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Le aree protette
Circa il 6,5% del territorio nazionale è costituito da aree a vario titolo e
in vario modo protette. Oltre ai cinque parchi nazionali già menzionati, creati
tra il 1922 (Parco nazionale del Gran Paradiso) e il 1968 (Parco nazionale della
Calabria), a partire dal 1970 sono stati istituiti numerosi parchi, qualificati
come "regionali", per tutelare alcuni ambienti ancora relativamente intatti. Tra
i principali, si ricordano quello già menzionato del Ticino, quello delle Groane
(in Lombardia), di Portofino (in Liguria), dell'Adamello-Brenta (nel
Trentino-Alto Adige), della Maremma (in Toscana), dell'Etna (in Sicilia).
Successivamente, a livello nazionale, tra la fine degli anni Ottanta e la
prima metà degli anni Novanta, furono istituiti molti altri parchi, più o meno
effettivamente operanti. Si ricordano, partendo da nord, i parchi della Val
Grande (in Piemonte), delle Dolomiti bellunesi (nel Veneto), delle Foreste
casentinesi (nell'Emilia-Romagna), dei monti Sibillini (condiviso da Umbria e
Marche), dell'Arcipelago toscano, del Gran Sasso e monti della Laga (ripartito
tra Abruzzo, Lazio e Marche), della Maiella (in Abruzzo), del Vesuvio e del
Cilento e Vallo di Diano (entrambi in Campania), del Gargano (Puglia), del
Pollino (ripartito tra Basilicata e Calabria), dell'Aspromonte (in Calabria) e
del Gennargentu (in Sardegna).
Oltre ai parchi, vi sono diverse altre zone soggette a tutela, tra cui le
riserve naturali; queste ultime sono gestite in parte dallo stato, in parte
dalle regioni e in parte da alcune associazioni ambientaliste, come il WWF
(Fondo mondiale per la natura), il FAI (Fondo per l'ambiente italiano), ecc.
Nelle riserve dette "integrali" non è consentita alcuna attività che non sia
destinata alla conservazione della natura o alla ricerca scientifica. Ma la
maggior parte delle aree protette è sottoposta a vincoli meno rigidi e la
popolazione che vi risiede può svolgere le sue tradizionali attività (agricole,
zootecniche, forestali, artigianali), oggi spesso integrate dal turismo, sempre
però nel pieno rispetto dell'ambiente.
Tra i principali parchi e riserve naturali si ricordano: i parchi
dell'Argentera e dell'Alpe Veglia (in Piemonte); del monte Beigua e delle
Cinqueterre (in Liguria); i parchi dell'Adda e delle Alpi Orobie (in Lombardia);
la riserva di Laghestel di Piné e i parchi dello Sciliar, delle Odle, di
Paneveggio-Pale e di San Martino (in Trentino-Alto Adige); i parchi della
Lessinia e dei colli Euganei (nel Veneto); il parco della Carnia, l'oasi
faunistica di Marano Lagunare e il parco marino di Miramare (nel Friuli-Venezia
Giulia); il parco dei Gessi Bolognesi (in Emilia-Romagna); i parchi delle Alpi
Apuane, della Maremma, di Migliarino-San Rossore-Massaciuccoli, la riserva
faunistica di Bolgheri e quella già citata di Orbetello, la foresta dell'Abetone
(in Toscana); la riserva della grotta di Frasassi e il parco del monte Conero
(nelle Marche); il parco del monte Subasio (in Umbria); il parco dei monti della
Tolfa e l'oasi biologica di Ninfa (in Lazio); la riserva della biosfera di
Collemuccio e Montedimezzo (in Molise); le riserve delle Saline di Margherita di
Savoia e delle Murge orientali, il bosco di Tricase (in Puglia); il parco delle
Piccole Dolomiti Lucane (in Basilicata); l'oasi di protezione dell'isola
disabitata di Vivara (in Campania); la riserva della foce del fiume Neto (in
Calabria); la riserva dello Zingaro, l'oasi del fiume Simeto, il parco delle
Madonie, la foresta demaniale della Ficuzza-Rocca Busambra (in Sicilia); le
riserve dell'isola di Caprera e di capo Caccia, il parco del Sinis e varie
riserve delle "zone umide", come gli stagni di Molentargius e di Cabras (in
Sardegna).
Economia
Le trasformazioni della struttura produttiva
Le trasformazioni che si sono verificate negli ultimi decenni nell'economia
italiana sono state così profonde da avere pochi paragoni al mondo. L'Italia
oggi si colloca al quinto posto per prodotto nazionale lordo tra i sette paesi
più industrializzati della Terra, i cosiddetti G7 (Gruppo dei sette: gli altri
sei paesi sono Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, Gran Bretagna, Canada),
e basa la sua attività produttiva su intensi scambi commerciali con tutto il
mondo; tuttavia, ancora all'inizio degli anni Cinquanta, traeva le proprie
risorse essenzialmente dall'agricoltura e, benché non mancasse di un settore
industriale, aveva un'economia debole, poco aperta al mercato internazionale.
Per un paese come l'Italia, in cui sono scarsissime le risorse minerarie
essenziali, a cominciare da ferro, carbone, petrolio ecc., l'importazione di
materie prime ha costituito sin dall'inizio una condizione fondamentale per
l'industrializzazione.
Alla fine dell'Ottocento (con ritardo rispetto ad altri stati europei) si
era comunque formata una certa cultura industriale e imprenditoriale privata nel
settore tessile e poi nei comparti di base, soprattutto a Torino e a Milano (e
nelle aree circostanti), particolarmente nella siderurgia e nella meccanica;
tuttavia esempi come la FIAT, fondata nel 1899, erano rimasti casi abbastanza
isolati, privilegiati dal protezionismo dello stato unitario. Successivamente il
fascismo intensificò il carattere autarchico dell'economia, favorendo molte
imprese private, e nello stesso tempo accentuando l'intervento diretto dello
stato nel campo economico. Il sostegno pubblico all'economia divenne, sotto il
regime fascista, una componente caratteristica della politica italiana, in
particolare nel 1933, con la fondazione di un ente pubblico, l'Istituto per la
ricostruzione industriale (IRI), destinato a soccorrere le imprese in difficoltà
o a sostituirvisi. Esso col tempo sarebbe diventato il massimo gruppo economico
d'Italia, allargando il proprio ambito dall'industria a ogni genere di attività,
bancaria, finanziaria, dei trasporti, delle comunicazioni e telecomunicazioni
(l'IRI, che giunse a controllare sino a circa 450 imprese, sussiste ancora, ma è
stato molto ridimensionato con la progressiva dismissione, cioè la vendita, di
gran parte delle aziende che a esso facevano capo).
Gli sviluppi in senso industriale dell'economia rimasero, sotto il fascismo,
male intrecciati, in generale, con l'agricoltura, che continuava a fornire
l'apporto fondamentale al reddito nazionale. Solo in poche zone essa poteva
definirsi moderna, avanzata. Tali zone coincidevano in pratica con larga parte
della Lombardia e dell'Emilia, particolarmente fertili nei territori della bassa
Pianura Padana, dove da tempo l'attività agricola e agricolo-zootecnica era
condotta con notevole dinamismo imprenditoriale da affittuari e proprietari o,
come in Emilia, da coltivatori diretti, spesso riuniti in cooperative, per
aumentare le potenzialità di capitali e quindi di investimenti; nel Nord lo
stesso Veneto era rimasto, sino a tutti gli anni Cinquanta, terra di limitati
sviluppi.
Il panorama economico e le possibilità produttive restavano più deboli
passando al resto d'Italia, anche per motivi ambientali, oltre che sociali
(soprattutto per la mancanza di una cultura imprenditoriale), e cioè povertà di
pianure fertili e sufficientemente estese, prevalenza al contrario di territori
collinari e montuosi spesso franosi, piovosità insufficiente, scarsa rete
idrica, difficoltà a creare sistemi di irrigazione ecc.
Una produttività agricola intermedia rispetto al Nord avanzato e al Sud
depresso si registrava nell'Italia centrale, dov'era diffuso il sistema di
conduzione della mezzadria, in base al quale il proprietario del fondo agricolo
forniva gratuitamente in usufrutto al coltivatore il terreno, insieme a quanto è
necessario per coltivarlo (sementi, attrezzi agricoli), ricevendone in cambio
metà dei prodotti ottenuti. Nelle zone a mezzadria era diffusa soprattutto la
coltivazione detta "promiscua", cioè mista invece che specializzata, poiché il
mezzadro coltivava un po' di tutto nel suo podere (ma il trinomio fondamentale
era costituito da cereali, viti e ulivi), dovendone ricavare la fonte della sua
sussistenza.
Nel Meridione era rimasta, come retaggio secolare, un'agricoltura povera,
con bassissime rese produttive. Accanto al minifondo nelle zone di montagna,
dominava il latifondo, costituito da vasti domini terrieri trascurati dai loro
proprietari, una sorta di feudi abbandonati, in mano ai grandi proprietari di
ascendenza feudale, i cosiddetti "baroni", che davano le loro terre da coltivare
stagionalmente a braccianti sottopagati, totalmente privi di capitali e senza
altre possibilità di incrementare le produzioni, quasi unicamente cerealicole ed
estensive.
Le riforme, più volte promosse dai regimi politici al potere, non avevano
sortito nessun risultato positivo, dopo secoli di inerzia. Queste condizioni di
povertà e di arretratezza non potevano che indurre all'emigrazione non appena si
fossero presentate le occasioni favorevoli. Ed essa puntualmente si verificò sia
nei primi decenni del secolo, quando l'America divenne il sogno degli italiani,
sia nel secondo dopoguerra, quando nel Nord esplose il cosiddetto "miracolo
economico".
La scelta europea e i fattori di squilibrio
Un dato finanziario può ulteriormente chiarire gli enormi progressi compiuti
nella seconda metà del secolo dall'economia italiana. Negli anni Cinquanta, in
Italia il reddito per abitante era meno della metà di quello della Gran
Bretagna, un quarto di quello statunitense; oggi si aggira sui 19.000 dollari
per abitante, superando quello britannico, mentre la distanza con gli Stati
Uniti si è molto accorciata.
Ciò che appare straordinario nello sviluppo economico italiano è la sua
rapidità, paragonabile solo a quella della rivoluzione industriale, che mutò
radicalmente la vita della Gran Bretagna nella prima metà dell'Ottocento. Ciò
che rese possibile tale sviluppo, che viene generalmente definito, come si è
detto, "miracolo economico", fu il radicale cambiamento della politica economica
e produttiva, caratterizzato dal passaggio verso un'economia internazionalista,
imperniata sul libero scambio. Esso fu sostenuto dalla politica "atlantica"
seguita dall'Italia, assicurata dalla protezione esercitata sull'Europa
occidentale dagli Stati Uniti, dagli aiuti forniti con il piano Marshall, dalle
sollecitazioni economiche promosse dalla politica americana in competizione con
quella dei paesi del blocco comunista, soggetta al rigido controllo dello stato.
La politica delle alleanze con i paesi dell'Europa occidentale fu poi decisiva.
La prima tappa che segnò l'inserimento dell'Italia nel contesto
dell'economia europea fu, nel 1951, l'adesione alla CECA, la Comunità europea
del carbone e dell'acciaio, istituita a Parigi, che includeva la Repubblica
Federale di Germania, la Francia, il Belgio, i Paesi Bassi, il Lussemburgo. Alla
CECA seguì la nascita della molto più ambiziosa e importante Comunità economica
europea (CEE), siglata a Roma nel 1957; questa iniziale "Europa a sei" sarebbe
divenuta nel 1973 "a nove" con l'adesione di Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca,
a cui seguirono quelle della Grecia nel 1981, della Spagna e del Portogallo, e
poi quelle che portarono all'attuale Unione Europea con quindici stati membri.
Già con l'accordo della CECA l'Italia iniziò ad adottare come criterio
fondamentale del proprio sviluppo una industrializzazione intensiva,
avvantaggiando le aree già tecnicamente avanzate, le cosiddette "aree forti"
(fondamentalmente il triangolo Milano-Torino-Genova), con il parallelo crescente
potenziamento del settore delle importazioni e delle esportazioni.
Sullo sfondo rimaneva irrisolto il problema della globale armonizzazione
delle strutture produttive del paese nel suo complesso: col tempo, anzi, i
margini di differenza tra "aree forti" e "aree deboli", cioè il Meridione
continentale, la Sicilia e la Sardegna, segnati da ritardi sia economici sia
sociali (reddito per abitante, tasso di disoccupazione, scarsità di servizi e
altre infrastrutture, scuole, strutture sanitarie, dotazione di moderne
abitazioni ecc.), si sono ulteriormente accentuati.
Altro elemento di squilibrio nel globale sviluppo economico è stato il fatto
che l'agricoltura, con poche eccezioni, è rimasta pressoché abbandonata a se
stessa, rimanendo quindi fiorente nelle aree già ricche, ma arretrata in quelle
sottosviluppate; lo Stato ha destinato ben pochi investimenti a tale settore,
anche se ha proseguito alcune grandi opere di bonifica, realizzando una serie di
sbarramenti fluviali destinati all'irrigazione delle più promettenti zone del
Sud. Fu anche attuata, nel Sud, una riforma fondiaria, avviata nel 1950 con il
generale frazionamento del latifondo; ma in pratica si rivelò fallimentare.
Infatti la semplice distribuzione ai contadini dei microfondi (oltretutto di
troppo esigue dimensioni e inevitabilmente poco produttivi) non poteva certo
bastare, specialmente se associata alla tradizionale carenza di una mentalità
imprenditoriale, di capitali, di conoscenza delle più moderne e redditizie
tecniche agrarie, di infrastrutture ecc.
La rapida industrializzazione del paese, attuata quasi unicamente nel Nord,
sfruttò l'unica grande risorsa da sempre a disposizione dell'Italia:
l'abbondanza di manodopera fornita dalle masse contadine, del Sud soprattutto,
ma anche delle regioni più povere del Centro e anche del Nord, del Veneto
principalmente. Questo radicale cambiamento d'indirizzo produttivo, questo
passaggio quasi repentino dalla campagna alla fabbrica, con la migrazione di
milioni di ex contadini dal villaggio rurale alla città, determinò tra l'altro
profondissime ripercussioni sociali. Da un lato contribuì ad amalgamare
culturalmente il paese (basti solo pensare al rapidissimo crollo dell'uso dei
dialetti locali, sostituiti dalla diffusione dell'italiano), ma non sanò le
differenze economiche tra Settentrione e Meridione. Comunque proprio il basso
costo della manodopera interna, compensando ampiamente gli oneri derivanti dalla
necessità di importare tutte le materie prime, consentì la forte espansione
dell'economia, che ebbe i suoi primi supporti nella grande industria di base
(siderurgica, chimica, petrolchimica, metalmeccanica).
Gli elementi di debolezza del sistema produttivo
La dipendenza dall'estero per le materie prime è naturalmente un fattore di
fragilità in ogni sistema produttivo, ma purtroppo in Italia non è l'unico. La
mancanza (che tuttora permane) di un'organica programmazione industriale è un
elemento non meno dannoso: in effetti l'industrializzazione italiana fu
fondamentalmente legata al caso, alle iniziative di taluni imprenditori,
rilevandosi a volte altamente positiva, a volte fallimentare. Inoltre, come si è
visto, se da un lato si concentrò in quelle regioni del Nord già favorite dalle
infrastrutture, dall'altro lato si sviluppò su produzioni che oggi sono definite
a basso apporto di tecnologia: l'Italia è tuttora un paese che investe molto
poco nella cosiddetta "Ricerca e sviluppo".
Un altro aspetto singolare dell'economia italiana è il ruolo importante che,
accanto alla grande industria privata, continuava ad avere l'impresa pubblica.
L'IRI, in particolare, ha ampliato via via i suoi interessi in molteplici
settori, sia industriali sia dei servizi. In qualche caso ciò avvenne perché
l'ambito d'intervento era considerato di preminente interesse nazionale (ad
esempio la nazionalizzazione del settore elettrico), in altri perché lo stato si
proponeva di creare industrie e, insieme, una cultura industriale, proprio in
quelle aree del Mezzogiorno nelle quali era assente o troppo debole l'iniziativa
privata, mentre permaneva un mondo rurale spesso arcaico e "dimenticato".
Sin dal 1950 venne istituito un organismo finanziario statale apposito per
il Sud, la Cassa per il Mezzogiorno (più precisamente Cassa per le opere
straordinarie di pubblico interesse per il Mezzogiorno). L'ente, che costò al
paese decine e decine di migliaia di miliardi, diede all'atto pratico esiti
molto inferiori alle aspettative; la sua attività terminò senza rimpianti nel
1986.
Nell'intento di accorciare la storica distanza economica tra Settentrione e
Meridione furono individuate nel Sud le zone che dovevano svolgere una funzione
trainante della nuova economia, definite "poli di sviluppo", perché le industrie
realizzate dallo stato, tutte nei settori di base, avrebbero dovuto col tempo
far decollare l'economia dei territori circostanti. Si ricordano, tra le
realizzazioni più impegnative, il centro siderurgico di Taranto, il complesso
petrolchimico di Brindisi, il centro chimico di Ottana, nel cuore della Sardegna
pastorale, "cattedrale nel deserto", esemplarmente rimasta come simbolo del
clamoroso fallimento di questo genere d'interventi, grandiosi quanto estranei
alla realtà locale; e ancora il mai attuato centro siderurgico di Gioia Tauro,
dove fu sconvolta una delle poche fertili pianure della Calabria, con la
distruzione di ricchi agrumeti, e venne costruito un apposito porto, rimasto
sino a oggi inutilizzato.
Le crescenti sfide internazionali
I fattori di fragilità dell'economia italiana sono quindi evidenti e
dipendono sia da iniziali errori di gestione, che hanno finito per gravare, sul
lungo periodo, nella vita del paese, sia da carenze che attengono alla geografia
e alla storia. Essi vengono avvertiti in limitata misura, quando l'economia
mondiale nel suo complesso attraversa fasi d'espansione e le esportazioni
italiane, che riguardano perlopiù beni di consumo, trovano ampi spazi di
mercato. Ma quando l'economia mondiale entra in fase di crisi, solo le economie
forti, ben strutturate, riescono a superare le difficoltà, imponendo egualmente
sul mercato internazionale i propri prodotti, in quanto s'impegnano fortemente
nella produzione di beni ad alta tecnologia aggiunta, che altri paesi non sono
in grado di fornire. L'esempio più classico, in questo secondo caso, è oggi
offerto dal dominio degli Stati Uniti e del Giappone nell'informatica.
La prima seria crisi attraversata dall'economia mondiale si ebbe alla metà
degli anni Settanta, quando i paesi produttori e esportatori di petrolio (i
paesi dell'OPEC) all'improvviso rialzarono enormemente il prezzo del greggio sui
mercati mondiali. Tutte le industrie, che hanno nel petrolio la loro fonte
energetica principale, ebbero contraccolpi molto pesanti: si contrassero i
consumi e si giunse a vere e proprie recessioni.
La maggior parte dei paesi altamente industrializzati riuscì, anche se con
gravi costi sociali (licenziamenti, contenimento dei salari, diminuzione del
tenore di vita ecc.), attuando programmi di privatizzazione del settore pubblico
(che ha ceduto miniere, ferrovie, sistema energetico, servizi postali, flotta
commerciale aerea ecc.), a recuperare il proprio potenziale produttivo nel corso
degli anni Ottanta. L'Italia, al contrario, entrò in una crescente spirale
d'indebitamento. Raggiunse livelli di inflazione (perdita del potere d'acquisto
della moneta) che toccarono il 20% annuo.
La situazione monetaria divenne insostenibile. Il crollo della lira fu tale
che nel 1992 l'Italia fu costretta a uscire dal Sistema monetario europeo (SME),
l'ente che regola i rapporti di cambio tra le varie monete europee, di cui nel
1979 era stata tra i membri fondatori.
Tuttavia una politica economica di rigore, di risanamento del debito
pubblico e di privatizzazione si era definitivamente, anche se molto
tardivamente, imposta. Il 1° gennaio 1993 la Comunità economica europea si
trasformava nell'ancora più vincolante Unione Europea (UE), una sorta di fase
preparatoria a una vera e propria federazione, o confederazione, di stati, con
ampi poteri sovranazionali.
Tra gli obiettivi principali dell'UE si ricordano il coordinamento nei
settori della politica estera, della giustizia, della sanità, degli organismi di
polizia, dell'istruzione ecc., ma in ambito economico soprattutto l'adeguamento
ai "parametri di Maastricht", dal nome della città olandese in cui i paesi
dell'Unione Europea firmarono il relativo accordo. Questi parametri impongono ai
paesi membri l'obbligo di non oltrepassare talune percentuali del tasso
d'inflazione, di mantenere un determinato rapporto tra debito pubblico e reddito
prodotto, tutto ciò come condizione per consentire l'abolizione delle monete
nazionali e l'introduzione di un'unica moneta europea, l'Euro appunto, la cui
entrata in vigore è stata fissata al 1° gennaio 1999 (ma con facoltà per i paesi
più deboli di un "aggancio" entro due anni).
Il 1° maggio 1998, grazie a un'imponente manovra finanziaria messa a punto
dal governo Prodi, l'Italia è entrata con il "gruppo di testa" nell'Unione
monetaria europea.
Il dramma della disoccupazione
L'Europa deve comunque superare le proprie rivalità interne anche per
combattere un ormai comune nemico, la disoccupazione, drammaticamente alta in
tutti i grandi paesi, a cominciare dalla Germania. In Italia il tasso di
disoccupazione è già oltre il 12% della popolazione attiva, ma è un dato medio
che ripropone ancora una volta la spaccatura del paese tra il Nord (dove la
disoccupazione è meno della metà, e in certe zone pressoché assente) e il Sud,
dove supera il 21%, e giunge - ad esempio in Campania - persino al 50% tra i
giovani.
La disoccupazione è purtroppo ormai un fenomeno europeo, per non dire
mondiale, perché in sempre più numerosi paesi la meccanizzazione e
l'automatizzazione degli impianti e dei processi lavorativi e l'impiego ormai
universale dei computer in ogni settore produttivo sostituiscono brillantemente
in moltissime attività il lavoro dell'uomo, con un'"invasione" dell'informatica
destinata a estendersi.
Mentre in passato paesi a economia debole, come l'Italia, potevano trovare
una pur dolorosa soluzione al problema dell'eccessiva manodopera priva di lavoro
nell'emigrazione verso aree ricche e in continua espansione, soprattutto verso
gli Stati Uniti, nel secolo scorso e sino agli anni Venti di questo secolo, e
verso la Germania e altri paesi già altamente industrializzati, oggi per tutti i
paesi industrializzati le capacità di assorbire lavoratori stranieri sembrano
esaurite.
La globalizzazione del mercato
In ambito internazionale è infatti richiesta una crescente capacità
competitiva, perché per effetto della cosiddetta "globalizzazione del mercato"
il mondo si è fatto più piccolo. La rete dei computer - la telematica -
trasmette incessantemente e ovunque informazioni economiche, le industrie, le
produzioni e i flussi monetari si spostano velocemente dov'è più conveniente
fare affari, gli acquirenti si rivolgono altrettanto immediatamente ai mercati a
minor costo.
Ormai le sfide internazionali (non solo all'Italia, ma all'Europa e ai paesi
più avanzati nel loro complesso, inclusi gli stessi Stati Uniti e il Giappone)
provengono soprattutto da numerosi stati dell'Asia, come la Corea del Sud,
Singapore, Taiwan, l'Indonesia, la Thailandia, la Cina ecc., nonché, in
crescente misura, dell'America centromeridionale.
Quasi tutti i paesi asiatici e latinoamericani, in minor misura quelli
africani, sono oggi in grado di offrire sul mercato internazionale manufatti di
semplice fabbricazione a prezzi assai bassi, dati i costi estremamente contenuti
della manodopera. A detta degli economisti, tutti i paesi che, come l'Italia,
hanno costi di lavoro più elevati, possono riuscire competitivi solo
razionalizzando al massimo le tecniche produttive, e soprattutto incentivando le
produzioni ad alta tecnologia aggiunta e i servizi detti "superiori" (il
terziario avanzato): l'informatica, la ricerca scientifica, la cultura, le
consulenze, l'attività bancaria e finanziaria ecc.
Sono purtroppo tutti ambiti nei quali l'Italia registra in genere gravi
ritardi. La politica industriale è stata perlopiù impostata sul cosiddetto
"segmento produttivo medio" ed è poco sostenuta da un adeguato sistema di
finanziamenti. Quanto agli ambiti basilari del terziario, i trasporti e le vie
di comunicazione sono spesso poco efficienti, mentre il settore di vendita è
polverizzato in un numero eccessivo di esercizi commerciali. È altresì carente
l'integrazione tra i vari settori produttivi ai fini di una maggiore
razionalità. Tuttavia, già si registrano interessanti casi di sistemi
agroalimentari integrati (connessioni tra agricoltura e industria alimentare),
cioè la tendenza di alcuni gruppi industriali a entrare nel campo diretto della
distribuzione commerciale, oppure crescenti collegamenti tra industrie e centri
che offrono una vasta gamma di servizi: di tipo amministrativo, contabile,
fiscale e di varia consulenza.
I grandi settori produttivi
Principali caratteristiche dell'attività agricola
Il settore agricolo rappresenta ormai una componente modesta nell'economia
italiana, sia come percentuale del PIL (prodotto interno lordo), che non
raggiunge il 4% del totale nazionale, sia come numero di addetti, pari all'8%
della forza lavoro; nel 1951, con produzioni complessivamente molto inferiori,
ne occupava il 42%. Tuttavia, se si esaminano i dati regione per regione, si
passa dal 2,5% di attivi nell'agricoltura della Lombardia al 4% del Lazio e al
19% di addetti del Molise, della Puglia e della Basilicata.
Più che qualsiasi altro settore produttivo, quello agricolo risente in modo
più pesante della mancanza storica di una politica di sviluppo, di adeguati
capitali, di una razionale programmazione. Gli interventi pubblici, che pure
negli ultimi decenni non sono mancati, sono stati contrassegnati perlopiù da
manovre abbastanza occasionali di tipo assistenzialistico, piuttosto che da
globali e organiche politiche economiche di miglioramento strutturale. Oggi poi
l'Unione Europea impone sempre più i suoi condizionamenti che, in moltissimi
casi, penalizzano l'agricoltura con limitazioni produttive riguardanti certi
settori, pur offrendo assistenza e aiuti in altri.
Si deve anche aggiungere che le aziende agricole italiane sono in
maggioranza di dimensioni troppo limitate (anche in seguito agli eccessivi
frazionamenti dei latifondi) per essere utilizzabili al meglio: il 90% non
supera i 10 ettari di superficie. È in atto tuttavia una certa crescita delle
superfici dei fondi agricoli, che tendono ad accorparsi; le aziende vanno quindi
diminuendo di numero, ma sono pur sempre sui 3 milioni, registrando un processo
di razionalizzazione della superficie agraria ancora molto debole, soprattutto
nel Sud. Negli ultimi venticinque anni il numero delle aziende è diminuito del
10% in media nel Nord (con un massimo di circa il 20% nel Piemonte), ma nemmeno
del 5% nel Meridione.
Inoltre, a differenza di altri paesi europei e degli Stati Uniti, è ancora
scarsa l'integrazione delle attività agricole sia con le industrie di
trasformazione sia con le reti di vendita; in altre parole, l'agricoltura è
troppo spesso di immediato consumo o di limitati scambi locali, invece che
entrare nei grandi e più redditizi circuiti commerciali. Le più significative
eccezioni si registrano soprattutto in Lombardia, nell'Emilia-Romagna e nel
Veneto.
Quanto alle forme di gestione, prevale in modo schiacciante, con oltre il
95%, la conduzione diretta da parte dei piccoli o medi proprietari. Come si è
detto, la mezzadria è stata abolita per legge nel 1964 (dal 1971 i mezzadri
ancora in attività sono soggetti a normali contratti d'affitto dei fondi); anche
la percentuale dei salariati è in forte regresso. In Campania e in altre zone
del Sud opera però un bracciantato stagionale, soprattutto all'epoca della
raccolta dei pomodori, che è ormai quasi esclusivamente costituito da immigrati
extracomunitari (cioè non appartenenti all'Unione Europea), perlopiù africani.
La formazione di grandi aziende, con forte impiego di capitali e tecnici
agrari, altamente meccanizzata, con coltivazioni ben razionalizzate e quindi
fortemente produttive, è molto lenta.
Nel suo complesso l'agricoltura italiana, pur ricca in certi settori, non è
in grado di soddisfare le richieste interne. In consistente misura le
importazioni italiane riguardano infatti generi alimentari, soprattutto carni,
prodotti lattiero-caseari (burro, formaggi) e cereali. |
COSE DA LEGGERE
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QUALCHE MINUTO SU QUELLO CHE C'E' SCRITTO QUI SOTTO...
Mamma, sono uscita con amici.
Sono andata ad una festa e mi sono ricordata quello che mi avevi detto: di non
bere alcolici. Mi hai chiesto di non bere visto che dovevo guidare, cosi ho
bevuto una Sprite. Mi sono sentita orgogliosa di me stessa, anche per aver
ascoltato il modo in cui, dolcemente, mi hai suggerito di non bere se dovevo
guidare, al contrario di quello che mi dicono alcuni amici. Ho fatto una scelta
sana ed il tuo consiglio è stato giusto. Quando la festa e finita, la gente ha
iniziato a guidare senza essere in condizioni di farlo. Io ho preso la mia
macchina con la certezza che ero sobria. Non potevo immaginare, mamma, ciò che
mi aspettava... Qualcosa di inaspettato! Ora sono qui sdraiata sull'asfalto e
sento un poliziotto che dice: "Il ragazzo che ha provocato l'incidente era
ubriaco". Mamma, la sua voce sembra così lontana... Il mio sangue è sparso
dappertutto e sto cercando, con tutte le mie forze, di non piangere. Posso
sentire i medici che dicono: "Questa ragazza non ce la farà". Sono certa che il
ragazzo alla guida dell'altra macchina non se lo immaginava neanche, mentre
andava a tutta velocità. Alla fine lui ha deciso di bere ed io adesso devo
morire... Perchè le persone fanno tutto questo, mamma? Sapendo che
distruggeranno delle vite? Il dolore è come se mi pugnalasse con un centinaio di
coltelli contemporaneamente. Dì a mia sorella di non spaventarsi, mamma, di a
papà di essere forte. Qualcuno doveva dire a quel ragazzo che non si deve bere e
guidare... Forse, se i suoi glielo avessero detto, io adesso sarei viva... La
mia respirazione si fa sempre più debole e incomincio ad avere veramente
paura... Questi sono i miei ultimi momenti, e mi sento così disperata... Mi
piacerebbe poterti abbracciare mamma, mentre sono sdraiata, qui, morente. Mi
piacerebbe dirti che ti voglio bene per questo... Ti voglio bene e.... addio.
Queste parole sono state scritte da un giornalista che era presente
all'incidente. La ragazza, mentre moriva, sussurrava queste parole ed il
giornalista scriveva... scioccato. Questo giornalista ha iniziato una campagna
contro la guida in stato di ebbrezza. Altri hanno seguito il suo esempio. Chi
scrive lo sta facendo adesso. Anche tu puoi contribuire a diffondere questo messaggio.
Se non lo farai, non importa, ma potresti perdere l'opportunità, anche se non bevi, di far capire
a molte persone che la tua stessa vita è in pericolo. Questo è un piccolo gesto può
fare una grande differenza. Non ti costa nulla:
Invia questa
pagina a qualche amico. Grazie.
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