più italiani si recano in vacanza all'estero, nel secondo al
fatto che gli emigrati man mano rientrano in patria.
Sono invece costantemente passive le voci relative ai redditi da capitali,
che riguardano le entrate e le uscite di capitali, sia per acquistare azioni di
società straniere, sia per effettuare investimenti diretti all'estero; ciò
significa che gli investimenti e i relativi ricavi degli stranieri in Italia
sono molto più elevati di quelli degli italiani all'estero.Tra l'altro molte
delle aziende già di proprietà pubblica, di recente privatizzate, sono proprio
state acquistate da gruppi esteri.
La moneta e le banche
La moneta nazionale è la lira; l'unico organo di emissione è la Banca
d'Italia, che ha sede a Roma. Così come si verifica in tutti gli altri paesi a
economia avanzata, e in particolare negli Stati Uniti e in Germania, il
governatore della banca centrale esercita funzioni di controllo e spesso di
orientamento nella politica monetaria dello stato, essenzialmente con lo
strumento del tasso di sconto, aumentando o diminuendo il "costo" del denaro a
seconda dell'andamento economico del paese.
In Italia, accanto a vari istituti bancari pubblici o di diritto pubblico,
esistono numerose banche private; anzi il settore bancario è tra gli ambiti nei
quali si stanno attuando ampie privatizzazioni. Sin dal 1993 sono stati
privatizzati la Banca Commerciale Italia (Comit) e il Credito Italiano, entrambi
dipendenti dall'IRI, nonché l'Istituto mobiliare italiano (IMI); la graduale
cessione da parte dello stato ai privati di istituti bancari, finanziari e
assicurativi (ad esempio l'INA, Istituto nazionale delle assicurazioni) è
proseguita negli anni successivi.
Ordinamento dello stato
La struttura istituzionale
A seguito del referendum istituzionale del 2 giugno 1946, l'Italia cessò di
essere una monarchia e divenne una repubblica. La successiva Costituzione,
entrata in vigore il 1° gennaio 1948, ha stabilito i principi istituzionali cui
i massimi organi dello stato devono attenersi e che sono quelli classici delle
democrazie liberali, fondati cioè sulla netta distinzione e indipendenza dei
poteri legislativo, esecutivo e giudiziario. Al vertice dell'ordinamento è posto
il presidente della Repubblica, che è quindi il capo dello stato e rappresenta
l'"unità nazionale".
Il potere legislativo spetta al Parlamento, formato da due Camere, entrambe
elette ogni 5 anni a suffragio universale (le donne ottennero il diritto di voto
solo nel 1946) e diretto: la Camera dei deputati, che conta 630 membri, e il
Senato, che conta 315 senatori eletti. A questi si aggiungono alcuni senatori a
vita; sono tali per diritto tutti gli ex presidenti della Repubblica, cui si
aggiungono altri senatori nominati dal capo di stato: nel 1997 i senatori erano
325. Bisogna aver compiuto 18 anni per poter eleggere i membri della Camera dei
deputati e 25 anni per essere eletti; bisogna avere 25 anni per poter eleggere i
membri del Senato e 40 anni per essere eletti.
Il potere esecutivo spetta al governo, formato dal presidente del Consiglio
dei ministri e dai vari ministri; per entrare in carica il governo deve ottenere
il voto di fiducia del parlamento, quindi esprime la volontà della maggioranza
degli elettori. In genere il presidente del Consiglio è a capo del partito che
detiene la maggioranza alla Camera dei deputati. Tra i ministri alcuni sono
detti "senza portafoglio"; essi prendono parte alle riunioni e alle decisioni
del Consiglio dei ministri, di cui fanno parte, in modo assolutamente paritario
ai loro colleghi "con portafoglio", ma svolgono compiti solo politici: sono cioè
privi di quel complesso di uffici della pubblica amministrazione (il
"portafoglio") attraverso i quali si riescono concretamente a mettere in atto su
tutto il territorio nazionale i programmi governativi.
Le due Camere in seduta congiunta, unitamente a tre delegati per ogni
regione (un solo delegato per la Valle d'Aosta), eletti dai rispettivi Consigli
regionali, così da garantire la rappresentanza delle minoranze, eleggono ogni
sette anni il presidente della Repubblica, che può essere rieletto alla scadenza
del suo mandato. Anche se non può intervenire direttamente nel determinare gli
indirizzi politici ed economici del paese (come, ad esempio, è consentito al
presidente degli Stati Uniti o della Francia), tuttavia non ha solo compiti di
rappresentanza e ricopre anche l'incarico di capo delle forze armate.
La costituzione italiana, oltre ad attribuire al presidente della Repubblica
una funzione importante in ambito giudiziario, in quanto presiede il Consiglio
superiore della magistratura, gli consente di intervenire, in particolari
circostanze, sia in ambiti che attengono al potere legislativo, sia in ambiti
relativi al potere esecutivo. Se ad esempio il presidente della Repubblica
ritiene impossibile il normale funzionamento del parlamento, egli può
scioglierlo in qualsiasi momento e indire nuove elezioni (eventi che si sono più
volte verificati); è inoltre il presidente della Repubblica a scegliere il
presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di quest'ultimo, a nominare
i vari ministri.
Del tutto indipendente e autonomo, come si è detto, è il potere giudiziario.
L'amministrazione della giustizia è affidata, per la maggior parte, a magistrati
di professione, scelti per concorso e retribuiti dallo stato. Spetta al già
citato Consiglio superiore della magistratura da un lato tutelare la reale
indipendenza dei giudici dal potere legislativo e giudiziario, impedendone le
eventuali interferenze, dall'altro decidere su assunzioni, promozioni,
trasferimenti, provvedimenti disciplinari che riguardino i giudici. Il Consiglio
superiore della magistratura è eletto ogni quattro anni: due terzi dei membri
sono eletti dagli stessi magistrati, un terzo dal parlamento.
Il sistema giudiziario italiano è impostato sull'assunto che l'imputato di
qualsiasi reato ha diritto a due processi, o per meglio dire a un doppio livello
di giurisdizione, di Primo grado e di Appello; è inoltre prevista la possibilità
di ricorrere a un terzo organo giudicante, la Corte di Cassazione, se si hanno
fondati motivi di ritenere che, durante il primo o il secondo grado del
processo, siano stati compiuti dai giudici errori di applicazione e
interpretazione di quanto stabilito dalla legge.
Un ruolo di particolare importanza viene infine svolto dalla Corte
Costituzionale, formata da 15 giudici (5 nominati dal parlamento, 5 dal
presidente della Repubblica, 5 dalle altre supreme autorità giurisdizionali),
che durano in carica per nove anni. Alla Corte Costituzionale è affidata, come
dice il nome, la suprema tutela della costituzione, cioè il compito di
assicurare la conformità alla costituzione delle varie leggi votate dal
parlamento; spetta inoltre alla Corte Costituzionale decidere sui conflitti che
possono eventualmente insorgere tra i vari organi dello stato.
Ordinamento amministrativo e decentramento dei poteri
L'Italia è, dal punto di vista amministrativo, ripartita in venti regioni,
di cui quindici (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Lazio,
Liguria, Lombardia, Marche, Molise, Piemonte, Puglia, Toscana, Umbria, Veneto)
sono dette a "statuto ordinario", mentre cinque (Friuli-Venezia Giulia,
Sardegna, Sicilia, Trentino-Alto Adige, Valle d'Aosta) sono dette a "statuto
straordinario", poiché dotate di ampia autonomia, sia per motivi geografici in
quanto aree di frontiera (e "di frontiera" in certo senso sono anche, per la
loro insularità, la Sardegna e la Sicilia), sia per motivi etnici, culturali e
linguistici.
Comunque tutte le regioni, anche quelle a statuto straordinario, trovano
limiti alla loro attività nei principi giuridici generali dello stato. L'Italia
rimane quindi uno stato fortemente centralizzato. Non a caso, mentre le regioni
a statuto straordinario furono istituite poco dopo la nascita della stessa
Repubblica, le altre divennero operative solo nel 1970, quindi con un ritardo
molto grave rispetto al preciso dettato della costituzione.
A loro volta le regioni sono ripartite in province, attualmente in numero di
103; le province sono suddivise in comuni, in numero di 8102. Solo alle regioni
spetta un pur limitato potere legislativo, di base costituzionale nelle regioni
a statuto straordinario, soggetto al potere centrale in quelle a statuto
normale; ai comuni e alle province competono solo atti di natura amministrativa.
Lo stato è rappresentato in ogni capoluogo di regione da un commissario del
governo, incaricato di funzioni di controllo, e in ogni capoluogo di provincia
da un prefetto.
Comuni, province e regioni hanno propri istituti: un presidente (il sindaco
per i comuni), un consiglio e una giunta esecutiva. In particolare, in base
all'importante legge sulle autonomie locali entrata in vigore nel 1990, comuni e
province rappresentano le comunità locali e ne amministrano le risorse. Sono
retti da organi eletti dai cittadini residenti, cioè dai consigli comunali e
provinciali (i parlamenti locali), capeggiati i primi dai sindaci e i secondi
dai presidenti delle province; questi procedono invece a nominare il proprio
"governo", cioè le giunte comunali e provinciali.
Dal 1993 vengono eletti direttamente dalla popolazione i sindaci di tutti i
comuni (in precedenza solo quelli con meno di 15.000 abitanti); oggi pertanto i
sindaci delle grandi città, Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo e così via,
sono divenuti importanti protagonisti della vita politica nazionale.
La spinta a ottenere maggiori poteri autonomi corrisponde d'altronde a
richieste di decentramento amministrativo avanzate sin dal secolo scorso, cioè
da quando si posero le basi per l'unità d'Italia, da parte di molti storici o
uomini politici (da Carlo Cattaneo in modo assai lucido); essi sollecitarono la
formazione di uno stato non centralizzato ma federale, sull'esempio degli Stati
Uniti o della Svizzera, nei quali al governo centrale spettano solo alcune
funzioni, ad esempio la politica estera. Attualmente, tra le forze politiche
italiane è in atto la ricerca di una soluzione in senso federalista per la
riforma dello stato.
Per oltre centocinquant'anni le proposte federaliste non furono prese in
considerazione; solo di recente, e per l'iniziale pressione della Lega Nord,
governo e parlamento cominciano ad avanzare programmi di federalismo consistenti
nell'assegnazione alle regioni di molti dei poteri e dei compiti tuttora svolti
dallo stato.
Lingua e dialetti
Lingua ufficiale in tutto il territorio nazionale è l'italiano, che è
parlato dalla quasi totalità della popolazione. Esiste però tuttora, soprattutto
tra gli anziani, una larga minoranza che parla solo il dialetto regionale (vedi
Dialetti italiani); d'altronde la stessa lingua italiana è il risultato
dell'elaborazione letteraria del dialetto toscano, o meglio del fiorentino. Sono
invece considerate dagli studiosi non dialetti, ma vere e proprie lingue, il
sardo e il friulano.
Numerosi italiani parlano una lingua di minoranza che è prioritaria o
largamente diffusa in altri stati confinanti. In quattro casi la costituzione
garantisce il pieno uso ufficiale di lingue straniere: il tedesco nel
Trentino-Alto Adige, il francese nella Valle d'Aosta, il ladino (diffuso in un
cantone della Svizzera) in alcune zone delle Dolomiti, lo sloveno nel
Friuli-Venezia Giulia.
Tra le altre lingue o dialetti esteri, la cui presenza in Italia ha una
lunga tradizione e diverse motivazioni storiche o di vicinanza geografica, si
ricordano ancora l'albanese (parlato in una quarantina di comuni del
Mezzogiorno, soprattutto della Calabria e della Sicilia), il catalano (parlato
nella città sarda di Alghero), il provenzale o occitano (diffuso in alcune valli
piemontesi); per contro è recentissima, e legata a intensi fenomeni immigratori,
l'introduzione nel nostro paese della lingua estera forse più parlata oggi in
Italia, l'arabo.
Religione
La religione di gran lunga più diffusa è quella cattolica: la stessa
collocazione a Roma dello stato della Città del Vaticano (sede del papa e
plurisecolare nucleo dello Stato Pontificio che a lungo governò una vasta area
d'Italia) attesta il particolare intrecciarsi della storia d'Italia con quella
del papato.
Circa il 95% della popolazione viene battezzato e battezza i propri figli,
circa l'85% si proclama anche in età adulta credente nel cattolicesimo. Le
parrocchie sono più di 25.000, cioè più del triplo del numero dei comuni; i
sacerdoti sono quasi 60.000, cui si aggiungono 125.000 suore. È in atto tuttavia
un processo di laicizzazione, che si avverte da molti indizi: le vocazioni
religiose, ad esempio, sono diminuite del 10% nell'ultimo decennio, così come
vanno di continuo diminuendo i matrimoni effettuati in chiesa (che rimangono
comunque l'assoluta maggioranza), mentre aumentano quelli civili.
Particolarmente significativo è il dato che riguarda la reale partecipazione
alle funzioni religiose. Se negli anni Cinquanta il 70% degli italiani
dichiarava di assistervi regolarmente, gli odierni valori oscillano sul 30%, con
proporzioni più elevate nel mondo rurale, conservatore, e più basse nelle città.
I rapporti tra la Chiesa e lo Stato italiano furono alterni. Nel secolo
scorso, a partire dalla nascita del Regno d'Italia, si basarono sul principio
(che è quello generalmente accolto nelle democrazie occidentali) della "libera
Chiesa in libero Stato": cioè piena libertà di culto, ma nessun particolare
privilegio per la religione cattolica. Nel 1929 fu invece firmato, tra lo Stato
italiano e la Santa Sede, un Concordato, i cosiddetti Patti Lateranensi, sulla
base dei quali il cattolicesimo diventava religione ufficiale (le altre fedi
erano tollerate), Roma era dichiarata "città sacra", l'insegnamento della
religione cattolica era obbligatorio nelle scuole e lo Stato si impegnava a
finanziare il clero cattolico con un salario, chiamato "congrua".
Questa condizione di privilegio, tra l'altro in contrasto con la
costituzione, che sancisce l'assoluta eguaglianza di tutte le religioni, fu
abrogata nel 1984, con un nuovo Concordato tra lo Stato e la Santa Sede;
l'elemento di fondamentale importanza è il fatto che il cattolicesimo non è più
religione di Stato (il che tra l'altro ha abolito la congrua, sostituita dal
contributo volontario della popolazione espresso sulla dichiarazione dei
redditi).
Pochi sono comunque gli aderenti ad altre religioni o ad altre chiese non
cattoliche, cioè protestanti e ortodosse, da secoli attestate in Italia. Si
annoverano 200.000 protestanti, ripartiti in varie confessioni (valdesi,
metodisti, battisti, luterani ecc.), 35.000 ebrei, 20.000 ortodossi. La più
consistente religione dopo la cattolica è oggi quella musulmana (circa 500.000
credenti, ma le stime variano ampiamente), composta quasi interamente da recenti
immigrati dai paesi arabi, soprattutto nordafricani. Lo stato italiano riconosce
pienamente anche le comunità buddhiste (30.000 aderenti), mentre qualche
contrasto esiste con i Testimoni di Geova (circa 300.000 tra adepti e
simpatizzanti), per taluni aspetti della loro confessione, ad esempio per il
loro rifiuto a prestare il servizio militare.
L'istruzione e i mezzi di comunicazione di massa
È stato presentato nel 1997 un programma di ampi cambiamenti nella scuola
italiana, che tra l'altro innalza a sedici anni l'età obbligatoria di frequenza
nelle scuole.
L'attuale struttura si imposta su una scuola dell'obbligo, che è gratuita e
che inizia ai sei anni d'età e prosegue sino ai quattordici; contempla dunque
otto anni di istruzione, uguali per tutti, ripartiti in cinque anni di scuola
elementare e in tre anni di scuola media. Seguono vari indirizzi di istruzione
superiore: i licei (classico, scientifico, linguistico, artistico) della durata
di cinque anni, molteplici istituti tecnici (industriali, commerciali, per
geometri ecc.), ugualmente di cinque anni, e numerosi istituti professionali, in
genere della durata di tre o quattro anni.
Sia dai licei sia dagli altri istituti superiori è possibile l'accesso
all'università, per qualche facoltà direttamente, per qualche altra previo esame
di selezione; la durata media dei corsi universitari è quattro-cinque anni, ma
in alcuni ambiti è stata introdotta la cosiddetta "laurea breve", con corsi
della durata di tre anni che conferiscono, in luogo della laurea, un diploma
universitario.
Accanto alle scuole pubbliche operano, a tutti i livelli, dalle elementari
alle università, varie scuole private, che in linea di massima riguardano il 10%
della popolazione scolastica. Complessivamente la scuola dell'obbligo è
frequentata da quasi 5 milioni di studenti; quasi 3 milioni proseguono negli
istituti superiori, un milione sono gli studenti universitari.
La maggior parte delle università e degli istituti universitari italiani è
di fondazione molto antica (circa metà, tra le quali le università di Ferrara,
Firenze, Napoli, Padova, Parma, Pavia, Perugia, Pisa, Roma, Torino, risale ai
secoli XIII-XIV); quella di Bologna, della fine dell'XI secolo, è ritenuta la
più antica del mondo occidentale. Roma è la città con più elevato numero di
studenti universitari, quasi 200.000; Milano è la città che annovera il più alto
numero di università, ben quattro (Statale, Politecnico, Bocconi, Cattolica del
Sacro Cuore), cui si aggiunge l'istituto universitario IULM.
Delle università private, particolare fama hanno le menzionate Cattolica e
Bocconi, quest'ultima specializzata negli studi di economia, l'Università per
stranieri di Perugia e l'Università di Urbino. È invece statale e gratuita, ma a
statuto particolare, la Scuola normale superiore di Pisa, cui si accede solo con
un curriculum scolastico particolarmente brillante.
Nell'ambito dei mezzi di comunicazione di massa, o mass media, l'Italia
registra una crescente diffusione della stampa, sia dei quotidiani sia dei
periodici (settimanali e mensili): i primi giornali, le gazzette, che avevano
cadenza settimanale, apparvero in Italia alla metà del XVII secolo.
I quotidiani sono una sessantina, in assoluta maggioranza a diffusione
regionale se non addirittura provinciale; tra i quotidiani nazionali, i più
diffusi sono il "Corriere della Sera", stampato a Milano, "la Repubblica",
stampata a Roma, e "La Stampa", edita a Torino. La complessiva tiratura
giornaliera si aggira sui 7 milioni di copie.
Il più influente e diffuso mezzo d'informazione, tuttavia, è nettamente la
televisione, alla quale sono abbonati 16 milioni di italiani. In posizione
assolutamente dominante nel panorama televisivo sono due aziende, quella
pubblica RAI (Radiotelevisione italiana) e quella privata Mediaset (già
Fininvest), ciascuna con tre reti a diffusione nazionale e i cui programmi si
susseguono pressoché ininterrottamente nelle 24 ore. Vi è una terza, minore
emittente nazionale, che non copre tuttavia l'intero territorio italiano,
Telemontecarlo; operano inoltre varie centinaia di emittenti locali, che si sono
sempre più affermate a partire dagli anni Ottanta.
Le forze armate
L'Italia appartiene, assieme alla maggior parte dei paesi dell'Europa
occidentale, con Stati Uniti e Canada, alla NATO (Organizzazione del trattato
dell'Atlantico del Nord), sin dalla sua fondazione, nel 1949.
Quanto alle forze armate italiane, sono in atto programmi che da un lato
tendono alla riduzione dell'intero apparato militare, dall'altro a una maggiore
modernizzazione nel settore degli armamenti. Anche le funzioni delle forze
armate stanno cambiando e ampliando i loro ruoli; oggi le unità vengono
ampiamente distribuite sul territorio nazionale, anche con compiti di ordine
pubblico, oppure sono appositamente addestrate per partecipare a missioni
internazionali, anche in aree assai distanti (in Somalia, ad esempio, con una
forza multinazionale su mandato dell'ONU nei primi anni Novanta).
L'esercito dispone di circa 230.000 effettivi, la marina di circa 45.000,
l'aeronautica di circa 75.000. Il servizio di leva, che è obbligatorio (ma che
può essere sostituito, nei casi di obiezione di coscienza, da servizi sociali),
durava sino a tutto il 1996 dodici mesi; dal 1997 è stato ridotto a dieci mesi.
Nello stesso anno è stato esteso il servizio militare anche alle donne che ne
facciano richiesta; queste rimangono però escluse dal partecipare a vere e
proprie operazioni belliche.
La popolazione
L'andamento demografico
Il primo censimento della popolazione italiana fu effettuato l'anno stesso
della conseguita unità del paese, cioè nel 1861; gli abitanti risultarono 25,6
milioni (includendo anche gli abitanti del Veneto e dello Stato Pontificio, che
ancora non facevano parte del Regno d'Italia; se si escludono, il dato è di 22,2
milioni). Da allora si eseguono regolari censimenti decennali, con l'esclusione
del 1941 per via della guerra in corso.
Al censimento del 1961, cioè un secolo dopo l'Unità, la popolazione risultò
raddoppiata, toccando i 50,6 milioni; al censimento più recente, che è del 1991,
il valore fu pari a 56,7 milioni e, dato chiaramente significativo, gli abitanti
erano aumentati solo di 220.000 rispetto al 1981, mostrando così un incremento
molto più basso rispetto al passato, per non dire quasi nullo.
Questo andamento di iniziale, elevato accrescimento, seguito da un aumento
assai modesto, poi da una stasi (crescita zero) se non da una vera e propria
diminuzione (incremento negativo), è comune a tutti i paesi a economia avanzata;
ciò che soprattutto caratterizza l'Italia è la rapidità con cui si è manifestato
il fenomeno.
In Italia si è dunque verificata un'"esplosione demografica", tra la seconda
metà del secolo scorso e la prima metà di questo secolo, un accrescimento dovuto
a una natalità rimasta tradizionalmente molto alta, superiore a quella media
dell'Europa, mentre per le migliorate condizioni economiche e sociali la
mortalità andava man mano diminuendo; al contrario, negli ultimi vent'anni si è
determinato un vero e proprio crollo del numero delle nascite. Oggi l'Italia
risulta il paese al mondo con più basso indice di nascite, con una media di 1,2
figli per coppia di genitori, il che chiaramente non consente il cosiddetto
"ricambio delle generazioni". Se il fenomeno rimarrà costante, si registrerà nel
nostro paese, nei prossimi decenni, una forte diminuzione della popolazione. Le
previsioni dell'ISTAT (Istituto nazionale di statistica) danno per il 2050 una
popolazione di 46,3 milioni di abitanti.
Le ragioni di questa riduzione sono da imputare a fatti economici e sociali.
Significativamente è cambiata, nel recente passaggio dalla condizione rurale a
quella industriale, la struttura della famiglia. La tradizionale "famiglia
allargata", che includeva di norma tre generazioni, essendo composta dai nonni,
dalla coppia dei coniugi e dai figli, si è trasformata nella "famiglia nucleare"
(genitori e figli, sempre più spesso anzi un solo figlio o nessun figlio), cui
si aggiunge il crescente fenomeno dei single, cioè di famiglie formate da un
solo componente, non sposato o divorziato. Tutto questo ha riflessi sul tasso di
fecondità, cioè sulla capacità della popolazione di mantenere positivo il saldo
naturale, il cui deficit tuttavia è compensato dall'immigrazione.
L'andamento demografico varia però in modo notevole da regione a regione; a
grandi linee, la popolazione dell'Italia settentrionale nell'ultimo decennio è
diminuita dell'1,5%, il Centro è rimasto pressoché stazionario, il Meridione si
è accresciuto di poco più del 2%. Con l'unica eccezione del Trentino-Alto Adige,
in tutte le regioni del Nord il numero dei nati è inferiore a quello dei morti,
e lo stesso vale per il Centro, a eccezione del Lazio. Nel Meridione invece
solamente il Molise registra un saldo negativo.
Vi sono regioni, come la Liguria, nelle quali la popolazione va da tempo
diminuendo in modo rilevante, in particolare a Genova (la città,
tradizionalmente al quinto posto per abitanti, dopo Roma, Milano, Napoli,
Torino, è stata di recente superata da Palermo); in altre regioni, come il
Veneto, che era una tradizionale area di famiglie molto numerose, il crollo
delle nascite è invece un fenomeno recente; nel Meridione d'Italia, infine, in
particolare in Campania, Sicilia, Puglia e Calabria, la diminuzione dell'indice
di natalità avrà effetti sensibili solo tra due o tre generazioni.
Importantissima conseguenza delle trasformazioni demografiche recenti è
l'"invecchiamento della popolazione": è aumentata cioè la percentuale degli
anziani (sono considerate tali ai fini delle rilevazioni dell'Istituto italiano
di statistica, l'ISTAT, le persone con oltre sessant'anni), mentre è diminuita
quella dei giovani (la popolazione con meno di vent'anni). Ancora attorno agli
anni Cinquanta gli anziani erano pari al 13% della popolazione e i giovani erano
sul 40%; i due valori si sono oggi livellati.
All'invecchiamento della popolazione contribuisce un altro fenomeno
demografico di grande rilievo in Italia, dovuto alle migliorate condizioni
alimentari e di assistenza sanitaria: l'allungamento della vita media, o più
propriamente l'aumento della "speranza di vita alla nascita". In Italia, che è
tra i paesi con vita media più lunga, la speranza di vita alla nascita è oggi di
74,5 anni per gli uomini, addirittura di 80,5 anni per le donne: dal 1970 a
oggi, per entrambi i sessi, la vita media si è allungata di cinque anni.
I movimenti migratori
L'Italia, per la povertà delle sue risorse e la povertà delle iniziative
economiche, è stata per oltre un secolo, dal 1861 fino agli anni Settanta, terra
di emigrazione; si stima che siano espatriati in cerca di lavoro circa 22
milioni di italiani, per la massima parte originari del Mezzogiorno. Gli Stati
Uniti innanzi tutto, poi alcuni paesi dell'America meridionale, soprattutto
l'Argentina, furono le aree verso le quali si indirizzarono con maggior
intensità le emigrazioni; nel solo periodo 1901-1913, quando il fenomeno toccò
le punte massime, lasciarono l'Italia più di 8 milioni di persone, cioè una
media di oltre 600.000 all'anno.
Due elementi portarono, nel periodo tra la prima e la seconda guerra
mondiale, a contrarre se non a eliminare i flussi migratori: le fortissime
restrizioni poste dal governo statunitense ad accogliere nuovi immigranti e la
politica del governo italiano, che in epoca fascista fu decisamente contrario a
consentire le emigrazioni.
I flussi migratori degli italiani verso l'estero ripresero a partire dal
secondo dopoguerra, e furono molto intensi tra gli anni Cinquanta e la prima
metà degli anni Settanta; l'emigrazione però non si volse più verso l'America
ma, soprattutto, verso alcuni stati europei più ricchi e in forte dinamismo
economico, soprattutto la Germania Occidentale, la Francia e il Belgio, che
chiedevano lavoratori nelle fabbriche, nelle miniere, nell'edilizia, nei servizi
alberghieri e della ristorazione ecc.
La crisi economica mondiale della metà degli anni Settanta ridusse
drasticamente, sino ad annullarle, le domande di manodopera straniera; nel
frattempo però si era registrato un innegabile miglioramento generale delle
condizioni di vita nel nostro paese e si erano accresciute le opportunità di
lavoro. L'Italia cessava di essere terra di emigrazione, registrando anzi molti
rimpatri.
Dai primi anni Ottanta un fenomeno assolutamente nuovo per il nostro paese
diventava man mano più evidente: l'arrivo di sempre più numerosi immigranti,
provenienti perlopiù dalle aree più povere dell'Africa, dell'Asia e dell'America
latina, secondo un fenomeno già da tempo in atto in paesi come la Gran Bretagna,
la Francia, ecc. Con gli anni Novanta si è rafforzata anche l'immigrazione di
cittadini della ex Iugoslavia, devastata dalla guerra civile, e dell'Albania.
Questa inversione di tendenza ha prodotto una crescente presenza di
popolazione straniera in Italia, valutata in almeno 1,5 milioni di persone (ma
la cifra va quasi raddoppiata se si contano gli immigrati non in regola con le
norme di soggiorno), e tra l'altro ha creato per il paese problemi mai
affrontati in precedenza, sia di ordine pratico (la creazione di centri di prima
accoglienza, ad esempio) sia culturale: l'abitudine a vivere e confrontarsi con
genti che praticano abitudini di vita, credenze e costumi diversi. Molti sono
immigrati illegalmente e sono quindi clandestini; essi vivono perlopiù di
espedienti, soprattutto del piccolo commercio ambulante. Altri hanno potuto
trovare un lavoro stabile e regolarizzare la loro posizione, ottenendo
l'assistenza sanitaria e l'accesso alle scuole.
Questi immigrati sono globalmente, benché impropriamente, definiti
"extracomunitari" in quanto non provengono dai paesi dell'Unione Europea;
tendono a stabilirsi nel Nord d'Italia, dove possono trovare più facilmente
lavoro, oppure nell'area attorno a Roma. Il Sud, anche per le sue lunghe coste
sulle quali è più facile sbarcare illegalmente, rappresenta in genere il primo
approdo, in vista di successivi spostamenti nel territorio italiano o europeo.
Le comunità più numerose presenti nel nostro paese sono quelle del Marocco,
della ex Iugoslavia e dell'Albania, della Tunisia, delle Filippine, del Senegal,
dell'Egitto e della Cina.
La distribuzione della popolazione nel territorio
Nel suo complesso la densità della popolazione dell'Italia, che è di 190
abitanti per km2, è da considerare elevata: la media europea è poco più di un
terzo, con 68 abitanti per km2, anche se è abbassata dai valori scarsissimi dei
paesi scandinavi e della Russia. Per fare un paragone con stati europei più
simili, la densità dell'Italia è superiore a quella della Francia, ma è
inferiore a quelle di Germania e Gran Bretagna; bisogna però tenere conto del
fatto che nell'insieme l'Italia, con la sua diffusa montuosità, le pianure
frammentate, i suoli non sempre adatti allo sfruttamento agricolo, non è
particolarmente favorevole all'insediamento umano.
Se poi si esaminano le densità regione per regione, e all'interno delle
varie regioni si analizzano le singole province, si rilevano differenze tanto
marcate da costituire veri e propri segnali di un utilizzo fortemente
squilibrato del territorio nazionale e di una eccessiva concentrazione della
popolazione in alcune aree, le cui effettive risorse economiche sono spesso
inadeguate al peso demografico che devono sopportare.
Tra gli esempi più clamorosi ricordiamo la media regionale della Campania
(423 abitanti per km2), mentre la contigua Basilicata annovera appena 61
abitanti per km2; prendendo in considerazione qualche media provinciale, nel
Lazio si passa dai 705 abitanti per km2 della provincia di Roma ai 57 della
provincia di Rieti, in Lombardia dai 1876 abitanti per km2 della provincia di
Milano ai 55 della provincia di Sondrio. Ma in questi casi i valori sono falsati
dalla presenza dei grandi agglomerati urbani, che elevano enormemente le
capacità di accoglimento umano.
In assoluto le regioni a più alta densità sono Campania, Lombardia e
Liguria; le regioni a più bassa densità sono la piccola Valle d'Aosta (che è in
pratica una vallata alpina e rappresenta un caso assolutamente a sé) e, per
motivi morfologici abbastanza analoghi, il Trentino-Alto Adige, la Basilicata,
il Molise e la Sardegna, che raggiungono circa un terzo della densità nazionale.
Le altre regioni la cui densità supera la media sono il Veneto, il Lazio (per la
presenza di Roma), la Puglia e la Sicilia.
Campagne e città: la rete urbana
Sino a un'epoca abbastanza recente gli spostamenti di popolazione da una
regione d'Italia a un'altra furono molto modesti. Il fatto stesso che sino al
1861 l'Italia fosse rimasta divisa in numerosi stati rappresentò un ostacolo
alle migrazioni interne. La scarsità di vie di comunicazione, un preminente
attaccamento alla propria "piccola patria", l'esistenza di un tessuto urbano di
antica origine, che ha eccitato lo spirito municipalistico e assorbito ogni
rapporto città e campagna, costituirono un fattore di radicamento nel
territorio.
Gli anni Cinquanta e Sessanta, gli anni cioè della tumultuosa
industrializzazione del paese, videro al contrario migrazioni interne di
straordinarie proporzioni. Si calcola che una ventina di milioni di italiani,
vale a dire più di un terzo della popolazione, abbia cambiato residenza.
Si possono individuare quattro fondamentali direttrici di flussi migratori.
Lo spostamento dal Sud al Nord d'Italia, ma anche, all'interno dell'Italia
settentrionale, dal Veneto al Piemonte e alla Lombardia; l'abbandono delle aree
di montagna e di collina, sempre meno economicamente redditizie (con
l'esclusione delle zone interessate dallo sviluppo del turismo alpino, estivo e
invernale), a vantaggio di quelle di pianura, dove risultano facilitate le
attività economiche più produttive (l'agricoltura altamente meccanizzata, le
industrie ecc.) e più agevoli e rapide le vie di comunicazione; la migrazione
dall'entroterra verso le coste, grazie alle pianure bonificate, alle grandi
arterie stradali e autostradali realizzate, ai poli industriali sorti in genere
accanto ai porti, al turismo balneare che si è imposto in larga misura,
apportando una nuova e cospicua fonte di reddito; la fuga dalle campagne alle
città.
Quest'ultimo fenomeno migratorio, proprio di tutti i paesi che vivono la
fase di trapasso da un'economia essenzialmente agricola a una eminentemente
industriale e terziaria, è il più importante, perché ha toccato in pratica ogni
regione d'Italia. Collegando i fattori elencati, si trovano quindi, tra le aree
più densamente popolate d'Italia, la Pianura Padana, in particolare in un vasto
raggio attorno a Milano, la Riviera Ligure, il litorale adriatico tra Ravenna e
Ancona, la fascia costiera tra Napoli e Salerno.
L'urbanizzazione, cioè lo spostamento dalle campagne alle città, ha visto il
suo periodo più intenso negli anni Sessanta-Ottanta. Essa ha determinato una
forte crescita della popolazione urbana, che attualmente è attestata sul 67% del
totale, un valore che tuttavia non è elevatissimo; altri paesi d'Europa, come la
Francia, ma soprattutto la Germania e la Gran Bretagna, hanno indici di
urbanizzazione molto superiori: per entrambi i paesi di oltre l'85%.
In Italia non esiste una "metropoli" paragonabile a Parigi o a Londra. Ciò è
dovuto sia al ritardo con cui si realizzò lo stato unitario sia al tardivo
processo di industrializzazione che, inizialmente, interessò solo alcune città
del Nord, come Milano e Torino, oltre a Genova. Non a caso proprio queste città,
in particolare Milano e Torino, divennero agli inizi del Novecento due delle
maggiori città italiane e furono, anche nei decenni del più recente sviluppo
economico, due dei principali centri di attrazione delle popolazioni in fuga
dalle campagne del Sud e del Nord. Unica grande città italiana prima della fase
di industrializzazione del Nord era Napoli, il cui sviluppo però, già notevole
nel Settecento (quando veniva considerata città d'Europa), era dovuto al suo
ruolo di capitale di uno stato che, come quello borbonico delle Due Sicilie, non
aveva mai risolto i problemi delle campagne, avvilite dal latifondismo e dalla
povertà delle iniziative da parte dei ceti dominanti.
Alla stessa crisi delle campagne va ascritta la crescita, più recente, di
altre città meridionali, come Palermo, Catania, Bari, che gareggiano con le
maggiori città del Nord per numero di abitanti, benché con motivazioni
economiche e sociali diverse. Del tutto particolare è il caso di Roma, il cui
sviluppo è legato al suo ruolo amministrativo e burocratico di capitale, pur non
mancando di attività produttive diverse. Essa è oggi la più popolosa città
italiana, con i suoi 2,6 milioni di abitanti. Seconda è Milano, con 1,3 milioni
di abitanti, città che, diversamente dalla capitale politica, ha avuto finora un
primato come centro di vita economica, finanziaria e culturale (Milano capitale
"morale" del paese), primato che di recente sembra aver in parte perduto.
L'importanza delle città e la loro posizione gerarchica sul piano delle
funzioni non sono direttamente dipendenti dal numero di abitanti, anche perché i
dati ufficiali si riferiscono al territorio comunale e hanno quindi un
significato relativo. In realtà oggi la grande città ha spesso travalicato i
tradizionali limiti amministrativi, assumendo dimensioni più ampie e un respiro
metropolitano; in alcuni casi, inoltre, ha ulteriormente ampliato i propri
interessi ponendosi al centro di una rete di città tra loro intimamente
collegate (conurbazione) e invadendo con le sue dilatazioni le stesse campagne,
su un raggio molto ampio. Esemplare è il caso di Milano, che sta al centro di
un'area urbanizzata di dimensioni regionali (si parla di città-regione), estesa
sino a città come Como, Varese, Bergamo, ecc. con oltre 4,5 milioni di abitanti.
Se poi si considera la più ampia rete a cui Milano si collega, lo sviluppo
urbano nella Pianura Padana risulta quello di un sistema di città (che gli
studiosi chiamano "megalopoli") che va sino a Torino e, verso est, sino al
Veneto, comprendendo aree di sviluppo urbano ininterrotte. Anche nell'Italia
centrale e meridionale si trovano grandi espansioni urbane: la maggiore, oltre a
Roma, è Napoli, posta al centro di un'area urbanizzata che conta poco meno di 4
milioni di abitanti. Un notevole sviluppo metropolitano hanno avuto anche città
come Firenze, Bologna, Genova.
Ma, accanto a fenomeni di sviluppo e dilatazione urbani verificatisi tra gli
anni Sessanta e Ottanta in forme esplosive e, sovente, male pianificate, vi è
stato anche un processo di rivalorizzazione di città piccole e medie, di centri
storici e monumentali di cui l'Italia è ricca, e che si pongono talvolta in
antagonismo con la grande città, non più meta ambita come un tempo, com'è vero
che le grandi città oggi registrano una consistente perdita di abitanti. Ancor
oggi, quindi, il tessuto insediativo e la rete urbana in Italia sono in
progressiva trasformazione con il venire meno della condizione rurale, un tempo
legata alle campagne attraverso i piccoli paesi, i borghi, le case sparse, le
forme insediative più varie, la cui ricchezza e bellezza era proporzionata
all'intensità dei rapporti che in passato legavano tra loro le città e le
campagne.
Un'osservazione importante relativa alla rete urbana d'Italia riguarda la
sua irregolare distribuzione. Un'ideale linea divisoria, che attraversa il paese
passando per Livorno-Arezzo-Ancona, separa un Nord, nel quale la trama urbana è
fitta e organicamente strutturata, con le sue metropoli o le sue città
prevalenti (Venezia, Verona, Bologna ecc.) ben raccordate con l'intero
territorio mediante una trama di centri a livelli decrescenti d'importanza, e un
Centro e un Sud, nei quali le città hanno deboli interconnessioni tra di loro e
anche le metropoli (Roma, Napoli, Palermo), prive di un circostante sistema
urbano ben integrato, rimangono piuttosto estranee al resto del territorio.
Storia
Italia preistorica
Favorito dalle sue caratteristiche geomorfologiche, il territorio italiano
ha ospitato sin dalla preistoria più antica gruppi di uomini i quali,
provenienti dall'Africa, si stanziarono inizialmente nelle isole e nelle zone
prospicienti il Mediterraneo. Nel Paleolitico la penisola italiana, per le sue
condizioni climatiche, offrì rifugio a gruppi di cacciatori delle zone interne
dell'Europa spinti verso sud dall'espansione della calotta glaciale. La presenza
dell'uomo di Neanderthal è ampiamente documentata: crani e resti scheletrici
sono stati rinvenuti nella zona dell'Aniene a Saccopastore, nella grotta
Guattari al Circeo, nella grotta delle Fate in Liguria e ancora in altre
località ubicate soprattutto nelle regioni meridionali.
Della specie umana più recente, l'Homo sapiens sapiens (vedi Homo sapiens)
del Paleolitico superiore, l'Italia conserva un ragguardevole numero di reperti
sepolcrali: i siti più noti sono quelli dei Balzi Rossi e delle Arene Candide in
Liguria, di Savignano in Emilia, del Tagliente in Veneto, dell'Addaura vicino a
Palermo, del Cilento, delle grotte del Circeo e di alcune stazioni di superficie
della Toscana.
Nelle tre ere dei metalli, del Rame, del Bronzo e del Ferro, si verificarono
migrazioni e scambi via mare tra Mediterraneo e Oriente, indotti dal bisogno di
reperire metalli, che favorirono l'evoluzione delle prime organizzazioni sociali
verso vere e proprie civiltà che associavano all'utilizzo della pietra quello di
utensili e di armi in metallo. Per la loro posizione geografica oppure per la
presenza di giacimenti metalliferi, Sardegna, Sicilia e Toscana accolsero per
prime popolazioni esperte nella lavorazione dei metalli. Molteplici culture,
identificate sulla base degli oggetti che lasciarono, delle tombe e della
tipologia degli insediamenti, punteggiano la geografia dell'Italia preistorica
nelle ere comprese tra il Mesolitico e l'età del Ferro. A questo periodo
appartengono sia le incisioni rupestri della Valle delle Meraviglie al monte
Bego, sulle Alpi Marittime, sia quelle molto note della bassa Valcamonica
(Brescia). Queste ultime, che rappresentano scene di caccia, di guerra e di vita
quotidiana, costituiscono uno dei più ampi cicli artistici dell'era
protostorica.
La tarda età del Bronzo è documentata dalla cultura dei terramaricoli
dell'Emilia, così chiamati perché si insediarono in villaggi costruiti lungo i
corsi d'acqua o in aree paludose e protetti da argini di legno (vedi Terramare).
I terramaricoli svilupparono le tecniche della lavorazione dei metalli,
divenendo abili nel forgiare spade, rasoi, asce, tutti oggetti che sono stati
rinvenuti in gran numero nelle terramare. Nell'area nordoccidentale della
penisola si diffuse la cultura dei castellieri, definita dall'uso di edificare
villaggi fortificati posti sulle cime delle colline e protetti da più cinte
murarie. Alla stessa epoca, ossia alla seconda metà del secondo millennio,
appartengono anche la civiltà sarda dei nuraghe, case-fortezza a forma di cono,
costruite con enormi blocchi di pietra sovrapposti, e la ancora poco conosciuta
popolazione non indoeuropea dei liguri, che si stanziò nel nord-ovest della
penisola.
Popoli preromani
La fase di passaggio dall'età del Bronzo all'età del Ferro fu
contraddistinta da grandi mutamenti, da nuove immigrazioni, da più solide
organizzazioni sociali. Attorno all'anno 1000 a.C. si installarono nella Pianura
Padana e nell'Italia centrosettentrionale i villanoviani: il loro luogo di
origine erano le Alpi orientali. Il fatto che seppellissero i morti in grandi
campi di urne, ossia in cimiteri con urne contenenti le ceneri dei defunti, li
associa ad analoghe culture dell'Europa centrosettentrionale. Oltre ai
villanoviani, un vero e proprio mosaico di popoli era distribuito su tutta la
penisola e sulle isole maggiori. Tra i principali gruppi si segnalano i celti,
penetrati nel V secolo a.C. dal nord-ovest, dove si unirono con i liguri, fino
al medio litorale adriatico, gli umbri, i sabelli, i veneti, gli osci e i
piceni, presenti in una vasta zona dell'Italia centrosettentrionale; gli
illirici, stanziati lungo il litorale adriatico; gli ausoni, i sabini, i lucani,
i peligni, i bruzi, i campani, gli equi e i sanniti, che abitavano le terre del
Sud. Colonie fenicie si costituirono sulle coste delle isole maggiori.
Tra le tante culture dell'epoca emerse quella degli etruschi, attestati in
Italia a partire dalla fine del II millennio a.C., anche se non esistono dati
certi sulla loro origine e provenienza. Dopo avere occupato stabilmente la
Toscana, parte della pianura a sud del Po e il Lazio settentrionale, gli
etruschi estesero il loro dominio al Lazio e alla Campania, fissando duraturi
elementi di civiltà materiale (l'uso dell'arco nell'edilizia, la tipologia delle
case, i sistemi difensivi), economica (attività minerarie e commerciali) e
politica (organizzazione di città-stato governate in un primo tempo da un
re-sacerdote, detto lucumone, e poi da magistrati eletti). Raggiunsero la
massima espansione nel VI secolo a.C., periodo nel quale vennero cacciati dal
Lazio meridionale; poco dopo persero la Campania, sconfitti dalle città della
Magna Grecia. Iniziò così il loro declino, culminato con l'assoggettamento ai
romani.
Contemporaneamente al fiorire della civiltà etrusca, nell'Italia meridionale
e in Sicilia sorsero le colonie dei greci, fondate dagli abitanti della città
ionica di Calcide (Reggio e Zancle, la futura Messina) e dai dori (Mègara Iblea,
Siracusa, Gela, Taranto, Metaponto, Sibari, Locri). Tra il VII e il VI secolo
a.C. le colonie greche, divenute autonome dalla madrepatria, fondarono a loro
volta altre città in Sicilia (Agrigento, Selinunte) e in Campania (Paestum). Per
lungo tempo le colonie della Magna Grecia esercitarono un predominio negli
scambi del Mediterraneo e svolsero un ruolo culturale che neppure la successiva
conquista romana avrebbe cancellato del tutto.
La civiltà di Roma
Nel Lazio antico, a sud del fiume Tevere, erano insediate le popolazioni dei
latini e dei sabini, che avevano costruito i loro villaggi in cima ai colli, sia
per motivi di difesa, sia per evitare il contatto con le zone paludose. Verso
l'VIII secolo a.C. probabilmente si contrapponevano due associazioni di
villaggi: il primo gravitava sulla città di Alba Longa, il secondo aveva per
centro il Palatino e altri colli, su cui sarebbe nata di lì a poco la città di
Roma (secondo la tradizione nell'anno 754 o 753 a.C.). Le origini della storia
di Roma furono caratterizzate dal governo dei re, secondo la tradizione in
numero di sette: i quattro leggendari re della prima fase della monarchia sono
Romolo, il fondatore di Roma, Numa Pompilio, l'inventore del culto religioso,
Tullio Ostilio, l'artefice dell'espansione verso il mare, Anco Marzio,
l'edificatore delle prime opere urbanistiche della città. Per la seconda fase
monarchica gli elementi mitici della memoria storica si diradano, lasciando
spazio a dati meglio verificabili: si delinea così il rapporto con la cultura
etrusca, attestato dai tre re Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il
Superbo, di origine appunto etrusca.
La fine del predominio etrusco, che coincise con l'avvento della repubblica
(fine del VI secolo a.C.), cadde in un periodo di sommovimento per tutti i
popoli italici, testimoniato da una serie di guerre nel corso delle quali Roma
impose il proprio predominio nell'area centrale della penisola, salvo poi dover
contrastare la distruttiva avanzata dei celti (chiamati "galli" dai romani). La
spinta espansionistica romana si orientò anche a sud, dove Roma dovette superare
la resistenza dei sanniti, sconfitti definitivamente nel 290 a.C., e delle città
della Magna Grecia, capeggiate da Taranto. Le vittorie contro Cartagine, città
fondata dai fenici sulle coste della Tunisia, nella prima e nella seconda guerra
punica (264-201 a.C.; vedi Guerre puniche), consegnarono ai romani la Sicilia,
la Sardegna e la Corsica, che diventarono province (cioè territori sottoposti e
controllati da Roma). Roma rivolse quindi la sua attenzione verso Oriente, per
controllare i ricchi mercati asiatici: una serie di guerre contro gli stati
ellenistici di Macedonia e di Siria trasformò Roma in potenza egemone nel
Mediterraneo.
Il I secolo a.C. vide la crisi delle istituzioni repubblicane e
l'affermazione del ruolo politico dell'esercito, composto da professionisti
della guerra al servizio di generali ai quali erano uniti da stretti rapporti di
fedeltà. La crisi degenerò in guerra civile, con la contrapposizione tra
dittatori: lo scontro fu dapprima tra Caio Mario e Lucio Cornelio Silla, quindi
tra Gneo Pompeo e Giulio Cesare. In quei frangenti Roma concesse la cittadinanza
a tutti i popoli alleati o soggetti che risiedessero a sud della linea formata
dall'Arno e dal Rubicone (89 a.C.); tale diritto fu esteso da Giulio Cesare nel
49 a.C. agli insubri, che abitavano nella Pianura Padana, contribuendo a
definire la prima unità politica del territorio peninsulare italiano, cuore di
un grande impero compreso tra la Britannia e l'Africa settentrionale, la Spagna
e il Danubio, l'Egitto e la Siria.
Un momento decisivo nell'unificazione istituzionale e politica dell'Italia
fu costituito dalla riforma amministrativa introdotta da Augusto nel 27 a.C.,
con cui la penisola fu suddivisa in undici regioni. Altra scelta destinata a
fissare l'impronta della civiltà romana nella storia italiana fu la
centuriazione della terra nelle campagne del Centro-Nord: la divisione delle
terre in lotti geometrici, assegnati ai centurioni che si erano distinti nelle
guerre contro i barbari, lasciò un'impronta duratura nel paesaggio agrario. Al
tempo stesso la cultura giuridica elaborata dai romani, l'organizzazione del
sapere, le acquisizioni tecnologiche, le realizzazioni artistiche, le forme
urbane tipologizzate dalla struttura di Roma fornirono altrettanti elementi di
civiltà capaci di sopravvivere alle variazioni dei domini e dei regimi politici.
Allo stesso modo, le strade romane, grandi arterie di collegamento militare ed
economico, segnarono i tracciati della viabilità che sarebbero stati percorsi
nei secoli successivi.
Questi elementi caratterizzanti della civiltà romana si andarono sviluppando
e diffondendo lungo tutto il periodo dell'impero, insieme con le nuove conquiste
e con il loro consolidamento. Roma acquistava sempre più un carattere di grande
città cosmopolita, accogliendo genti e culti diversi, ma anche i germi della
disgregazione che, con la pressione sempre più incalzante dei popoli barbari ai
confini, avrebbero portato al crollo dell'impero (vedi Roma antica: età
imperiale).
Emigrazioni, invasioni, nuovi regni dopo Roma
L'identità culturale romana, consolidata e trasformata dal cristianesimo,
durò ben oltre il limite cronologico dell'impero romano finendo col condizionare
le stesse dominazioni barbariche, allorché, tra il IV e il V secolo, queste
assunsero il carattere di immigrazioni permanenti: gli ostrogoti furono i primi
invasori a insediarsi in Italia (intorno al 490), contrastati dall'imperatore di
Bisanzio, Giustiniano, che cercò di ricostituire l'antico impero romano,
lanciandosi alla riconquista delle terre perdute d'Occidente.
Giustiniano morì nel 565; tre anni dopo l'Italia subì l'invasione dei
longobardi, che devastarono dapprima l'Italia settentrionale, poi l'Umbria e la
Toscana. Suddivisi in bande armate, sconfissero facilmente le deboli forze
bizantine ancora presenti nella penisola, fino a che non stipularono con
Bisanzio, nel 603, un trattato di pace che suddivideva l'Italia in due zone: la
cosiddetta Romania (Calabria, Puglia, Sicilia, Sardegna, Corsica, Roma e il suo
territorio, Ravenna e il nord delle Marche) sotto il controllo dell'impero
bizantino d'Oriente; la Longobardia, che comprendeva il resto dell'Italia. I
longobardi riuscirono successivamente a strappare ai bizantini il controllo del
litorale adriatico (Esarcato di Ravenna e Pentapoli marittima) e di gran parte
dell'Italia meridionale. La dominazione longobarda configurò un vasto regno
italiano che ebbe Pavia come capitale.
I longobardi, come quasi tutti i germani, erano di religione ariana,
temevano la potenza della Chiesa cattolica, che attraverso le istituzioni del
monachesimo e l'organizzazione ecclesiastica incentrata sulla figura dei vescovi
giocava un fondamentale ruolo economico e culturale, così da essere un punto di
riferimento essenziale in un'epoca di crisi complessiva. L'accordo dei
longobardi con la Chiesa, prima, e la conversione al cristianesimo, poi,
rappresentarono due momenti significativi nel processo di assimilazione tra
etnie e storie tanto divergenti: di questo processo fu artefice la chiesa di
Roma, in particolare papa Gregorio Magno, a dimostrazione del prestigio del
cristianesimo, divenuto una grande forza politica e spirituale.
Nel 754 i franchi, guidati dal re Pipino, scesero in Italia chiamati dal
papa e cacciarono i longobardi da Ravenna e dal territorio circostante (Esarcato
e Pentapoli), che consegnarono al pontefice come "patrimonio di san Pietro". Si
formava così l'embrione del futuro Stato della Chiesa. Il dominio longobardo fu
annesso al regno dei franchi, con l'eccezione dei ducati di Spoleto e di
Benevento, mentre Bisanzio conservava le isole, la Calabria e una parte della
Puglia. Per oltre un secolo (774-888) l'Italia fu inserita nel sistema imperiale
carolingio, trasformato nel primo impero cristiano della storia, ma ben presto
minato da una serie di debolezze interne (la formazione di poteri signorili
ancorati ad ambiti locali e basati sul possesso di estesi beni fondiari, la
pratica della divisione in regni minori) ed esterne (le incursioni e le
invasioni di normanni, ungari e saraceni, e l'islamizzazione del Mediterraneo).
Dopo le alterne vicende della crisi postcarolingia, l'impero si riorganizzò con
Ottone I di Sassonia, che nel 962 fu incoronato imperatore dal papa e messo a
capo di un territorio esteso dalla Germania all'Italia centrosettentrionale.
Ottone fu re d'Italia e in tale veste strinse i legami con la Germania,
intervenne nella vita interna della Chiesa di Roma e costruì un tessuto di
legami feudali, che frenò lo strapotere degli ecclesiastici.
Nello stesso tempo nel Sud d'Italia si verificava l'espansione degli arabi,
che si stabilirono in Sicilia, divenuta base per le incursioni nel Mediterraneo
dei pirati saraceni, per secoli autentico flagello delle popolazioni
rivierasche, e un nuovo popolo entrava a fare parte della storia d'Italia, dopo
che già si era imposto in Europa: i normanni, discendenti dei vichinghi,
eccezionali navigatori che si erano stanziati nella regione francese della
Normandia e si erano convertiti al cristianesimo. Strappata agli arabi la
Sicilia e inseritisi nei conflitti tra longobardi e bizantini, i normanni
fondarono con Ruggero II (1130) un regno comprendente tutto il Mezzogiorno.
I Comuni
All'inizio del secondo millennio l'Italia, al pari dell'Europa, visse una
generale ripresa economica, messa in luce dall'incremento demografico, a cui fu
data risposta con un'intensa opera di diboscamento, finalizzata a ricavare spazi
per l'agricoltura, con la colonizzazione di terre incolte e con l'introduzione
di nuove tecniche di produzione (aratri in ferro, mulini ad acqua per la macina
del grano, sistemi più pratici per il giogo dei buoi e dei cavalli). Segni di
rinnovata vitalità attraversarono i centri urbani, che crebbero in superficie e
in abitanti e videro lo sviluppo dell'attività manifatturiera e delle relazioni
commerciali.
Si affermarono nuovi organismi politici, i Comuni, che acquisirono libertà
giurisdizionali e prerogative di autogoverno. Il movimento comunale, fenomeno di
dimensione europea, conobbe uno sviluppo considerevole nel XII-XIII secolo. Ebbe
il suo fulcro nelle città dell'Italia centrosettentrionale, dove fu diretto
dalle élite mercantili, associate spesso ai vescovi, ai nobili di città e ai
contadini inurbati, in aperto contrasto con il potere delle signorie feudali e
con l'autorità imperiale. I Comuni introdussero forme di governo che, come vere
e proprie città-stato, costruirono ampie dominazioni territoriali comprendenti
il contado e in certi casi anche zone ben più estese.
Tra i Comuni italiani assunsero un ruolo preminente quello di Firenze, cuore
del nuovo sistema bancario nato con il fiorire dell'economia monetaria e con
l'intensificarsi degli scambi mercantili in Europa, e quello di Milano, posto al
centro di un'economia artigianale tra le più progredite del continente. Fu
inevitabile lo scontro con l'autorità imperiale, rappresentata da Federico I
della casa tedesca di Hohenstaufen (detta anche di Svevia), concluso a favore di
una Lega lombarda composta di Comuni veneti e padani. Questi, dopo avere
sconfitto l'imperatore a Legnano (1176), sottoscrissero la pace di Costanza
(1183) con cui ottennero ampie autonomie in cambio del riconoscimento dell'alta
sovranità imperiale.
Repubbliche marinare e impero
Un fenomeno analogo vide protagoniste un gruppo di città portuali, Amalfi,
Pisa, Genova e Venezia, che si avvantaggiarono della riapertura delle rotte
navali, collegata al movimento delle crociate (XI-XIII secolo), inserendo le
loro flotte mercantili nei traffici con il mondo orientale. Queste città
fornirono all'Europa i ricercati prodotti asiatici, come le spezie, i tessuti
pregiati e le pietre preziose. Venezia sopravanzò le altre repubbliche marinare
perché aveva alle spalle uno stato territoriale più esteso e poteva contare su
una moderna flotta militare e mercantile. Con una serie di azioni politiche e
con la potenza delle sue navi, Venezia dapprima acquisì il dominio
dell'Adriatico e poi monopolizzò gli scambi con l'Oriente, grazie al controllo
di un gran numero di isole e delle località marittime commercialmente più
importanti dell'impero bizantino. Dopo la quarta crociata (1202-1204) Venezia
divenne il centro di un impero sul mare.
Nel Sud intanto si insediava la dinastia tedesca di Svevia, acquisendo il
Regno di Sicilia (1194), che sotto l'imperatore Federico II fu al centro di una
complessa riorganizzazione politico-culturale: nacque allora il ghibellinismo,
punto di raccolta delle forze imperiali in lotta contro l'egemonia politica del
papato. Il dissidio tra guelfi e ghibellini si trasferì nell'ambito dei Comuni
centrosettentrionali: qui, le fragili ragioni dell'alleanza antimperiale
lasciarono il passo a laceranti conflitti di fazioni e di città, l'altra faccia
dell'operoso spirito di intraprendenza economica e di spiccata propensione
all'autogoverno cittadino.
La prima età moderna
Nel corso del Trecento e del Quattrocento la penisola italiana si inserì nel
sistema europeo con caratteristiche proprie, assai differenti da regione a
regione. L'Italia settentrionale sperimentò l'evoluzione dei Comuni in senso
statale, sotto la forma delle signorie e dei principati. Tra fine Trecento e
inizio Quattrocento si abbozzò un dominio di ragguardevole entità, costituito
dalla signoria dei Visconti, i quali riuscirono a ricostruire quasi totalmente
l'antico regno dei longobardi, impadronendosi di quasi tutta la Pianura Padana,
fino ai confini con Venezia, Genova, Bologna, Parma e Piacenza. Gli Sforza, che
subentrarono ai Visconti nel 1450, furono signori del Ducato di Milano, che si
avvaleva del porto di Genova e di altre floride città situate tra Lombardia,
Piemonte ed Emilia. Il Mezzogiorno conobbe l'estendersi dell'autorità dei
baroni, signori feudali detentori di grandi possedimenti terrieri, i quali
esercitavano un potere pressoché incontrollato sulle popolazioni rurali. Nel Sud
non valsero a scalfire la netta egemonia baronale né la dominazione francese
degli Angioini, re di Napoli dal 1266, né quella spagnola degli Aragonesi, che
conquistarono la corona di Sicilia nel 1282 e quella di Napoli nel 1442.
Il panorama politico dell'Italia all'alba dell'età moderna presentava altre
forme istituzionali: lo Stato della Chiesa, sede di una sovranità
politico-religiosa di dimensione mondiale; le repubbliche, tra cui primeggiava
Venezia, che aveva consolidato il potere oligarchico del patriziato; i
principati dinastici, frutto della riorganizzazione postcomunale, presenti in
Piemonte con i Savoia, in Toscana con i Medici, nelle Marche con i Montefeltro
di Urbino, e in altre realtà minori.
A differenza di quanto stava avvenendo in Francia, in Spagna e in
Inghilterra, nella penisola italiana non si ebbe un processo di unificazione in
un'unica sovranità nazionale dei molteplici stati. Al confronto con le nascenti
monarchie europee, gli stati italiani palesarono la loro fragilità politica sin
dal momento in cui il re francese Carlo VIII avviò la campagna per la conquista
della penisola (1494). Si aprì allora una lunga stagione di conflitti tra le
maggiori monarchie europee, in competizione tra loro per assicurarsi il
predominio in Italia, interrotta nel 1559 dalla pace di Cateau-Cambrésis, che
stabiliva un equilibrio imperniato su diverse realtà. Nel Sud e nel Ducato di
Milano si stabilizzò la dominazione degli Asburgo di Spagna; nel centro
restarono in vita sia gli stati signorili, ora dipendenti dai favori delle
grandi potenze straniere, sia lo Stato della Chiesa; la repubblica di Venezia
conservò intatta la sua dimensione territoriale a nord-est della Pianura Padana
e nell'Adriatico; a nord-ovest prese consistenza il Ducato sabaudo, collocato a
ridosso delle Alpi, tra Francia e Italia, ma proiettato verso gli spazi italiani
con la politica seguita da Emanuele Filiberto. La penisola aveva così raggiunto
un equilibrio nell'ambito del sistema degli stati europei, tuttavia condizionato
dalle maggiori potenze, la Francia, la Spagna e l'impero asburgico, arbitre
delle relazioni tra le molteplici entità statali operanti in Italia.
Rinascimento e Controriforma
L'Italia portò all'Europa un contributo di cultura e di idee nell'età
dell'Umanesimo e del Rinascimento. Nati nel clima delle libertà civili delle
città italiane del Nord, gli ideali del Rinascimento trovarono accoglienza nelle
raffinate corti europee, dove diedero l'impronta ai consumi e allo stile di vita
delle aristocrazie. Un'Italia, quindi, divisa e subalterna sul piano politico
poteva divenire faro di civiltà per l'Europa, così come alcuni suoi uomini
potevano trovarsi nel cuore dei grandi rivolgimenti mondiali. Questo ruolo toccò
ai grandi navigatori, inventori di rotte oceaniche e scopritori di mondi nuovi,
quali furono Colombo, Vespucci, i fratelli Giovanni e Sebastiano Caboto,
protagonisti delle scoperte geografiche del XV e XVI secolo, dalle quali iniziò
una ridefinizione della realtà economica europea. In questo processo l'economia
urbana del Centro-Nord dell'Italia perse rilievo al confronto con le nuove
capitali europee dei traffici e del denaro, quali Londra, Parigi, Amsterdam,
Augusta.
La cultura del Rinascimento, tollerante e universale, fu sconfitta dalle
lacerazioni religiose che divisero l'Europa nel XVI secolo. L'Italia divenne il
terreno di attuazione della risposta data dalla Chiesa di Roma alla sfida della
Riforma protestante. Nel concilio di Trento (1545-1563) prevalsero le tendenze
intransigenti che provocarono la rottura con il mondo protestante. A partire da
quella data, e per almeno tre secoli, la storia dell'Italia, cuore del
cattolicesimo, fu influenzata dalla Controriforma, che impose canoni estetici,
valori morali e modelli culturali. Ne derivò un'impronta clericale, che pervase
ogni settore della società italiana manifestandosi anche, se non soprattutto, in
termini repressivi. Allo stesso tempo si organizzarono linee di riforma morale,
funzionali a disciplinare il clero e i laici, a radicare nella società la
presenza della Chiesa, che poté disporre di nuovi ordini e congregazioni
religiose, espressione di un cattolicesimo militante.
Il Seicento fu per i territori italiani il tempo dell'incertezza e della
crisi, scandito non solo dalla guerra dei Trent'anni (1618-1648), ma anche dalle
ondate di ribellione nel mondo contadino, dalle rivolte politiche e sociali,
dalle spaventose epidemie di peste. La crisi economica che percorse il
continente europeo riclassificò le scale di grandezza, relegando in posizioni
più basse le aree del Mediterraneo, in primo luogo l'Italia, nella quale persero
di vigore le forze sociali che avevano animato lo slancio economico della tarda
età medievale: si registrò in quel periodo una ripresa del feudalesimo,
un'emarginazione dell'economia urbana e una contrazione produttiva nei settori
manifatturiero e agricolo.
Il secolo delle riforme
All'inizio del Settecento finì l'egemonia spagnola in Italia, che datava dal
1559. Si avviarono mutamenti dinastici e territoriali che fissarono nel 1748 una
nuova carta dei poteri nella quale si potevano identificare i seguenti
raggruppamenti: lo stato sabaudo, a nord-ovest, che aveva ampliato i suoi
confini attestandosi alla linea del Ticino e aveva ottenuto la Sardegna nel
1720; l'area di dominio asburgico con i ducati di Milano e di Mantova e per un
breve periodo con i regni di Napoli e di Sicilia, ai quali va aggiunto il
Granducato di Toscana, dal 1737 passato ai Lorena imparentati con gli Asburgo;
lo Stato della Chiesa; le repubbliche di Genova e Venezia e la piccola
repubblica di Lucca; l'area di dominio borbonico, con il Ducato di Parma e
Piacenza e i regni di Napoli e di Sicilia.
I nuovi assetti territoriali furono rafforzati da consolidamenti
istituzionali, frutto di una politica di ampie riforme, nell'ambito
dell'assolutismo illuminato. Fu una svolta storica a cui vanno ascritte le
origini di un risveglio civile nei diversi stati della penisola, nel corso del
quale ripresero i contatti con i centri più vitali della civiltà europea.
Firenze e Milano furono al centro del movimento riformatore, che coinvolse con
minore intensità le altre capitali della penisola, da Torino a Venezia, da Parma
a Genova, segnando l'avvio di una ripresa generale dell'Italia, favorita anche
dalla diffusione dell'illuminismo. Le riforme attuate da Maria Teresa in
Lombardia (catasto delle proprietà terriere, perequazione fiscale, riduzione
della presenza ecclesiastica, rinnovamento dell'istruzione) e poi proseguite con
maggiore intensità dal figlio Giuseppe II esercitarono una spinta alla
modernizzazione che trovò corrispondenza nelle attitudini civili ed economiche
della società locale. Altrettanto si può dire per l'opera svolta in Toscana da
un altro figlio di Maria Teresa, Leopoldo (granduca dal 1765 al 1790), che
privatizzò le terre demaniali, liberalizzò il commercio dei cereali e
soprattutto riformò i codici in funzione di una giustizia svincolata
dall'eredità feudale. In Piemonte si avvertì una politica di carattere
assolutista che fondò un efficiente stato burocratico, nel quale mancava, però,
un ruolo autonomo da parte della società civile.
Italia giacobina e napoleonica
In Italia, come in altri paesi europei, la stagione delle riforme era già
tramontata al momento in cui giunsero dalla Francia gli echi del sovvertimento
che stava spazzando via l'antico regime per preparare le moderne forme della
democrazia politica. Gli avvenimenti della Rivoluzione francese accesero
speranze di rigenerazione generale: nei diversi stati italiani si formarono
gruppi di giacobini che, condividendo le idee dei rivoluzionari di Parigi,
progettavano di eliminare l'assolutismo per fondare stati democratici.
Nella primavera del 1796, la rivoluzione sopraggiunse con le armate del
generale Napoleone Bonaparte, che in breve tempo travolsero piemontesi e
austriaci e predisposero le condizioni per nuove forme di libertà politica: ne
furono espressione la serie di repubbliche che si costituirono ispirandosi agli
ideali rivoluzionari. Nel 1797 Napoleone firmò con gli austriaci il trattato di
Campoformio, con il quale il Veneto venne ceduto all'Austria, mentre le province
di Crema, Bergamo e Brescia, quelle lombarde a nord del Po e la Valtellina
furono unite nella Repubblica Cisalpina; a essa furono annessi i territori della
Repubblica Cispadana (ex legazioni pontificie di Bologna e Ferrara, e ducati di
Parma e Reggio), creata nel 1796. In rapida successione, e grazie all'accordo
tra giacobini italiani e esercito napoleonico, si costituì la Repubblica ligure,
seguita dalla Repubblica Romana (1798) che sorse nei territori dello stato
pontificio, dalla Repubblica Partenopea (1799) e dai governi repubblicani in
Piemonte e in Toscana (1798-99).
Dopo una breve parentesi aperta dall'arrivo delle armate austro-russe, il
ritorno in forze di Napoleone successivo alla vittoria nella battaglia di
Marengo (1800) fece rinascere la Repubblica Cisalpina. Essa fu trasformata nel
1802 in Repubblica italiana con l'unione dei territori veneti, presieduta dallo
stesso Napoleone e con la vicepresidenza di Francesco Melzi d'Eril. Napoleone,
nel 1805, la proclamò regno (Regno d'Italia) facendosi incoronare dal papa. Il
Granducato di Toscana, trasformato in Regno d'Etruria (1801-1807), fu quindi
annesso alla Francia insieme con lo Stato della Chiesa, come già era accaduto al
Piemonte, alla Liguria e al Ducato di Parma; nuovamente trasformato in ducato
nel 1809 fu attribuito a Elisa Bonaparte, già principessa di Lucca, Massa e
Carrara. Giuseppe Bonaparte, incoronato re di Napoli (1806), intraprese una
serie di grandi riforme, tra cui l'eliminazione della feudalità, che furono
completate dal successore Gioacchino Murat. Solo la Sardegna (dei Savoia) e la
Sicilia (dei Borbone) rimasero al di fuori del dominio francese in virtù della
protezione navale garantita dalla Gran Bretagna.
La restaurazione
Le potenze europee - Gran Bretagna, Austria, Prussia, Russia - uscite
vincitrici dal ventennio di guerre contro la Francia rivoluzionaria e
napoleonica (vedi Guerre napoleoniche), ridisegnando la carta politica
dell'Europa al congresso di Vienna (1814-15) stabilirono che in Italia venissero
restaurati gli assetti prerivoluzionari: in base al principio della legittimità
tornarono al potere i sovrani spodestati da Napoleone o i loro eredi. L'impero
austriaco si installò nell'Italia centrosettentrionale riacquisendo la
Lombardia, ottenendo il Veneto, imponendo sovrani legati alla corona asburgica
in Toscana, a Parma e a Modena. Divenne definitiva la scomparsa delle antiche
repubbliche di Genova e di Venezia: la prima fu annessa dal Regno di Sardegna,
la seconda formò una provincia nel Regno asburgico del Lombardo-Veneto. Nel
centro della penisola lo Stato Pontificio non subì mutamenti territoriali. A
sud, nel Regno delle Due Sicilie, con capitali Napoli e Palermo, furono
riportati al trono i sovrani della dinastia dei Borbone. Nel territorio italiano
solo il Regno di Sardegna, comprendente il Piemonte, la Liguria, la Sardegna, la
Savoia e Nizza, poteva svolgere una politica di relativa autonomia.
Il Risorgimento
L'equilibrio, stabilito al congresso di Vienna, fu all'insegna del
ripristino degli stati assoluti; su questo versante politico esso mostrò le sue
debolezze, nel momento in cui le opposizioni liberali e democratiche, eredi dei
valori della Rivoluzione francese e attive in Italia come in tutta Europa,
riuscirono a organizzarsi nelle società segrete, la principale delle quali fu la
carboneria. All'azione delle società segrete devono essere ricondotti i moti che
nel 1820-21 scoppiarono a Napoli e a Torino, coinvolgendo principalmente i
quadri intermedi dell'esercito: la richiesta di una monarchia costituzionale,
che garantisse i diritti politici ai notabili borghesi e ai funzionari di alto
grado dello stato e che tutelasse la proprietà e la libertà di stampa, tornò
quindi al centro della lotta politica.
Nello stesso tempo presero corpo le aspirazioni all'unificazione politica
dell'Italia, ora assurta nella coscienza patriottica a nazione, degna perciò di
essere governata da una sola autorità statale non straniera. L'idea di nazione,
uno dei più potenti fattori propulsivi della storia italiana almeno fino al
1861, ancora debole nelle associazioni segrete sorte negli anni della
restaurazione, durante il Risorgimento fu raccolta e propugnata sia dai patrioti
repubblicani, che avevano il loro leader in Giuseppe Mazzini, sia dai liberali
moderati, che guardavano con interesse al ruolo del Regno di Sardegna e del suo
re Carlo Alberto.
Nelle rivoluzioni del 1848-49 la questione nazionale venne allo scoperto con
le insurrezioni di Milano (Cinque giornate, marzo 1848) e di Venezia, conclusesi
con la cacciata delle truppe austriache. La prima guerra d'indipendenza vide
scendere in campo Carlo Alberto, il quale, però, si ritirò non appena fu
sconfitto dagli austriaci nella battaglia di Custoza (1848), abbandonando al
loro destino i patrioti italiani insorti un po' ovunque e privandoli di una
guida nazionale. A Venezia gli insorti proclamarono la repubblica cominciando a
organizzare la difesa militare contro il temuto intervento degli austriaci,
mentre a Roma, fuggito Pio IX a Gaeta, la repubblica veniva proclamata il 9
febbraio 1849 da un'assemblea costituente.
Incoraggiato dalle rivoluzioni di Venezia e di Roma, Carlo Alberto ritornò
sul campo di battaglia muovendo nuovamente il suo esercito contro l'Austria; ma
per la seconda volta venne sconfitto nella battaglia di Novara. L'esito negativo
dello scontro militare aprì la strada alla repressione nel Nord e nel Centro
d'Italia, condotta dagli eserciti austriaci.
Al termine del biennio rivoluzionario le truppe austriache garantirono il
ripristino delle dinastie regnanti prima del 1848. Solo nel Regno di Sardegna
non fu restaurato il regime assolutistico, perché il nuovo sovrano Vittorio
Emanuele II mantenne lo Statuto concesso da Carlo Alberto. Su questa piattaforma
liberale e costituzionalista fu possibile adottare una linea politica che
rilanciava la questione nazionale, cui il primo ministro, Cavour, diede una
dimensione praticabile imperniata sul consenso internazionale, assicurando il
favore della Francia e della Gran Bretagna a un progetto di unificazione
italiana controllato dal re di Sardegna. Decisivo fu l'intervento francese, che
portò alla seconda guerra d'indipendenza, nel corso della quale le truppe
franco-piemontesi sconfissero ripetutamente gli austriaci in Piemonte e in
Lombardia e le popolazioni dell'Emilia, della Romagna e della Toscana insorsero
chiedendo con i plebisciti l'adesione al nuovo stato che si stava formando. Alla
guerra condotta dalla dinastia piemontese e interrotta bruscamente per il ritiro
dei francesi (armistizio di Villafranca, 1859), diede un'accelerazione
l'iniziativa patriottica dei democratici guidati da Giuseppe Garibaldi,
culminata nella spedizione dei Mille, che liberò il Sud dal governo borbonico.
Con i plebisciti le popolazioni meridionali chiesero, insieme con quelle dei
territori pontifici delle Marche e dell'Umbria, di essere annesse al Regno di
Sardegna: il 17 marzo del 1861 il parlamento subalpino, nel quale ormai erano
entrati deputati di tutta la penisola, proclamarono Vittorio Emanuele II re
d'Italia.
Il Regno d'Italia
A fondamento del nuovo Regno d'Italia venne mantenuto lo Statuto albertino
del 1848. Tale prudenza fu giustificata dal timore di ritorsioni internazionali,
a conferma della fragilità che connotava lo stato unitario, le cui sorti erano
strettamente legate agli equilibri europei. Cavour, che dell'unità era stato uno
degli artefici, morì nel giugno di quello stesso anno: il successore Bettino
Ricasoli ne proseguì la linea politica all'insegna del liberalismo moderato.
Uno dei principali problemi del nuovo Regno derivava dalla questione romana:
essa si traduceva nell'ostruzionismo praticato dal papa Pio IX, che non
riconobbe l'esistenza del nuovo Regno e si rifiutò di aprire trattative che
avessero come obiettivo l'acquisizione di Roma all'Italia. Mentre il governo
sceglieva le vie diplomatiche, mazziniani e garibaldini premevano per una
soluzione di forza. La tentò una prima volta Garibaldi, che mosse dalla Calabria
con un gruppo di volontari, ma fu fermato dall'esercito piemontese (Aspromonte,
1862). Per aggirare l'ostacolo rappresentato soprattutto dalla Francia, le cui
truppe difendevano lo Stato Pontificio, nel 1864 il governo stipulò un accordo:
la Francia si impegnava a ritirare entro due anni i soldati, in cambio
dell'impegno italiano a non violare militarmente lo Stato Pontificio. Una
clausola dell'accordo prevedeva il trasferimento della capitale da Torino a
Firenze (1865). Il governo italiano negli anni successivi prese drastici
provvedimenti per la riduzione del potere temporale della Chiesa.
Nel 1866 l'Italia partecipò alla guerra austro-prussiana, alleandosi con la
Prussia (vedi Terza guerra d'indipendenza). Grazie ai successi dell'alleato, che
fecero passare in secondo piano le sconfitte subite dall'esercito italiano,
l'Italia acquisì il Veneto.
La via per Roma si aprì invece nel 1870, in seguito alla disfatta della
Francia nel conflitto con la Prussia: lo Stato Pontificio non aveva più la
protezione francese. A quel punto l'Italia fu libera di muovere l'esercito,
fatto che avvenne il 20 settembre 1870. Roma fu annessa al Regno e ne divenne la
capitale. I rapporti Stato-Chiesa si fecero ancora più tesi dopo il
trasferimento della capitale. Il governo italiano emanò nel 1871 la Legge delle
guarentigie: al pontefice fu riconosciuta la posizione di sovrano straniero e
assegnato un territorio (attuale stato del Vaticano).
La fondazione dello stato unitario
Nel 1861 il Regno d'Italia si configurava come una delle maggiori nazioni
d'Europa, almeno a livello di popolazione e di superficie (22 milioni su una
superficie di 259.320 km2), ma non poteva considerarsi una grande potenza, a
causa soprattutto della sua debolezza economica e politica. Le differenze
economiche, sociali e culturali ereditate dal passato ostacolavano la
costruzione di uno stato unitario. Accanto ad aree coinvolte in processi di
rapida modernizzazione, esistevano situazioni statiche ed arcaiche, presenti
soprattutto nell'economia agricola del Mezzogiorno. Ristrette erano le basi
sociali su cui poggiava lo stato. Nelle campagne la gran massa dei contadini era
rimasta quasi del tutto estranea, in certi casi ostile, al Risorgimento. Nel Sud
l'ostilità esplose in una grande ribellione durata dal 1861 al 1865, che venne
sfruttata dal partito borbonico e che spinse il governo a una durissima
repressione militare (vedi Brigantaggio).
Il nuovo stato nacque su un'impronta centralistica, nella quale alla corona
vennero lasciati ampi poteri in politica interna ed estera. Il ruolo del sovrano
si esplicò ampiamente nel primo decennio, quando tutte le crisi di governo
furono risolte dal re, scavalcando le prerogative del Parlamento. Nelle mani
della corona si concentravano alcune leve fondamentali del potere: l'esercito,
la burocrazia, la giustizia, la corte e il Senato, i cui membri, a differenza
dei deputati della Camera, non erano eletti ma di nomina regia.
I governi della Destra e della Sinistra
Dal 1861 al 1876 al governo furono nominati uomini della cosiddetta Destra
storica, moderati e conservatori che si consideravano eredi politici di Cavour e
che avviarono il processo di unificazione istituzionale del paese. Il fiorentino
Bettino Ricasoli, il bolognese Marco Minghetti e il piemontese Quintino Sella ne
furono gli esponenti di maggiore spessore politico e intellettuale. In campo
economico l'obiettivo principale della Destra fu di pareggiare il bilancio dello
stato. Il ministro delle Finanze, Sella, vi riuscì con una severa azione
fiscale, che comportò il ripristino dell'impopolare tassa sul macinato, tanto
odiata da causare malcontento e rivolte; essa era infatti stata introdotta per
la prima volta nel XVI secolo e sembrava definitivamente scomparsa. Ma vari
ministeri, oltre al Sella, ne avevano chiesto la reintroduzione, approvata
definitivamente nel 1869. In campo economico si attuarono misure per il libero
scambio e fu dato avvio alla costruzione della rete ferroviaria nazionale.
Un parziale ricambio nella classe dirigente si verificò a seguito delle
elezioni del 1876, vinte dai candidati che appartenevano alla cosiddetta
Sinistra storica. Si trattava di uno schieramento di notabilato borghese meno
conservatore della Destra, perché sosteneva la necessità di moderate riforme e
di un intervento dello stato nell'economia a difesa dei ceti più deboli. I primi
governi della Sinistra, guidati da Agostino Depretis, introdussero l'istruzione
elementare obbligatoria dai sei ai nove anni. Con la riforma elettorale del 1882
la Sinistra riuscì a ottenere anche un parziale allargamento del corpo
elettorale, che fece salire da 600.000 a due milioni circa il numero degli
italiani aventi diritto al voto: in questo modo i diritti politici furono estesi
alla piccola borghesia, agli operai, ai contadini benestanti e ai piccoli
proprietari terrieri.
Dal 1887 al 1896, salvo un'interruzione di due anni, fu presidente del
Consiglio Francesco Crispi, il quale avviò un'opera di adeguamento dello stato
alle nuove realtà sociali ed economiche, con il varo del codice sanitario, della
riforma degli enti locali e del codice penale (che dal suo estensore prese il
nome di codice Zanardelli, 1890). Crispi praticò una politica estera che,
imitando le scelte imperialistiche delle grandi potenze, si tradusse nella
conquista dell'Eritrea. Ma la sconfitta subita dall'esercito italiano ad Adua
nel 1896 (vedi Guerra d'Eritrea) bloccò l'espansionismo coloniale italiano e
provocò le dimissioni di Crispi.
L'industrializzazione
Negli ultimi anni dell'Ottocento l'Italia fu afflitta da un'emigrazione di
massa, nel corso della quale milioni di contadini si trasferirono nelle Americhe
e in altri stati europei. In quel periodo, però, l'Italia fece anche un decisivo
passo in avanti, avvicinandosi ai paesi più moderni. Ebbe inizio un ciclo di
rapida industrializzazione; si affermò il movimento operaio; l'economia
progredì, favorita dall'adozione di misure protezionistiche e dai finanziamenti
concessi dallo stato e da alcune importanti banche (Banca commerciale italiana,
Credito italiano). L'industrializzazione ebbe i suoi punti di forza nella
siderurgia (gli operai del settore tra il 1902 e il 1914 aumentarono da 15.000 a
50.000) e nella nuova industria idroelettrica. Quest'ultima sembrava risolvere
una delle debolezze dell'Italia, paese privo di materie prime essenziali come il
carbone e il ferro. Utilizzando l'acqua dei laghi alpini e dei fiumi fu
possibile ottenere energia senza dipendere dall'estero per l'acquisto del
carbone: la produzione di energia idroelettrica, tra il 1900 e il 1914, salì da
100 a 4.000 milioni di kwh. L'industria tessile mantenne una posizione di
rilievo con prodotti venduti sia sul mercato interno sia su quello
internazionale. Anche l'industria meccanica cominciò ad affermarsi nel settore
dei trasporti (auto, treni) e delle macchine utensili. Ciononostante l'economia
conservava forti squilibri tra il Nord del paese, industrializzato e moderno, e
il Sud, arretrato e prevalentemente agricolo.
La modernizzazione si manifestò anche nelle forme della vita politica e del
conflitto sociale. Nel 1892 fu fondato a Milano da Filippo Turati il Partito
socialista italiano, principale referente del movimento operaio fino all'avvento
del fascismo. Una grande esplosione di protesta popolare si registrò in Sicilia
dopo il 1890 e vide migliaia di contadini, spinti dalla crisi che impoveriva
l'economia dell'isola, battersi per una riforma agraria. Il governo, presieduto
da Francesco Crispi, decretò l'occupazione militare della Sicilia e la condanna
dei capi sindacali (vedi Fasci siciliani).
La crisi di fine secolo
Negli ultimi anni del secolo a una nuova ondata di scioperi il governo
rispose con una dura repressione, il cui culmine si ebbe nel maggio del 1898 a
Milano, dove il generale Bava Beccaris fece aprire il fuoco sulla folla che
reclamava pane e lavoro. Si contarono alcune centinaia di morti. Subito dopo il
massacro, la polizia arrestò i dirigenti socialisti, chiuse i giornali di
opposizione e le sedi dei partiti operai.
La situazione italiana si trovò allora a un passaggio difficile. C'era il
rischio che prevalesse un governo reazionario. L'attentato in cui morì il re
Umberto I, compiuto a Monza nel 1900 da un anarchico, rese più tesa la
situazione. D'altra parte diversi uomini della borghesia industriale e i partiti
di sinistra (socialisti, repubblicani e radicali) puntavano invece a una svolta
democratica. Questa si presentò nel 1901, quando il nuovo re Vittorio Emanuele
III affidò la carica di primo ministro a Giuseppe Zanardelli, un liberale che si
era pronunciato contro la repressione. Ma l'uomo di maggiore prestigio di quel
governo era il ministro degli Interni, Giovanni Giolitti. Egli divenne primo
ministro nel 1903 e mantenne la massima carica politica fino al 1913, salvo
brevi interruzioni.
Età giolittiana
Il periodo compreso tra il 1901 e il 1913 fu dominato dalla figura dello
statista Giovanni Giolitti: la modernizzazione dello stato liberale, insieme con
le prime riforme di carattere sociale, nate in un clima di positivo rapporto tra
governo e settori moderati del socialismo, ne fu il tratto caratterizzante.
Importanti furono le posizioni riformistiche prevalse tra le fila del partito
socialista, che posero in minoranza l'ala massimalista, fautrice di uno scontro
sociale e politico senza mediazioni. La svolta nel partito socialista trovò
giustificazione nella linea politica tenuta da Giolitti, che si caratterizzò per
un nuovo atteggiamento di neutralità governativa nei conflitti di lavoro,
lasciando che fossero risolti dalle parti in causa: industriali e operai. Ai
governi presieduti da Giolitti risalgono le prime leggi speciali per lo sviluppo
del Mezzogiorno, imperniate sul principio del credito agevolato alle imprese e
riguardanti la Basilicata, la Calabria, la Sicilia, la Sardegna e Napoli: in
quest'ultimo caso fu possibile ultimare rapidamente il centro siderurgico di
Bagnoli.
Un altro importante progetto portò alla statalizzazione delle ferrovie
approvata dal parlamento nel 1905, che metteva l'Italia al passo con gli altri
paesi europei in un settore essenziale allo sviluppo. Nel 1912 una legge per
finanziare le pensioni di invalidità e di vecchiaia per i lavoratori inaugurava
la moderna legislazione sociale in Italia.
L'età giolittiana fu contrassegnata da una forte crescita economica che fece
registrare notevoli tassi di sviluppo nel settore industriale, con conseguente
aumento del reddito di molti italiani. Tuttavia, gli indici altrettanto elevati
dell'emigrazione all'estero (circa 8 milioni di italiani lasciarono il paese in
dieci anni) confermavano i radicati squilibri tra nord e sud e tra città e
campagna.
L'allargamento del suffragio
Un'importante trasformazione politica fu sancita dalla legge elettorale
approvata dal parlamento nel 1912, che introdusse il suffragio maschile quasi
universale: tutti i maschi sopra i trent'anni potevano votare; sotto i
trent'anni occorreva avere prestato il servizio militare, oppure disporre di un
determinato reddito, oppure svolgere una professione statale. Gli italiani con
diritto al voto passarono così dal 9,5% al 24,5%. Si trattava di una
significativa estensione della base sociale dello stato liberale. La legge
prevedeva il sistema uninominale a doppio turno. In quella occasione si stipulò
un accordo tra Giolitti e i cattolici, conosciuto come patto Gentiloni, dal nome
del deputato che lo propose. In base a esso i cattolici assicuravano il loro
voto ai candidati liberali che si fossero impegnati su due questioni che stavano
a cuore alla Chiesa: l'opposizione a ogni legge sul divorzio e l'introduzione
dell'insegnamento della religione nelle scuole elementari.
In politica estera l'Italia, pur non rinnegando la Triplice Alleanza, patto
difensivo siglato nel 1882 con l'Austria e la Germania, si riavvicinò alla
Francia, con cui venne firmato un accordo coloniale (1902): l'Italia riconosceva
ai francesi libertà di intervento in Marocco, in cambio di un analogo
atteggiamento francese verso le pretese italiane sulla Libia, una grande area
non ancora colonizzata dagli europei. Allorché l'Austria procedette
all'annessione della Bosnia-Erzegovina (1908) ci fu una ripresa in Italia dello
spirito antiaustriaco che aveva animato il Risorgimento e che ora propugnava
l'acquisizione del Trentino e della Venezia Giulia, territori a maggioranza
italiana, ma appartenenti all'impero austriaco (vedi Irredentismo). Al tempo
stesso crescevano le attese per una presenza italiana nella spartizione
coloniale, alimentate da una crescente cultura nazionalistica. Alle pressioni
dei nazionalisti Giolitti offrì una risposta inviando una spedizione militare in
Libia (1911): ne scaturì la guerra italo-turca che si concluse nel 1912 con la
vittoria dell'Italia. Nel trattato di pace fu riconosciuta la sovranità italiana
sulla Libia, su Rodi e altre isole del Dodecaneso, occupate nel corso del
conflitto.
Le elezioni del 1913, che videro l'avanzata delle opposizioni, sia dei
socialisti sia dei clerico-moderati, e la crisi economica che cominciò a farsi
sentire privarono Giolitti della base parlamentare e sociale. Per questo si
dimise dal governo e fu sostituito dal conservatore Antonio Salandra. Il nuovo
gabinetto represse le agitazioni antimilitaristiche del giugno di quell'anno,
che presero una dimensione insurrezionale nelle Marche e in Romagna (la
cosiddetta "settimana rossa", 7-14 giugno 1914). Al diffuso sentimento
neutralista il governo rispose con l'organizzazione di manifestazioni favorevoli
all'intervento militare contro l'Austria, le "radiose giornate di maggio",
preludio di quel clima bellico nel quale l'Italia fu trascinata insieme con
l'Europa dopo l'attentato di Sarajevo (28 giugno 1914), causa scatenante della
prima guerra mondiale.
L'Italia nella prima guerra mondiale
La questione delle terre cosiddette irredente (il Trentino, il Friuli e la
zona di Trieste), governate dall'Austria, nelle quali era attivo un movimento
che si batteva per la loro unione all'Italia, fornì la motivazione ad
abbandonare l'iniziale neutralità e a scegliere la linea dell'intervento.
L'ingresso in guerra, promosso dall'iniziativa del re, fu stipulato segretamente
con il patto di Londra (1915), firmato con Francia e Gran Bretagna e quindi
fatto ratificare dal parlamento. Sotto la direzione del generale Luigi Cadorna,
l'esercito fu impegnato sulle Dolomiti, nel Carso e sulla linea dell'Isonzo in
un logorante conflitto di posizione che non portò a significativi avanzamenti
del fronte (vedi Guerra di trincea); anzi, nell'ottobre del 1917, una violenta
controffensiva austro-tedesca, lanciata a Caporetto (nell'odierna Slovenia),
travolse le truppe italiane.
Alla grave situazione l'Italia rispose con una grande mobilitazione di
uomini e di risorse, alla quale parteciparono anche le forze riformiste e
socialiste che si erano battute contro la guerra. Comandato dal generale Armando
Diaz, che aveva sostituito Cadorna, l'esercito vinse l'ultima e decisiva
battaglia a Vittorio Veneto (24 ottobre - 4 novembre 1918).
La crisi dello stato liberale
In Italia il ritorno alla pace mise allo scoperto le fragilità del sistema
economico, chiamato alla riconversione dalla produzione bellica a quella civile:
debito pubblico alle stelle, inflazione e disoccupazione erano le eredità del
conflitto. Nell'opinione pubblica si insinuò il mito della "vittoria mutilata"
allorché alla conferenza di pace fu negata all'Italia la cessione della Dalmazia
e di Fiume (vedi Questione di Fiume), in base al principio
dell'autodeterminazione dei popoli. A nulla servì il gesto di rottura compiuto
dai ministri plenipotenziari, Vittorio Emanuele Orlando e Sidney Sonnino, i
quali nell'aprile del 1919 abbandonarono per protesta la Conferenza di Parigi,
salvo farvi ritorno poco dopo per la firma dei trattati conclusivi, nei quali
venivano riconosciuti all'Italia Trento, Trieste e l'Istria. In un clima di
delusione ebbero buon gioco i nazionalisti a fare sentire la loro protesta e ad
applaudire l'occupazione di Fiume effettuata nel settembre del 1919 dai
volontari guidati dal poeta Gabriele d'Annunzio e fiancheggiati da truppe
sediziose dell'esercito.
A partire dal 1919 gli operai nelle fabbriche e i braccianti nelle campagne
scesero in sciopero per rivendicare aumenti salariali e migliori condizioni di
vita; ma agiva in loro anche il richiamo alla rivoluzione socialista,
sull'esempio di quella in atto nella Russia di Lenin. Il movimento popolare,
indirizzato dai sindacati e dal Partito socialista, mancò di una chiara linea di
conduzione perché venne disorientato dalle divisioni all'interno della sinistra,
in particolare dallo scontro tra massimalisti e riformisti. Raggiunse l'acme con
l'occupazione delle fabbriche del Nord (1920), per poi declinare rapidamente.
Intanto in quegli anni si affacciarono nuove formazioni politiche,
espressione di ideologie moderne. Nel 1919 fu fondato dal sacerdote Luigi Sturzo
il Partito popolare italiano, sotto gli auspici della Chiesa. Lo stesso anno
vide venire alla luce il movimento fascista, nato per iniziativa di Benito
Mussolini come forza extraparlamentare col nome di Fasci italiani di
combattimento, in difesa degli ideali nazionalistici e con un radicalismo
antisocialista; esso si rivolgeva soprattutto agli ex combattenti e ai ceti
medi, facendo leva sulla paura di una rivoluzione comunista. Nel 1921 da una
scissione in seno al partito socialista nacque il Partito comunista d'Italia:
Antonio Gramsci ne era il leader teorico.
Nelle istituzioni si riflettevano le tensioni presenti nella società. Nel
giugno del 1920 fece ritorno alla presidenza del consiglio Giolitti, che per
esperienza e prestigio si pensava potesse comporre i contrasti politici. Egli
risolse la questione di Fiume, firmando con la Iugoslavia il trattato di Rapallo
(12 novembre 1920), che riconosceva all'Italia alcune aree della Dalmazia
(Cherso, Lussino, Zara, Lagosta) e faceva di Fiume una città libera: tale
sarebbe rimasta fino al 1924, anno in cui, con il trattato di Roma, passò sotto
la sovranità italiana. Le difficoltà per Giolitti vennero dalla situazione
interna, perché cresceva nei ceti medi e nei possidenti, allarmati dalle
vittorie socialiste alle elezioni amministrative, l'attesa di una risposta
autoritaria e illiberale.
La nascita del fascismo
Esauritosi il "biennio rosso" (1919-1921) delle lotte operaie e contadine,
la reazione dei ceti medi, degli agrari e degli industriali si indirizzò verso
il movimento fascista. Mussolini riuscì a catalizzare sia le frustrazioni della
piccola borghesia, disposta persino all'uso della violenza, sia lo spirito di
rivalsa diffuso tra i grandi detentori di ricchezze, gli agrari in primo luogo.
Iniziarono allora le violenze delle squadre di volontari fascisti, le camicie
nere, contro le sedi e gli uomini del movimento operaio e socialista. Nelle
elezioni politiche del 1921 il Partito nazionale fascista, fondato in
quell'anno, ottenne 35 deputati, un numero ancora inferiore a quello dei
socialisti ma sufficiente a segnare la sconfitta dei partiti democratici, tra
loro profondamente divisi.
Nell'ottobre del 1922 Mussolini chiamò a raccolta i suoi uomini e li
organizzò in formazioni di carattere militare, a capo delle quali mise un
quadrumvirato composto da Italo Balbo, Cesare De Vecchi, Emilio De Bono e
Michele Bianchi. Il 27 ottobre del 1922 le camicie nere si raccolsero in diverse
parti d'Italia per dirigersi su Roma (marcia su Roma del 28 ottobre) e chiedere
le dimissioni del governo presieduto da Luigi Facta. Questi si rivolse al re
perché proclamasse lo stato d'assedio e sciogliesse la manifestazione. Ma
Vittorio Emanuele III si oppose e affidò a Mussolini l'incarico di formare il
nuovo governo. In questo modo, attraverso una sorta di colpo di stato effettuato
con il sostegno degli apparati statali, Mussolini andò al governo a capo di una
coalizione di liberali e popolari, che simpatizzavano per lui e di cui per altro
si liberò poco dopo.
Il regime totalitario
Il passaggio dallo stato parlamentare al regime totalitario avvenne nei
quattro anni successivi. Diverse furono le tappe in questa direzione: nel 1922
la formazione del Gran Consiglio del fascismo, un organismo che raccoglieva i
capi del partito e che doveva rappresentare il legame tra questo e il governo;
nel 1923 le leggi che limitavano la libertà di stampa, per mettere a tacere le
opposizioni e utilizzare i giornali come strumenti di propaganda; nello stesso
anno fu presentata la modifica del sistema elettorale (legge Acerbo) per
garantire alla lista governativa la maggioranza dei deputati.
L'ultima prova di forza si compì con l'assassinio di Giacomo Matteotti,
deputato socialista che aveva osato denunciare in un discorso al parlamento le
violenze e i brogli commessi dai fascisti nelle elezioni politiche del 1924.
Pochi giorni dopo Matteotti veniva rapito e ucciso dai fascisti (giugno 1924).
Nel paese si levò la richiesta delle dimissioni di Mussolini, mentre la
maggioranza dei deputati antifascisti abbandonò per protesta i lavori del
parlamento (la "secessione dell'Aventino"). Mussolini salì alla tribuna della
Camera (3 gennaio 1925) e si assunse la piena responsabilità delle illegalità
fasciste, dimostrando così di non temere la sfida dell'antifascismo.
Contemporaneamente esautorò il parlamento e proclamò la transizione dallo stato
liberale a quello totalitario (vedi Fascismo; Regime fascista).
I passi successivi comportarono l'allontanamento dal governo prima dei
cattolici, poi dei liberali. Con la legislazione antiliberale del 1925-26 fu
realizzato lo stato totalitario: furono sciolte le opposizioni, espulsi dalla
Camera i deputati antifascisti, vietato lo sciopero, messi al bando i sindacati;
fu approvata una nuova legge elettorale che prevedeva una lista unica,
governativa; fu introdotta la pena di morte e istituito il Tribunale speciale
per la difesa dello stato, incaricato di reprimere ogni forma di dissenso.
Un importante successo fu conseguito dal fascismo nel 1929 con la firma dei
Patti lateranensi, che chiudevano il conflitto tra stato italiano e Chiesa
cattolica, insorto nel 1870: lo stato italiano riconosceva il Vaticano come
stato indipendente e la Chiesa otteneva che il cattolicesimo fosse dichiarato
religione ufficiale.
La crisi economica, successiva al 1929, indusse il governo a contrapporre
misure di difesa della produzione nazionale, all'insegna dell'autarchia. Fu
varato un piano di opere pubbliche e di risanamento dell'agricoltura (bonifica
delle paludi pontine, fondazione di città rurali, prosecuzione della campagna
per aumentare la produzione del grano inaugurata nel 1926). Nel settore
industriale si sperimentarono nuove forme di intervento statale con la
fondazione dell'IRI (Istituto per la ricostruzione industriale), un ente
finanziato dallo stato allo scopo di salvare le banche e le industrie che erano
sull'orlo del fallimento. Le relazioni sindacali e industriali furono regolate
dalle Corporazioni (vedi Corporativismo), create nel 1933, alle quali erano
obbligatoriamente associate le diverse figure della produzione. La politica
sociale del fascismo ebbe in quegli anni sviluppi importanti, con le pensioni
per gli operai, la settimana di quaranta ore, il sabato festivo, le ferie
obbligatorie, il dopolavoro per i dipendenti, l'assistenza alla maternità e
all'infanzia.
La politica culturale tentò di orientare gli italiani secondo i valori
ritenuti consoni alle tradizioni nazionali e fasciste. I giovani venivano
addestrati alla disciplina, all'esercizio della forza fisica e al senso
dell'obbedienza, attraverso manifestazioni sportive e sfilate simili alle parate
militari. Stampa, cinema e radio furono soggetti non solo alla censura passiva,
con cui si vietava la circolazione di notizie che potessero danneggiare
l'immagine del fascismo, ma anche a un'azione attiva condotta da un apposito
organismo burocratico, il Ministero della cultura popolare (Minculpop). Con
strumenti polizieschi furono messi a tacere gli oppositori: molti antifascisti
emigrarono all'estero, in particolare a Parigi, dove si organizzarono in
associazioni come Giustizia e Libertà, centro della cultura liberale e
socialista che ebbe in Carlo Rosselli il suo principale animatore, prima che
venisse assassinato nel 1937 insieme con il fratello per ordine dei capi
fascisti. Migliaia di oppositori - in maggioranza socialisti e comunisti -,
intellettuali, artisti, subirono pesanti condanne al carcere e al confino per
reati di opinione o per attività antigovernativa.
La guerra e il crollo del fascismo
In politica estera per oltre un decennio Mussolini rispettò gli accordi di
pace firmati nel 1919. Nel 1935 si verificò la svolta, con la guerra d'Etiopia,
che si concluse nel maggio del 1936, e in seguito alla quale Mussolini proclamò
la nascita dell'impero dell'Africa orientale italiana (AOI), la cui corona fu
assunta da Vittorio Emanuele III. Dopo l'impresa africana il regime fascista si
trovò avversato, seppure in forme blande, dalla Società delle Nazioni e
contemporaneamente fu attratto nell'orbita tedesca: con Adolf Hitler Mussolini
firmò un'intesa (l'asse Roma-Berlino) che portò il governo fascista a
intervenire nella guerra civile spagnola a fianco dei tedeschi.
L'avvicinamento alla Germania nazista divenne totale nel 1938, anno in cui
furono emanate le leggi "per la difesa della razza" (1° settembre e 10
novembre): gli ebrei italiani (circa 70.000 persone) si videro messi al bando
dalla pubblica amministrazione, dalla scuola, dall'esercito. Nello stesso anno
fu avviata una campagna di militarizzazione, che portò all'invasione
dell'Albania (1939).
Allo scoppio della seconda guerra mondiale, Mussolini proclamò inizialmente
lo stato di non belligeranza, ma di fronte ai successi di Hitler decise
l'intervento a fianco della Germania (10 giugno 1940) nella speranza di
conseguirne vantaggi internazionali. Le prime operazioni militari si svolsero in
aree marginali del conflitto (Sudest della Francia, Grecia), ma l'esercito
apparve del tutto impreparato a sostenere uno scontro nel quale ovunque
contavano i grandi mezzi aeronavali e le dimensioni strategiche
intercontinentali. Diverse sconfitte, sia sui fronti balcanico e africano sia in
mare, e la disastrosa partecipazione alla campagna di Russia portarono al
tracollo militare (vedi ARMIR).
Nel luglio del 1943, gli angloamericani sbarcarono in Sicilia: il 25 luglio
1943 il re esautorò Mussolini, messo in minoranza nell'ultima seduta del Gran
Consiglio del fascismo, e lo fece arrestare. L'evento segnò il crollo del regime
fascista, i cui esponenti più oltranzisti costituirono la Repubblica sociale
italiana (conosciuta anche come Repubblica di Salò). Gli Alleati, intanto,
risalivano la penisola scontrandosi in duri combattimenti con le forze tedesche;
al nord, gli uomini della Resistenza si battevano contro i fascisti
"repubblichini" e i tedeschi. La morte di Mussolini, giustiziato il 28 aprile
1945 dai partigiani, segnò la definitiva scomparsa del fascismo come regime di
governo.
La Repubblica italiana
Alla fine della guerra in Italia venne ripristinata la democrazia. Il 2
giugno 1946 fu indetto un referendum sulla forma dello stato (monarchia o
repubblica) e a esso fu associata l'elezione dei rappresentanti all'assemblea
costituente, incaricata di redigere una nuova costituzione. Le votazioni a
suffragio universale (per la prima volta in Italia votavano anche le donne)
videro la vittoria della repubblica con il 54% dei voti. Per le rappresentanze
all'assemblea costituente la grande maggioranza dei voti andò alla Democrazia
cristiana (DC), erede del Partito popolare di don Sturzo, capeggiata da Alcide
De Gasperi; al Partito socialista italiano (PSI) di unità proletaria, divenuto
in seguito Partito socialista, guidato da Pietro Nenni; e al Partito comunista
italiano (PCI) guidato da Palmiro Togliatti. Questi e altri partiti minori, tra
i quali il Partito repubblicano italiano (PRI) e il Partito liberale italiano
(PLI), che a quel tempo aveva alla presidenza Benedetto Croce e tra i suoi
esponenti di rilievo Luigi Einaudi, collaborarono alla stesura della
Costituzione italiana, che fissò i lineamenti istituzionali dello stato. Intanto
i confini nazionali furono ritoccati dalla conferenza di pace per decisione
delle quattro potenze vincitrici della guerra: Francia, Gran Bretagna, Stati
Uniti e Unione Sovietica. L'Italia perse l'Istria, Fiume, Zara, le isole della
Dalmazia e alcuni territori alla frontiera con la Francia (Briga, Tenda e altre
zone di piccola estensione), mentre la città di Trieste fu sottoposta a
un'amministrazione internazionale.
Per un lungo tratto della sua storia, dal 1947 al 1994, il sistema politico
italiano fu caratterizzato da una forte continuità del quadro generale, dovuta
al fatto che la DC mantenne una posizione centrale in tutti i governi che via
via si succedettero, affiancata da partiti minori suoi alleati: Partito
socialdemocratico (PSDI), sorto per iniziativa di Giuseppe Saragat da una
scissione tra le fila socialiste; il Partito repubblicano (PRI), il cui leader
fu Ugo La Malfa; il Partito liberale (PLI), guidato per molti anni da Giovanni
Malagodi. Dall'esecutivo restarono escluse le altre forze politiche, tanto della
destra, costituita dal Partito monarchico (fino al 1972) e dal Movimento sociale
italiano (MSI), partito che si richiamava al fascismo, quanto della sinistra,
costituita dal PCI e dal PSI.
Il centrismo
Dal 1948 fino ai primi anni Sessanta, la DC associò al governo i partiti
laici minori (PSLI, PSDI, PLI, PRI). Sotto la guida della DC l'Italia impostò la
ripresa economica favorita dagli aiuti concessi dagli Stati Uniti nell'ambito
del Piano Marshall: l'afflusso di capitali e di merci dagli Stati Uniti creò le
condizioni per la ricostruzione dell'economia nazionale, avvenuta nell'ambito
dell'inserimento dell'Italia nel blocco dei paesi occidentali contrapposto a
quello dei paesi comunisti: nel 1949 l'Italia entrò nell'Organizzazione del
Trattato del Nord Atlantico (NATO); nel 1952 aderì alla Comunità europea del
carbone e dell'acciaio (CECA), primo organismo della futura Unione Europea; nel
1954 ratificò un accordo con la Iugoslavia che regolava la questione di Trieste;
nel 1955 l'Italia venne ammessa alle Nazioni Unite.
Il centrosinistra
L'equilibrio politico basato sui governi centristi si rivelò difficile da
mantenere a causa soprattutto della debolezza dei partiti alleati. Lo si vide
con il fallimento della legge elettorale del 1953, una legge maggioritaria
definita dall'opposizione "legge truffa" che avrebbe garantito un premio di
maggioranza alla coalizione che avesse superato il 50% dei voti. Alle elezioni
di quell'anno la maggioranza di governo non varcò quella soglia, così che De
Gasperi diede le dimissioni. Lo schieramento centrista entrò in una lenta crisi;
con il passare del tempo anche all'interno della DC affiorarono posizioni che
proponevano un'apertura verso sinistra, al fine di intraprendere una serie di
riforme sociali ed economiche e garantire l'esistenza di esecutivi stabili e
autorevoli.
L'alleato della DC in questo nuovo assetto politico fu il Partito
socialista, che da qualche tempo aveva accentuato la sua autonomia dal PCI,
soprattutto dopo i fatti di Ungheria del 1956 (vedi Rivoluzione ungherese), e
che aveva accettato l'ingresso nella NATO. Per queste scelte veniva ormai
considerato una forza leale al sistema democratico. L'apertura a sinistra si
realizzò a partire dai primi anni Sessanta, per iniziativa dei democristiani
Amintore Fanfani e Aldo Moro: dapprima i socialisti entrarono nella maggioranza
parlamentare, poi, a partire dal 1963, parteciparono direttamente al governo. Si
aprì così la fase del centrosinistra, che, con fasi alterne e con qualche
intervallo, sarebbe durata oltre un decennio. Essa rappresentò la risposta
politica, in termini di riforme e di allargamento del consenso, alle grandi
trasformazioni che l'Italia viveva in quegli anni.
Il miracolo economico
Negli anni Cinquanta e Sessanta l'Italia si trasformò da paese agricolo a
paese industriale: l'industria fece registrare un rapido sviluppo raggiungendo
posizioni d'avanguardia in alcuni settori, quali la siderurgia, la chimica, la
produzione di autoveicoli. L'espansione produttiva che venne incentivata dalla
crescita dell'industria fu così intensa da far parlare di miracolo economico. Il
reddito procapite fu quasi triplicato, mentre la disoccupazione scese a un
livello molto basso, intorno al 3% della popolazione. I traguardi raggiunti
consentirono all'Italia di inserirsi nel gruppo delle prime dieci potenze
industriali del mondo. I cambiamenti economici ebbero immediati riflessi sulle
abitudini degli italiani, i cui valori tradizionali, tipici di una società
contadina, furono sostituiti, soprattutto nelle nuove generazioni, da stili di
vita più individualisti, aperti ai consumi e al conseguimento del benessere. Si
accentuarono anche alcune debolezze storiche, prima fra tutte il divario tra
Nord e Sud. La concentrazione delle grandi fabbriche nelle regioni
settentrionali mise in moto un flusso migratorio interno dal Sud agricolo al
Nord industrializzato, che impoverì le regioni meridionali delle risorse umane,
senza per altro estinguere del tutto l'emigrazione verso l'estero.
Del programma politico del centrosinistra furono realizzati solo alcuni
punti, quali la riforma della scuola media (unificazione e obbligo fino a 14
anni), la nazionalizzazione dell'energia elettrica, il sostegno all'economia
meridionale con il finanziamento della Cassa per il Mezzogiorno e con iniziative
di industrializzazione, come l'industria automobilistica a Pomigliano e quella
petrolchimica a Gela.
Studenti e operai
Tra il 1967 e il 1970 nelle fabbriche del nord si mise in moto una grande
mobilitazione degli operai, che richiedevano salari più elevati, al passo con la
media europea, migliori condizioni di lavoro in fabbrica e di vita nelle città.
Nel 1968 esplose la contestazione degli studenti, in sintonia con i movimenti
pacifisti e le rivolte scoppiate nelle università degli Stati Uniti (dove i
giovani avevano protestato duramente contro la guerra nel Vietnam), francesi e
tedesche (vedi Movimento studentesco). Gli operai, organizzati nei sindacati,
riuscirono a ottenere sia incrementi di reddito sia il riconoscimento dei
diritti in fabbrica, sanciti dall'approvazione dello Statuto dei lavoratori
(1970), importante strumento per la difesa della dignità e della libertà del
lavoratore dipendente. Nel 1970 furono istituite le regioni a statuto ordinario
e ne vennero eletti i consigli, a compimento del dettato costituzionale; nello
stesso anno il parlamento approvò la legge che istituiva il divorzio.
La crisi del centro-sinistra
In una situazione di profondo mutamento della società, i governi di
centro-sinistra persero vigore, indeboliti sia dalla crescente ostilità
manifestata anche in forme antidemocratiche da diverse forze economiche e
sociali, sia dai conflitti interni agli stessi partiti della coalizione. Intanto
la crescita economica cominciò a rallentare, subendo gli effetti della crisi
internazionale: nel 1971 il presidente americano Richard Nixon decretò la fine
del sistema monetario mondiale (convertibilità del dollaro); nel 1973 scattò la
crisi petrolifera con l'aumento dei prezzi del greggio, che generò nuovi
squilibri nella bilancia commerciale di un paese, come l'Italia, in questo
settore totalmente dipendente dall'estero. Svalutazione della lira, inflazione a
livelli record per l'Europa, con punte sopra il 20% annuo, e caduta della
produttività furono i fenomeni con cui dovettero misurarsi le forze politiche e
sociali in quel difficile decennio.
La strategia della tensione
A scuotere la convivenza civile intervenne quella che è passata alla cronaca
e alla storia italiana come "strategia della tensione", una lunga sequenza di
attentati terroristici che causarono centinaia di morti. Il primo atto
terroristico avvenne a Milano nel 1969 (bomba alla Banca nazionale
dell'agricoltura); seguirono poi gli attentati di Brescia (1974), durante una
manifestazione sindacale, e della stazione di Bologna (1980), con 92 vittime, la
bomba sul treno Milano-Napoli (1984), solo per ricordare gli attentati di
maggiore violenza. Sebbene la responsabilità penale di molti degli atti
terroristici che sconvolsero l'Italia in quegli anni non sia mai stata
completamente accertata, è da tempo chiaro che fu voluta e perseguita da gruppi
di potere politico, militare ed economico per impedire o quantomeno ostacolare
l'affermazione dei partiti di sinistra, in un quadro internazionale ancora molto
condizionato dallo scontro tra il blocco occidentale e quello comunista (vedi
Guerra Fredda). Secondo quanto le indagini riuscirono ad accertare e secondo
alcune sentenze definitive, in molti casi gli attentati furono opera materiale
di militanti di gruppi di estrema destra, e vi fu implicato quel complesso
sistema di potere occulto con ramificazioni in settori dei servizi di sicurezza,
in associazioni segrete (logge massoni), nelle istituzioni, con l'obiettivo di
destabilizzare il paese e di innescare una svolta autoritaria.
Dalla metà degli anni Settanta il terrorismo praticato in Italia non fu solo
quello di destra; si formarono gruppi clandestini di terroristi di sinistra (le
Brigate Rosse e altre formazioni analoghe), che inizialmente effettuarono
sequestri di persona e ben presto passarono ad attentati veri e propri, con
ferimenti e omicidi di magistrati, uomini politici, poliziotti, giornalisti,
professori universitari e sindacalisti. Loro scopo era di mettere in crisi lo
stato democratico per provocare una rivoluzione anticapitalista. Vedi
Terrorismo: Il fenomeno terroristico in Italia.
La solidarietà nazionale
Il rallentamento dello sviluppo economico, l'emergere di oscure trame
reazionarie e soprattutto l'avanzata, nelle elezioni politiche del 1976, del
maggiore partito di opposizione, il PCI, determinarono la crisi del
centrosinistra. Anche per l'incalzare del fenomeno terroristico, si aprì allora
una nuova fase nella storia dell'Italia repubblicana, caratterizzata dalla
ricerca, da parte della Democrazia cristiana e del Partito comunista, due forze
che avevano un retroterra ideologico contrapposto, di un terreno d'intesa per
garantire, in quel delicato momento, stabilità di governo e coesione nazionale.
Sul piano concreto, l'intesa si tradusse in un accordo parlamentare tra la
maggioranza e l'opposizione per la formazione di due governi a guida
democristiana (presidente del Consiglio fu Giulio Andreotti), definiti di
solidarietà nazionale, che si ressero il primo, nel 1976, sull'astensione dei
comunisti e dei socialisti, il secondo, nel 1978 sull'appoggio esterno (senza
ministri) del PCI e di altri partiti. Il democristiano Aldo Moro fu il
sostenitore di questa svolta, voluta altresì dal segretario comunista Enrico
Berlinguer.
Nel 1978 le Brigate Rosse organizzarono il rapimento e l'assassinio di Moro.
L'episodio segnò il culmine, ma anche l'inizio della crisi del terrorismo,
colpito da una più efficace azione repressiva svolta da polizia e carabinieri
che, servendosi anche delle confessioni di terroristi pentiti, riuscirono a
smantellare le organizzazioni clandestine armate. Ma la vicenda del sequestro di
Moro segnò anche la fine della solidarietà nazionale: ritornò al governo una
coalizione di centrosinistra che, dopo il 1981, si allargò anche al PLI. Il
centrosinistra, nella nuova versione di pentapartito, rimase al potere per oltre
un decennio, ma propose allo stesso tempo un'ipotesi di superamento
dell'egemonia democristiana. Per la prima volta nella storia della repubblica la
presidenza del governo fu assunta da esponenti politici non appartenenti alla
DC. Capo del governo diventò, nel 1981, il repubblicano Giovanni Spadolini;
seguirono, tra il 1983 e il 1987, due governi diretti da Bettino Craxi,
segretario del Partito socialista, nel corso dei quali si registrò una breve
ripresa economica dopo un decennio di difficoltà.
Nuovi partiti
Intanto, nel corso degli anni Ottanta, una delle novità più importanti fu
l'affermazione nelle consultazioni elettorali di nuovi gruppi estranei ai
partiti tradizionali: il Partito radicale, gli ambientalisti (i Verdi) e le
leghe regionali, attive in Lombardia e in altre regioni del Nord. Nella
coscienza degli italiani cresceva intanto il rifiuto per la degenerazione della
vita politica italiana che coinvolgeva i partiti tradizionali e che si
manifestava in modi diversi: dalla concessione di privilegi di varia natura in
cambio di voti (clientelismo) all'intreccio politica-affari, che aveva assunto
nel tempo proporzioni sempre più ampie, al dilagare dell'illegalità e della
criminalità organizzata.
Agli inizi degli anni Novanta il quadro politico italiano, rimasto pressoché
immobile per quasi cinquant'anni, subì una serie di profondi sconvolgimenti che
parvero segnare il tramonto della prima repubblica. La crisi del comunismo
sovietico alla fine degli anni Ottanta e il conseguente crollo dei regimi
comunisti nell'Europa dell'Est ebbero una ripercussione immediata in Italia. Il
PCI, che già da qualche tempo aveva avviato un processo di revisione ideologica,
diede vita a una nuova formazione politica di orientamento socialdemocratico,
mutando il nome in Partito democratico della sinistra (PDS), ma subendo la
scissione di una cospicua minoranza, il Partito della rifondazione comunista.
Le trasformazioni nel sistema politico
Quasi contemporaneamente agli sconvolgimenti internazionali si aprì
l'inchiesta su "Tangentopoli" ("città della tangente", un brutto neologismo
derivato dalla parola gergale "tangente", cioè la quota versata per ottenere
favori, che indicava il sistema di corruzione nel quale erano coinvolti
politici, amministratori, imprenditori). L'operazione, battezzata "Mani pulite",
partita nel febbraio del 1992 per iniziativa della magistratura di Milano e poi
via via estesa ai distretti giudiziari di molte regioni italiane, mise a nudo
l'intreccio politica-affari che aveva consentito per anni ai partiti di
realizzare un sistema di finanziamento illegale e a molti imprenditori di godere
di favori nell'assegnazione degli appalti. Le inchieste di Mani pulite nel
volgere di due anni travolsero il mondo politico, provocando il crollo della
vecchia classe dirigente e la disgregazione dei partiti tradizionali. I due
principali partiti di governo, il Partito socialista e la Democrazia cristiana,
persero più di altri la fiducia dei loro elettori, indignati per gli scandali.
La Democrazia cristiana decise di rinnovarsi sostituendo i vecchi dirigenti e
cambiando il nome in quello di Partito popolare italiano, ma non riuscì a
mantenere la precedente forza elettorale, che era stata sempre al di sopra del
30% dei voti, e di lì a poco si scisse in tre formazioni minori. Analoga sorte
toccò al Partito socialista, frantumatosi in diversi piccoli partiti e
praticamente scomparso dalla scena politica italiana.
A rivoluzionare il quadro politico contribuì l'affermazione del movimento
leghista. Dalla fusione della Lega Lombarda con analoghe formazioni regionaliste
nacque nel 1991 la Lega Nord, che nelle elezioni politiche del 1992 si affermò
come la quarta forza politica nazionale e nelle elezioni amministrative del 1992
e del 1993 insediò i suoi sindaci in molte città del Nord, fra le quali Milano,
Varese, Como e Monza. La Lega era espressione della protesta delle regioni più
ricche contro il malgoverno del paese, lo spreco di denaro pubblico,
l'allargarsi del deficit dello Stato, ma anche dell'affermazione di una più
individualistica visione del mondo. Anche l'adozione di un nuovo sistema
elettorale introdusse elementi di dinamismo nel panorama politico, sollecitando
partiti e movimenti a ridefinire la loro collocazione e le loro strategie e
favorendo una semplificazione del quadro politico.
Il quadro politico dopo la riforma elettorale
La riforma elettorale fu applicata nelle elezioni del marzo 1994, alle quali
si presentarono tre coalizioni. Una era costituita dalla Lega Nord e dal Polo
delle libertà, formato a sua volta dal partito di Alleanza nazionale (nome del
partito di destra che rinunciava alle posizioni neofasciste del Movimento
sociale italiano), da un gruppo di ex democristiani e da una nuova formazione
politica, Forza Italia, che, nata per iniziativa di Silvio Berlusconi, per il
suo carattere fortemente liberista in tema di economia rispondeva all'attesa di
larghi settori moderati.
Nello schieramento opposto si collocarono PDS, Rifondazione comunista, i
Verdi, settori socialisti e altri movimenti di recente fondazione. Vi era infine
un terzo gruppo, con posizioni di centro, denominato Patto per l'Italia,
costituito dal Partito popolare e da alcune componenti cattoliche minori,
provenienti dall'area della sinistra democristiana.
Dopo la vittoria elettorale della coalizione moderata guidata da Berlusconi,
il capo dello stato, Oscar Luigi Scalfaro, affidò a questi l'incarico di formare
il governo. Dopo quasi cinquant'anni di governi a egemonia democristiana, per la
prima volta nel sistema politico italiano parve realizzarsi l'alternanza dei
partiti e il ricambio della classe dirigente; ma il nuovo governo non ebbe vita
lunga, indebolito dai contrasti interni. A seguito di una mozione di sfiducia
presentata dalle opposizioni insieme con la Lega (che nella maggioranza
governativa rappresentava l'elemento di maggiore conflittualità), il governo
Berlusconi si dimise nel dicembre del 1994.
In attesa di un nuovo confronto elettorale venne nominato un governo di
tecnici guidato da un economista, Lamberto Dini. Intanto tra le forze
progressiste sconfitte nelle elezioni del marzo 1994 si costituì un'alleanza
politica, denominata l'Ulivo, che si formò sulla base di un programma comune,
cui aderirono il PDS e altri gruppi politici di matrice cattolica,
laico-liberale, socialista e ambientalista. Dei due schieramenti, uno moderato
guidato da Berlusconi, uno riformista con a capo Romano Prodi, docente
universitario di economia ed ex manager dell'industria pubblica, fu quest'ultimo
schieramento a vincere le elezioni tenutesi il 21 aprile 1996. A queste la Lega
Nord si presentò da sola, portando avanti il suo progetto di secessione, cioè di
separazione di alcune regioni settentrionali dallo stato italiano. Dopo le
elezioni fu costituito un governo di centrosinistra, presieduto da Prodi, votato
dai parlamentari dell'Ulivo e con l'appoggio esterno di Rifondazione comunista.
Una società in movimento
Nel suo primo anno di attività la coalizione guidata da Prodi ha concentrato
gli sforzi sulle misure da adottare per soddisfare le condizioni richieste dal
trattato di Maastricht e consentire al paese l'ingresso nell'Unione monetaria
europea. L'imponente manovra finanziaria messa a punto dal governo, che ha
imposto un drastico taglio della spesa pubblica e un eccezionale prelievo
fiscale, è riuscita nell'intento e il 1° maggio del 1998 l'Italia è stata
ammessa all'UEM con il "gruppo di testa". Nel frattempo il parlamento italiano
ha formulato, attraverso una "commissione bicamerale", un radicale progetto di
riforma della costituzione per definire l'impianto istituzionale della "seconda
repubblica". I maggiori temi trattati dal documento approvato dalla commissione
bicamerale, che il parlamento ha iniziato a discutere all'inizio del 1998,
riguardano l'elezione e le funzioni del presidente della Repubblica, la
riorganizzazione della giustizia, il federalismo.
Sullo sfondo delle trasformazioni politiche l'Italia sta vivendo un
cambiamento nella fisionomia economica e sociale altrettanto radicale. Dalla
fine degli anni Ottanta il settore terziario (commercio e servizi) occupa la
maggioranza dei lavoratori e costituisce la quota più alta del reddito
nazionale. Anche in Italia si può così parlare di "società postindustriale",
espressione che designa il passaggio dalla prevalenza sociale del mondo
dell'industria a un sistema in cui sono i luoghi e le professioni che producono
scambi, comunicazioni e servizi a occupare un posto preminente. Nuovi mestieri
ne sono derivati, molti dei quali nati dai processi di automazione e dalla
rivoluzione telematica segnata dalla diffusione dei computer.
Anche la geografia dell'industria e del benessere si è modificata: un
tessuto produttivo capace di generare sviluppo a livelli elevati si è costituito
in aree un tempo marginali, come il Nord-Est e alcune province del centro. Un
insieme di piccole e medie aziende ne caratterizza l'insediamento, dando vita a
sistemi produttivi molto elastici, capaci di competere sui mercati
internazionali, che formano un nuovo tipo di capitalismo, lontano dai modelli
più consolidati rappresentati dalle grandi società. Inoltre, in questi anni si è
avviato un processo di privatizzazione di industrie, banche, società di servizi,
passate dalla proprietà pubblica alle forme private della gestione
capitalistica. |
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