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 ITALIA

Italia Stato dell'Europa meridionale, nato nel 1861 e dal 1946 politicamente istituito in repubblica parlamentare. La denominazione ufficiale è Repubblica Italiana; la capitale è Roma. Nei confini politici sono inclusi, a formare delle enclave, due piccoli stati indipendenti: lo stato della Città del Vaticano e la Repubblica di San Marino; Campione d'Italia è un'enclave italiana in territorio svizzero, amministrativamente in provincia di Como.

Territorio

Il territorio italiano consta di due sezioni morfologicamente ben differenziate: una parte continentale a nord, che confina con la Francia, la Svizzera, l'Austria e la Slovenia (i confini corrispondono in massima parte alla linea spartiacque delle Alpi), e una parte peninsulare, protesa nel mare Mediterraneo, sin quasi alle coste dell'Africa che, nel punto più vicino, distano appena 150 km. La sezione peninsulare, che è interamente percorsa dalla catena degli Appennini, si affaccia a ovest sul mar Ligure e sul mar Tirreno, a est sul mare Adriatico, a sud e sud-est sul mar Ionio. Complessivamente i confini terrestri si sviluppano per 1800 km, quelli costieri per circa 7500 km: ciò dà la misura della marittimità dell'Italia. Nel territorio nazionale rientra anche una vasta parte insulare, che comprende la Sicilia e la Sardegna, oltre che isole e arcipelaghi minori come l'Elba, le isole Partenopee, le Egadi, le Eolie, le Tremiti e le Pelagie.

Il paese ha uno sviluppo in lunghezza di 1300 km, dal punto più settentrionale, la Testa Gemella Occidentale nelle Alpi Aurine (47°5' di latitudine nord), a quello più meridionale, la punta Pesce Spada nell'isola di Lampedusa, nell'arcipelago delle Pelagie (35°29'); la larghezza massima è di circa 600 km, nella sezione continentale, mentre in quella peninsulare varia mediamente dai 140 ai 240 km. I punti estremi da ovest a est sono rispettivamente il monte Chardonnet (6°37' di longitudine est), al confine con la Francia, e il capo d'Otranto (18°31').
La superficie complessiva è di 301.323 km2; la popolazione è consistente, toccando i 57.380.894 abitanti, con una densità di 190 abitanti per km2, un valore molto alto, quasi il triplo della media del continente (68 abitanti per km2).
La consapevolezza di una precisa identità geografica della penisola italiana è molto antica; essa risale ai greci che la chiamarono Espería, ovvero "Terra dell'Occidente", per la sua posizione rispetto alla Grecia. Col tempo a questo nome si sovrappose quello attuale di "Italia" (forse dal latino vitulus, cioè "vitello"), termine che in origine riguardava peraltro solo la Calabria (o, al massimo, le regioni meridionali, quelle meglio conosciute dai greci) e indicava una "terra che ha dei vitelli" o, più probabilmente, una "terra in cui si adorano i vitelli". Con l'espansione di Roma il nome si estese a tutto il territorio italiano.

Morfologia

L'aspetto più evidente della morfologia d'Italia è il fatto che più di tre quarti della superficie territoriale sono occupati da montagne (35,2%) e da colline (41,6%); l'Italia è quindi povera di pianure, che perlopiù sono di limitata estensione, se si esclude la Pianura Padana. Dal punto di vista geologico, l'Italia è un paese "giovane": i due citati sistemi montuosi che ne formano l'ossatura, cioè le Alpi e gli Appennini, si sono originati infatti nell'era Terziaria, o Cenozoica, e solo di recente, nel Quaternario, si sono avuti molti degli episodi che hanno determinato le attuali forme del territorio. Manifestazioni vulcaniche ancora attive (a cominciare dall'Etna, in Sicilia) e frequenti, spesso disastrosi, terremoti sono tutte prove di un'attività geologica che continua tuttora in modi relativamente intensi.
Le Alpi circondano interamente a nord l'Italia; al nostro paese appartiene il versante meridionale, interno e più ripido, del sistema montuoso, che convenzionalmente inizia a ovest al colle di Cadibona (435 m), in Liguria, e termina al colle di Vrata (879 m), al confine con la Slovenia. Nelle Alpi centroccidentali, che in Italia interessano il Piemonte, la Valle d'Aosta e in parte la Lombardia, sono situate le montagne più alte d'Europa, con una decina di vette che superano i 4000 m e che culminano nei 4810 m del Monte Bianco.
Una serie di rilievi meno imponenti, diversi anche per composizione delle rocce, prevalentemente di origine sedimentaria, si sviluppa quasi parallela alla parte più interna ed elevata della catena, formata in prevalenza di rocce cristalline: sono le Prealpi, che si antepongono nelle sezioni centrale e orientale delle Alpi, dalla Lombardia sino al Friuli-Venezia Giulia e che sono assenti invece nel Piemonte. In generale, l'area alpina è quindi aspra ed elevata nel suo arco occidentale, dove, per la mancanza della fascia delle Prealpi, la linea di spartiacque è più vicina alla Pianura Padana, mentre diviene man mano più ampia e distesa nella parte orientale.

Dal colle di Cadibona, dove si saldano con le Alpi, hanno inizio gli Appennini, che formano l'ossatura della penisola, sino all'estrema punta della Calabria; sono considerati una prosecuzione degli Appennini anche i rilievi che orlano la Sicilia settentrionale (monti Peloritani, Nebrodi, Madonie), al di là del braccio di mare dello stretto di Messina. Meno elevati delle Alpi, gli Appennini non toccano in alcun punto i 3000 m, culminando nei 2912 m del Gran Sasso d'Italia, in Abruzzo. Solo in Sicilia, e precisamente con l'Etna, si ritrova una montagna che supera nuovamente i 3000 m (3323 m).
Ai due lati degli Appennini, ma con maggior evidenza e imponenza sul versante rivolto al mar Tirreno, dalla Toscana alla Campania, si hanno due orlature montuose, che nel loro insieme, molto vario e frammentato, formano l'Antiappennino.
Sono infine estranei a tali sistemi montuosi sia i rilievi della Sicilia centrale e meridionale (monti Erei, monti Iblei) sia quelli della Sardegna, dove si susseguono altipiani e massicci di origine antichissima, risalenti a circa 300 milioni di anni fa, resti di una orografia scomparsa, tra cui i rilievi dell'Iglesiente e, soprattutto, il massiccio del Gennargentu, dove si tocca la massima elevazione dell'isola (1834 m).
Come tutti i territori geologicamente giovani, anche quello italiano è soggetto a processi di assestamento le cui principali manifestazioni sono rappresentate da movimenti della crosta terrestre (terremoti o sismi) e, in minore misura, dal vulcanismo. Particolarmente interessate dall'attività sismica sono sia l'Italia nordorientale (si ricorda il disastroso terremoto del 1976 che colpì il Friuli) sia l'Italia centrale e meridionale, dalle Marche alla Campania (terremoto dell'Irpinia del 1980), alla Basilicata, alla Calabria e alla Sicilia (terremoto della valle del Belice del 1968 e, risalendo al 1908, il più disastroso terremoto di Messina, che causò 60.000 morti). Quanto all'attività vulcanica, la sua manifestazione più imponente è rappresentata dall'Etna, che è il maggior vulcano attivo d'Europa; altri vulcani attivi si trovano in due isole delle Eolie, e precisamente a Stromboli e a Vulcano. Infine il Vesuvio, alle spalle di Napoli, oggi è in fase di quiescenza dopo l'ultima eruzione del 1944, ma è l'unico vulcano attivo dell'Europa continentale.
Rischi ancora più gravi al territorio derivano però dalla natura delle sue formazioni rocciose, spesso intaccate dalle frane e dagli smottamenti, facilmente soggette cioè ai dissesti idrogeologici, che si hanno allorquando le acque di precipitazione disgregano i suoli, attivando movimenti franosi sui pendii con la formazione di incisioni e calanchi, elemento caratteristico della morfologia peninsulare. Nelle rocce calcaree, molto diffuse nei rilievi prealpini e appenninici, l'acqua provoca invece, per alterazione chimica dei loro minerali, l'erosione carsica.
Le catastrofi naturali inoltre sono spesso state aggravate, e continuano a esserlo, dagli interventi antropici: sul territorio italiano "pesa" infatti un'elevata densità di popolazione e un forte carico di attività umane. Ciò si esprime, ad esempio, nella riduzione eccessiva delle superfici coperte da boschi, grave soprattutto sui versanti montani e collinari, nella manomissione delle pendici franose, o comunque fragili, per costruirvi abitazioni o strade, nella eccessiva cementificazione del territorio, che impedisce alle acque piovane la naturale infiltrazione nel sottosuolo, facilitando all'epoca delle piogge gli ingrossamenti improvvisi e le conseguenti alluvioni dei fiumi, con esiti spesso disastrosi (come il Po nel 1951; vedi Polesine) in un paese così densamente abitato.
Le pianure si estendono complessivamente per circa 66.000 km2; di questi ben 46.000 spettano alla Pianura Padana, una vasta area triangolare affacciata al mare Adriatico e racchiusa tra le Alpi e gli Appennini, essenzialmente formata dai materiali detritici trasportati a valle da numerosi corsi d'acqua. La Pianura Padana è solcata dal Po (da cui appunto trae nome), tributario del mare Adriatico, e dai suoi affluenti, ma anche da altri importanti corsi d'acqua che sfociano direttamente in mare, tra cui l'Adige, il Piave e il Reno.
In alcune vallate degli Appennini e soprattutto lungo le coste, in corrispondenza delle foci fluviali, si hanno altre pianure, ma sono frammentate e di superficie assai modesta. Sono quasi tutte di origine alluvionale, come la Pianura Padana; ma molte di esse in origine erano acquitrinose e malariche e hanno dovuto essere bonificate.
Tra le pianure della sezione peninsulare si ricordano in Toscana il Valdarno, cioè la pianura formata dal fiume Arno nel suo tratto inferiore, e la Maremma (una pianura costiera che si estende in parte anche nel contiguo Lazio); nel Lazio l'Agro Pontino (che non a caso, sino al suo risanamento, veniva denominato Paludi Pontine); in Basilicata la piana di Metaponto; in Calabria la piana di Gioia; in Sicilia la pianura attorno a Catania e in Sardegna il Campidano.
La più vasta pianura italiana dopo la Pianura Padana, cioè il Tavoliere, è situata in Puglia, si estende per 3000 km2 e deriva da un progressivo sollevamento dei fondali marini, successivamente ricoperti da strati alluvionali. Infine si hanno pianure di origine vulcanica, formatesi per accumulo di ceneri e altro materiale eruttivo: sono terreni molto fertili, dei quali l'esempio più rilevante è la pianura attorno a Napoli. 

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Il paesaggio delle coste

Le coste del territorio italiano alternano tratti alti e rocciosi a tratti sabbiosi e pianeggianti, ma sono presenti tutti i generi di morfologie costiere, dalle lagune alle insenature profonde e dirupate, dalle alte falesie alle dune, dalle spiagge sabbiose a quelle ghiaiose ecc. Un dato generale che riguarda la maggior parte dei litorali d'Italia è il progressivo innalzamento del livello marino; fanno eccezione il delta del Po, che anzi avanza nel mare di circa 10 m all'anno, e in linea di massima tutta la costa adriatica che orla la Pianura Padana.
Le coste rocciose e frastagliate sono tipiche delle zone in cui i rilievi giungono in prossimità del mare, con dorsali perpendicolari alla linea di costa; non mancano in tal caso le insenature e i porti naturali, mentre piccole e ghiaiose sono le spiagge interposte. Questo genere di coste è proprio della Riviera Ligure, della Sicilia nordorientale, innervata nell'Appennino siculo, e di gran parte della Calabria. Si hanno invece coste alte ma rettilinee nelle Marche, nell'Abruzzo e in alcuni tratti della Sardegna: in questi casi i litorali costituiscono l'orlatura di altipiani che strapiombano sul mare.
Un tipo particolare di costa rocciosa della Sardegna, detta costa a rías, si ha invece in Gallura: il litorale è intagliato da strette e profonde insenature, che erano in origine valli fluviali in seguito sommerse dal mare.
Coste basse e sabbiose si hanno sull'Adriatico in parte dell'Emilia-Romagna e in Puglia, sul Tirreno in Toscana e nel Lazio. Le coste toscane e laziali presentano inoltre per lunghi tratti estesi cordoni sabbiosi, che spesso racchiudono al loro interno paludi, acquitrini, laghi costieri, oggi quasi interamente prosciugati. A volte i detriti trascinati a valle dai fiumi hanno finito, nel corso dei millenni, col saldare alla terraferma alcune isole vicine, che oggi formano promontori: tale ad esempio è l'origine del promontorio dell'Argentario e di quello del Circeo.
Dell'Adriatico nordoccidentale sono tipiche, infine, le coste basse e lagunose; la più estesa e nota è la laguna di Venezia, ma un'altra, meno vasta, la laguna di Marano, è situata nel golfo di Trieste. Un tempo tutto il litorale dell'alto Adriatico, da Trieste sino a Ravenna, era costellato da lagune, paludi e acquitrini; anche Ravenna era una città lagunare. Molte di queste lagune si sono interrate naturalmente, per il continuo apporto detritico dei fiumi (la stessa laguna veneta è vissuta sotto questa minaccia); sono stati invece appositamente prosciugati, per renderli adatti alle colture, vasti tratti del delta del Po. L'ultima delle aree anfibie che si estendevano lungo l'Adriatico, ormai pressoché interamente prosciugate, è rappresentata dalle valli di Comacchio, in Emilia-Romagna.
Naturalmente la conformazione dei litorali e l'organizzazione territoriale dell'entroterra hanno una funzione determinante sulla localizzazione dei porti. La Liguria è la regione meglio dotata e quella che ha maggiormente potenziato i propri scali portuali; su di essi gravitano i traffici commerciali della Pianura Padana, l'area economicamente più ricca e dinamica del paese. Oltre a Genova, tradizionalmente primo porto d'Italia per tonnellaggio di merci imbarcate e sbarcate (tuttavia in declino rispetto al passato, quando contendeva al porto francese di Marsiglia il primato nel Mediterraneo), la Liguria può contare sui porti di Savona (con l'annesso scalo di Vado Ligure) e di La Spezia, uno dei migliori porti naturali d'Italia.
Al contrario, le coste basse e sabbiose della Toscana e del Lazio, soggette inoltre a fenomeni di interramento, non sono mai state favorevoli agli insediamenti portuali; il porto di maggior movimento, quello di Livorno, fu creato artificialmente nel XVI secolo per sostituire quello di Pisa che, sino al Quattrocento, aveva rappresentato il principale sbocco marittimo della Toscana, successivamente interrato dalla progressiva avanzata del delta del fiume Arno.
In effetti sul mar Tirreno l'unico porto naturale veramente favorito è quello di Napoli, situato in una profonda e ben riparata insenatura. Non ha mai avuto un ruolo di primo piano da un punto di vista commerciale per la mancanza di un entroterra economicamente ricco e industrializzato; grazie al fiorente turismo della regione è però nettamente il primo d'Italia per numero di passeggeri e di imbarcazioni di piccolo cabotaggio.
In ottima posizione al centro del golfo omonimo, Trieste è stata in passato il maggior porto dell'Adriatico; più a sud, invece, le coste lagunose e basse del Veneto e dell'Emilia-Romagna impediscono le formazione di scali naturali: i due porti più attivi, quello di Venezia e di Ravenna, sono infatti artificiali.
Uno dei migliori porti naturali d'Italia è quello di Taranto, situato in una rada molto profonda e protetta del mar Ionio, posizione che lo ha fatto scegliere come base della Marina militare. Quanto alle grandi isole, la Sicilia ha alcuni porti naturali, ma oggi i più importanti sono artificiali. Meglio dotata è la Sardegna, con le sue coste frequentemente alte e frastagliate.
Idrografia 
A causa della sua particolare conformazione peninsulare, il territorio italiano manca di bacini idrografici di vasta estensione, come quelli presenti ad esempio in Francia o in Germania. Con la sola eccezione del Po, che scorre nella sezione settentrionale del paese, tutti gli altri fiumi sono piuttosto brevi, hanno bacini modesti e sono in genere poveri di acque. Vi è comunque una generale e profonda differenza tra i fiumi dell'Italia settentrionale e quelli dell'Italia centrale e meridionale.
I principali fiumi dell'Italia settentrionale discendono dalle Alpi; hanno un regime abbastanza stabile nel corso dell'anno e portate piuttosto abbondanti. Infatti in autunno e in primavera sono alimentati dalle piogge, che sono copiose sull'intera regione, mentre d'estate l'apporto di acque deriva in buona parte dallo scioglimento dei ghiacciai. Per contro, l'inverno è il periodo di minore portata.
I fiumi del resto d'Italia nascono dagli Appennini, privi di ghiacciai, e hanno corso breve e bacini limitati, data la conformazione della penisola. Il loro regime è di tipo torrentizio; la loro portata è molto irregolare, perché dipende solo dalle precipitazioni. Alternano quindi periodi di piena, non di rado con rovinose inondazioni all'epoca delle piogge, che in linea di massima cadono in primavera e in autunno, a periodi di magra estiva molto accentuata, che può giungere sino al totale prosciugamento degli alvei fluviali.
I corsi d'acqua di Sicilia e Sardegna hanno caratteristiche analoghe ai fiumi appenninici, di cui in genere accentuano i caratteri: corsi brevi, bacini ridotti, portate esigue, regimi irregolari. Proprie poi della Calabria sono le cosiddette "fiumare", dalla forte pendenza, dal letto largo e ciottoloso, soggetto a improvvise piene in occasione delle piogge e alla totale mancanza d'acqua per il resto dell'anno.
Tra i fiumi alpini che, eccetto alcuni brevi corsi d'acqua liguri, tributano tutti al mare Adriatico, il principale è il Po (652 km di lunghezza, 74.970 km2 di bacino idrografico), con i suoi molti affluenti; quelli di sinistra, che scendono dalle Alpi (i più lunghi, di 250-300 km, sono l'Adda, l'Oglio e il Ticino), hanno portate maggiori e più regolari; quelli di destra, appenninici (principale è il Tanaro, che è l'affluente del Po con il più ampio bacino idrografico: 8324 km2), hanno invece un regime irregolare, tipico di tutti i fiumi che hanno origine sugli Appennini, e in genere minori portate.
Il secondo grande fiume alpino, che è anche il secondo fiume italiano per lunghezza (410 km) è l'Adige, che sfocia a breve distanza dal Po, di cui un tempo era un affluente. Piave, Tagliamento, Brenta e Isonzo sono gli altri principali fiumi alpini, alimentati dalla sezione orientale della catena. I fiumi appenninici terminano in parte nel mar Adriatico e in parte nel mar Tirreno.
I tributari dell'Adriatico sono abbastanza numerosi ma, data la vicinanza al mare della linea di spartiacque, hanno un corso particolarmente breve; i principali sono il Reno (211 km di lunghezza; 4626 km2 di bacino), che scorre nell'Emilia-Romagna, l'Aterno-Pescara (145 km; 3188 km2) e l'Ofanto (134 km; 2764 km2), che rispettivamente interessano l'Abruzzo e la Puglia.
I fiumi del versante tirrenico hanno uno sviluppo più complesso a causa della maggiore distanza della catena appenninica dalla costa. Primeggia nettamente il Tevere, terzo fiume italiano per lunghezza (405 km) e secondo per superficie di bacino idrografico (17.169 km2), che scorre in Umbria e nel Lazio; seguono, ma ampiamente distaccati, l'Arno, fiume toscano per eccellenza, il Volturno e il Garigliano.
I fiumi più meridionali della penisola sono tributari del mar Ionio. I principali sono il Bradano e il Basento, che sfociano a breve distanza l'uno dall'altro nel golfo di Taranto, entrambi con un corso inferiore ai 150 km. Tra i fiumi delle isole, il più importante è il Tirso, che solca buona parte della Sardegna.
L'Italia ha numerosi laghi (se ne contano più di mille, in maggioranza piccoli laghi alpini), che hanno diversa origine e quindi differenti caratteristiche. Dei molti laghi alpini, che in genere occupano piccole conche tra le rocce, scavate dai ghiacciai (i cosiddetti laghi di circo), si ricordano quelli di Braies e di Carezza, entrambi nel Trentino-Alto Adige.
I tre più estesi laghi italiani, cioè il lago di Garda (370 km2), il lago Maggiore e il lago di Como, sono invece situati nella fascia delle Prealpi. Questi e gli altri minori laghi prealpini (tra i quali il lago di Lugano, il lago d'Orta e il lago d'Iseo) occupano la parte terminale dei bacini vallivi che si aprono verso la Pianura Padana. La loro origine si deve agli sbarramenti morenici formati dai ghiacciai che, nel Pleistocene, scendevano dalle Alpi; da ciò deriva la loro forma allungata e stretta, nonché la loro relativa profondità (il lago di Como è profondo 410 m, il Garda 346 m).
Gli altri principali laghi d'Italia sono situati nella sezione peninsulare. Numerosi sono quelli di origine vulcanica, che occupano antichi crateri di vulcani spenti; essi hanno alcune caratteristiche comuni, quali la forma circolare, la profondità spesso notevole e il livello incostante, dipendente soltanto dal regime delle precipitazioni. Quasi tutti i laghi vulcanici sono situati nel Lazio: i principali sono il lago di Bolsena, di ben 114,5 km2, quinto d'Italia per superficie, quindi il lago di Vico e il lago d'Albano.
In Umbria è situato invece il quarto lago d'Italia, che ha un'origine ancora diversa, il lago Trasimeno (128 km2). Esso occupa una vasta conca in origine percorsa da acque fluviali libere, che vi sono poi rimaste arginate per un naturale processo di sbarramento dovuto alla sedimentazione dei depositi alluvionali degli stessi fiumi.
Infine tra i più estesi laghi d'Italia va ricordato il lago di Varano, in Puglia, che misura ben 60,5 km2: è un tipico "lago costiero", formatosi cioè presso la costa a causa del progressivo accumulo di cordoni sabbiosi che tengono separati gli specchi d'acqua dal mare aperto. 
Le principali regioni climatiche 
Compresa nella zona temperata, protetta a nord dalla catena alpina, con un ampio sviluppo costiero, sul quale il mare fa sentire i suoi effetti mitigatori, l'Italia ha un clima in prevalenza di tipo mediterraneo. In generale gli inverni possono essere freddi, ma senza eccessivi rigori, così come le estati sono calde, ma non torride; le precipitazioni mediamente non sono abbondanti.
Tuttavia montagne e colline, che occupano tanta parte del territorio, fanno sì che anche l'altimetria sia un importante fattore climatico, mentre la marcata lunghezza da nord a sud del paese accentua, con il procedere verso Mezzogiorno, i caratteri propriamente mediterranei, cioè l'aridità e la mitezza del clima. Si passa quindi dal clima temperato freddo della zona alpina più elevata a quello di tipo subtropicale delle coste più meridionali, con diversi passaggi intermedi. Generalmente però si possono distinguere quattro principali aree climatiche: quella alpina, quella padana, quella appenninica e infine quella marittima, litoranea, della penisola e delle isole.
Il clima alpino, che si ritrova al di sopra dei 1000-1500 m di quota, e quindi interessa anche l'area propriamente prealpina, è caratterizzato da inverni lunghi e freddi, con temperature medie al di sotto di 0 °C (le più fredde sono le Alpi orientali, dove anche nelle vallate si possono avere minime di -20 °C), e da precipitazioni nevose; le estati sono brevi e fresche, con temperature medie sui 15 °C. Le precipitazioni sono abbondanti, passando da una media di oltre 1000 mm annui sino a massime di 3000 mm sulle Prealpi del Veneto e del Friuli-Venezia Giulia; sono più copiose in autunno e in primavera, diminuendo in inverno, mentre d'estate sono frequenti i temporali.
Il clima padano, che interessa, oltre alla Pianura Padana, le zone collinari circostanti (Brianza, Langhe, Monferrato ecc.), ha caratteri più accentuati di semicontinentalità: gli inverni sono freddi, di poco superiori in media agli 0 °C, le estati calde, con temperature superiori ai 20 °C, spesso afose nelle pianure ma ben ventilate nelle aree collinari. Le precipitazioni, relativamente abbondanti, sugli 800-1000 mm annui, sono distribuite più o meno regolarmente lungo tutto il corso dell'anno, con un'accentuazione in autunno e un massimo in primavera; d'inverno sono frequenti nebbie e nevicate. Nelle zone attorno ai grandi laghi prealpini, si hanno condizioni molto più miti, quasi mediterranee, per l'influsso esercitato dalle masse d'acqua dei bacini lacustri (si parla a tal proposito di clima insubrico).
Il clima appenninico è proprio degli Appennini, nonché degli altipiani e delle conche interposte; è di tipo semicontinentale, con forti differenze tra estati calde e inverni freddi; le precipitazioni sono abbondanti sul versante volto al Tirreno, perché è raggiunto dalle masse d'aria umide di provenienza atlantica. D'inverno nelle zone più elevate e interne - particolarmente nell'Abruzzo e nel Molise - sono frequenti e copiose le precipitazioni nevose.
Anche il clima globalmente definito litoraneo presenta rilevanti differenze. Sull'Adriatico, che è meno ampio e profondo del Tirreno (o Tirreno-Ligure), e quindi esercita una minore azione mitigatrice, a parità di latitudine, gli inverni sono più freddi, le estati più calde e anche afose, le precipitazioni più scarse di quanto si verifica sui litorali tirrenici e liguri. Inoltre sull'Adriatico settentrionale, alle cui spalle la catena delle Alpi è ormai relativamente bassa e quindi offre una scarsa protezione nei confronti della massa d'aria fredda, d'inverno giungono con facilità i venti di nord-est, come la bora di Trieste, le cui raffiche possono toccare i 150 km all'ora. Per contro, sull'Adriatico meridionale (in Puglia, soprattutto) si accentuano la siccità, in talune zone con precipitazioni anche inferiori ai 500 mm annui, e le temperature estive, con massime persino superiori ai 40 °C.
In Calabria e nelle grandi isole (Sicilia, Sardegna) sono più evidenti i caratteri di mediterraneità; gli inverni sono tiepidi e piovosi sulle coste (ma spesso freddi nell'interno montuoso), le estati sono caratterizzate da elevate temperature e prolungate siccità. 
La flora, la fauna e le trasformazioni dell'ambiente naturale 
L'ambiente naturale ha subito in Italia trasformazioni assai profonde, a causa dell'antica presenza dell'uomo nel territorio, del forte popolamento e dell'intensa attività economica. Gran parte dei boschi che un tempo ricoprivano quasi tutto il paese è stata abbattuta e le coltivazioni hanno sostituito largamente la vegetazione originaria. Già nel Quattrocento certe campagne italiane erano fittamente popolate: in Toscana, nel contado fiorentino, come racconta Giovanni Boccaccio, c'erano così tante case che, se si fossero "raunate", cioè riunite, avrebbero formato un'altra Firenze.
Nei secoli successivi, soprattutto a partire dall'Ottocento, le costruzioni a uso abitativo e industriale, così come strade e ferrovie, hanno invaso anche le coste più impervie, come in Liguria, la regione più densamente popolata d'Italia. Terreni già acquitrinosi o interi laghi sono stati quasi completamente, se non del tutto, prosciugati (l'attuale Conca del Fucino, in Abruzzo, era un vastissimo lago, il terzo d'Italia per superficie). Per contro dighe di sbarramento dei corsi d'acqua hanno creato laghi prima inesistenti: il più esteso, quello di Omodeo o del Tirso, in Sardegna, misura 22 km2. E ancora, porti sono stati costruiti in litorali privi di approdi naturali (quello di Livorno, ad esempio).
Tuttavia, pur tenendo conto dei vari e profondi cambiamenti attuati dall'uomo e delle trasformazioni che essi hanno determinato sulla flora e sulla fauna (come, ad esempio, la pressoché totale scomparsa delle specie animali e vegetali proprie delle zone umide), si possono individuare quattro principali ambienti naturali.
Nell'area alpina la vegetazione prevalente è costituita, al di sopra di una zona più propriamente submontana ricoperta da latifoglie (boschi di castagni, faggi, betulle), dalle foreste di conifere, cioè pini, abeti e larici che, più o meno fitte a seconda anche della piovosità, occupano la fascia compresa tra i 1000 e i 2000 m di quota. Al di sopra di questa fascia si stendono gli arbusteti (con mughi striscianti, rododendri, ginepri, salici nani ecc.) e le praterie, ricche di fiori alpini. Il più elevato piano vegetale corrisponde all'area dei muschi e licheni; generalmente, oltre i 3000 m di quota iniziano le nevi perenni.
La fauna, in origine ricca e varia ma impoverita dall'uomo, è oggi oggetto di ripopolamento. Comprende cervi, daini, stambecchi, caprioli, camosci, marmotte, martore, ricci; nelle Alpi orientali sono presenti gli orsi bruni. Gli uccelli includono numerosi rapaci (aquile reali, falchi, poiane) e diverse altre specie, propriamente alpine, come il gallo cedrone.
Due parchi nazionali, quello del Gran Paradiso (ripartito tra il Piemonte e la Val d'Aosta) e quello dello Stelvio (condiviso tra la Lombardia e il Trentino-Alto Adige), tutelano in parte l'ambiente alpino.
L'area padana è quella che nel corso dei secoli ha conosciuto la più intensa e prolungata opera di trasformazioni da parte dell'uomo. A partire dall'XI secolo le zone di bassa pianura, dai terreni molto fertili ma impregnati di eccessiva umidità, ricoperti da stagni e paludi, sono state quasi ovunque prosciugate; per contro, nelle zone aride e ciottolose dell'alta pianura sono stati realizzati canali d'irrigazione e scavati pozzi di captazione delle acque sotterranee.
I letti dei fiumi sono stati protetti mediante potenti arginature e canalizzati per vasti tratti; i loro corsi sovente sono stati corretti: tra il 1600 e il 1604 la Repubblica di Venezia fece spostare verso sud un tratto del corso del Po, portandolo a sfociare nell'attuale ramo di Goro, il che consentì tra l'altro di avviare grandiosi lavori di bonifica dell'attuale Polesine.
Sono stati pressoché interamente abbattuti i boschi che, sino a tutto il Medioevo, coprivano la pianura, formati in prevalenza da querce, olmi, aceri e frassini, e che ancora nel secolo scorso erano ben rappresentati nell'alta pianura (nella bassa pianura già da secoli erano invece stati sostituiti da aree coltivate o da pascoli per allevamento del bestiame). Tra le poche aree oggi tutelate si ricorda il parco regionale del Ticino, di 90.000 ettari, ripartito tra il Piemonte e la Lombardia.
Un certo rimboschimento spontaneo è in atto invece in larga parte degli Appennini. La causa va ricercata nell'abbandono, da parte delle popolazioni locali, di terreni ormai poco redditizi dal punto di vista agricolo, lasciati al bosco. Nello stesso modo, per l'abbandono di terre troppo laboriose e poco remunerative, va scomparendo un paesaggio che era tipico dell'Appennino centrosettentrionale, dalla Liguria alla Toscana e all'Umbria: quello dei terrazzamenti con muretti a secco delle pendici montuose e collinari, grazie ai quali era possibile coltivare anche i versanti ripidi, soggetti a dilavamento.
L'ambiente naturale appenninico più caratteristico è occupato, alle quote mediobasse, da querce e castagni, cui seguono superiormente boschi di faggi misti ad abeti bianchi; nelle fasce più alte crescono pini montani e persino specie alpine. Sul massiccio del Pollino e alle quote più elevate dell'Appennino meridionale, in Basilicata e in Calabria, si trova una conifera locale, il maestoso pino loricato.
Il Parco nazionale d'Abruzzo e quello della Calabria sono le due più vaste aree appenniniche protette; rappresentano importanti zone di rifugio per la fauna naturale che, un po' in tutta Italia, è stata ormai sterminata, anche per la diffusione dell'attività di caccia. Emblema del Parco nazionale d'Abruzzo è l'orso marsicano (la Marsica è una subregione dell'Abruzzo occidentale, circostante la conca del Fucino); nel parco si trovano caprioli, daini, cinghiali, lupi, volpi, gatti selvatici, martore, scoiattoli, tassi ecc. e, tra gli uccelli, vari rapaci; è area di protezione faunistica (ospita tra l'altro il raro lupo appenninico, il cinghiale, il gatto selvatico, la lontra) anche il Parco nazionale della Calabria, istituito inizialmente per salvaguardare i boschi della Sila, che sono tra i più estesi degli Appennini.
Le caratteristiche dell'ambiente mediterraneo, proprio della fascia litoranea della penisola, si evidenziano soprattutto nella macchia, diffusa su gran parte delle coste italiane, che rappresenta la formazione degradata di antiche foreste. Comprende associazioni sia di alberi sia di alti arbusti (macchia alta) o di bassi cespuglieti (macchia bassa); include querce da sughero, lecci, frassini, pini (domestici e marittimi), olivastri, carrubi (nel Sud), cipressi (in Toscana), roveri, ginepri, lentischi, corbezzoli, ginestre, timi, rosmarini, allori, lavande (in Liguria) ecc.
Tra i più vistosi fenomeni legati alla conquista antropica del territorio italiano si pone la recente, ma intensissima, occupazione dei litorali, molti dei quali erano rimasti per secoli aree paludose e malariche, quasi spopolate. Oggi l'urbanizzazione costiera (ormai pressoché ininterrotta soprattutto lungo il mare Adriatico, ma vistosissima anche lungo il mar Tirreno, per non parlare del mar Ligure) ha provocato la scomparsa di ambienti rimasti a lungo intatti.
Alcune zone anfibie litoranee sopravvissute, naturale rifugio di fenicotteri e altri uccelli acquatici, sono tuttavia protette; si ricordano, ad esempio, l'oasi faunistica della laguna di Orbetello (in Toscana), ma soprattutto il Parco nazionale del Circeo, nel Lazio.
Quanto all'ambiente delle grandi isole, è di preminente interesse quello della Sardegna. La sua storia geologica particolare e il lunghissimo isolamento vi hanno infatti determinato caratteristiche peculiari. Riguardo alla flora, si segnalano la ricchezza di specie e l'estensione della macchia mediterranea, mentre si registra la totale assenza di conifere; tra la fauna, sono esclusivi della Sardegna il muflone, la foca monaca e la passera sarda; mancano completamente esemplari di vipere, tassi, lupi, orsi, mentre altri animali (tra cui le volpi e i daini) hanno caratteristiche diverse dalla specie continentale. 

 


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